Le due vite di Frédéric Weis

Le due vite di Frédéric Weis

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Frédéric Weis, la cui carriera si è diramata tra Francia, Grecia e Spagna, è stato prima scelta dei Knicks a fine anni ’90, ma non ha mai giocato in NBA. Ciononostante, deve la sua notorietà a Vince Carter. Il grande pubblico infatti non ricorda il centro della Nazionale francese per i suoi movimenti spalle a canestro, bensì per questa: Era l’estate 2000, e la “Dunk of death” impalò il buon Weis al ruolo di vittima sacrificale per gli anni a venire. Solo un anno prima Weis era stato chiamato alla 15 da NY per il poco malcelato malcontento dei tifosi della Grande Mela, che gli avrebbero preferito di gran lunga il concittadino allora conosciuto come Ron Artest. Il francese però non aveva idea del disappunto che aveva creato il suo nome fino a una settimana dopo, quando atterrò negli Stati Uniti per un training camp con la squadra che lo aveva scelto: all’aeroporto, infatti, un poliziotto gli chiese se fosse il tizio scelto dai Knicks e lui, per paura di accendere un vespaio, si finse suo cugino. Il training camp di Weis fu piuttosto anonimo, e il rapporto con coach Stan Van Gundy a dir poco algido; quella fu la prima e l’ultima volta che Frédéric vestì la canotta dei Knicks. Già, perché Weis, su consiglio del suo agente, rifiutò il contratto con i blu-arancio per giocare un altro anno in Francia, e una volta perso, il treno NBA non passò più (sempre escludendo l’accelerato Air Canada).
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Weis rimpianse poi quella scelta, anche alla luce del seguente arresto del suo agente per trame finanziarie poco chiare. Gli agenti che curarono i suoi interessi negli anni successivi calcarono le orme del loro predecessore, e tagliarono i ponti con l’America senza preoccuparsi troppo delle volontà del loro cliente. Ma a conti fatti giocare in NBA non era tutto, la cosa più importante per Weis era sempre stata diventare padre. La moglie Celia soddisfò il suo desiderio nel 2002, dando alla luce Enzo. Ma i festeggiamenti durarono poco, giusto il tempo di capire che le difficoltà del piccolo a rapportarsi col mondo esterno erano dovute a una forma di autismo. La diagnosi distrusse letteralmente la coppia, e se Celia riuscì in qualche modo a inquadrare la situazione, lo stesso non si può dire di Frédéric: in forza a Bilbao in quel periodo, cominciò a girare tutti i locali della città spagnola bevendo il più possibile, lasciando giorno e notte alla consorte il fardello del figlio malato. Nel giro di 2 anni le cose peggiorarono, arrivò la separazione e Celia andò a vivere a Limoges con Enzo, lasciando l’ormai ex compagno solo coi suoi demoni. Weis andava a trovarli il più spesso possibile, ma gli era impossibile nascondere la delusione di non poter avere il figlio che aveva sempre desiderato, uno a cui poter insegnare a giocare a basket, con cui condividere le esperienze della vita; Enzo non poteva nemmeno essere portato al cinema, perché i film erano troppo lunghi senza che cominciasse a urlare. La spirale di disperazione di Weis toccò l’apice nel 2008, quando decise di farla finita. Proprio durante l’ennesimo viaggio in direzione di Limoges, si fermò poco dopo la frontiera francese e ingollò una scatola intera di pillole per dormire. Per sua fortuna si risvegliò, seppur intontito e offuscato, una decina di ore dopo; chiamò l’ex moglie, che nel frattempo lo aveva ripetutamente cercato invano, e le raccontò tutto. Da quel momento i due si sono riavvicinati e formano tutt’ora una coppia che gestisce un bar-tabaccheria a Limoges, col piccolo Bruno ormai 13enne a cui badare, stavolta insieme. Per Frédéric ancora non è facile fare i conti con la condizione del figlio, e anche se dichiara di aver chiuso definitivamente con l’alcool deve ancora fronteggiare una depressione che comporta sbalzi di umore difficili da sopportare. Gli resta un sogno, quello di possedere una casa sul mare: non più per sé ma per Enzo, a cui piace correre lungo la spiaggia e stare a guardare le onde. Dopotutto, si può vivere una vita felice anche dopo aver perso il treno NBA. Fonte: NY Times.

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