Le fantastiche avventure dei Dover Basketeers

Le fantastiche avventure dei Dover Basketeers

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Questa è una delle storie più strane che vi possa capitare di sentire nel basket.

Non parte nemmeno dal basket in sé, ma da un uomo, uno trascurabile, che se lo aveste visto passeggiare per strada non lo avreste nemmeno notato. Statura media, faccia media, quasi calvo, ma due occhietti neri che penetravano chi lo guardava negli occhi e un animo semplice, di quelli americani da film di Frank Capra: il ragazzo non troppo brillante che fa’ la differenza.

George Elford era questo tipo di uomo. Un bravo ragazzo sempre disponibile e tifosissimo della gloriosa squadra di football della high school di Dover, Ohio. Nel 1955, entrò per l’ennesima volta dalla porta dell’ufficio del coach di Dover, Bill Hopkins, per chiedere come potesse aiutare con la squadra. Bill, stufo di vederselo intorno, si ricordò di una scuola elementare che cercava un coach di basket.

– Basket? – chiese George – io non so niente del basket!

Bill si alzò e rovistò su uno scaffale, tirò fuori un libro, un manuale del basket ,e lo diede a George.

– Tieni, qui dentro c’è tutto quello che ti serve. Poi, vedrai, hanno solo bisogno di far muovere i ragazzi e di farli divertire, non dovrai fare molto. Ma lì, hanno bisogno di te.

George non ne era molto convinto, ma dovette accettare. Prese il manuale e si avviò fuori dall’ufficio con un foglietto su cui Hopkins aveva scarabocchiato l’indirizzo della scuola: Sixth street elementary school.

George andò alla scuola, si presentò alla preside, che nel frattempo aveva ricevuto notizia da Hopkins, e rimasero d’accordo che sarebbe ritornato martedì alla fine delle lezioni, quando i ragazzi avevano il loro allenamento.

Tornato a casa, George lesse tutto il manuale. Si esercitò nel salotto di casa e fare i movimenti del gioco e cercò in televisione qualche immagine sfocata in bianco e nero che gli spiegasse cosa fosse il basket-ball.

Quando martedì si presentò alla palestra aveva un’infarinatura del gioco, più che altro l’idea era di buttare la palla nel canestro, e due o tre esercizi da far fare ai ragazzi.

La palestra era fredda e male illuminata. L’inverno dell’Ohio faceva sentire il suo freddo su tutti, ma l’atmosfera era rilassata. i suoi giocatori aspettavano al centro del campo, giocando con un pallone consunto. Se lo passavano velocemente, poi palleggiavano sotto le gambe, scherzavano come dei clown, ridendo. George li mise in ordine, spiegò un paio di esercizi e li mise a correre. I ragazzi eseguirono, si comportarono bene, ma ogni tanto, nel mezzo di un movimento, usciva uno di quei passaggi strani, un palleggio sotto le gambe, un’acrobazia.

George, se fosse stato un allenato vero, uno di quelli cresciuto negli anni ’30 nel giro dei barnstorming teams, avrebbe dovuto fermarli. A ogni passaggio dietro la schiena, palleggio sotto le gambe, tiro strano in apparente squilibrio, avrebbe dovuto rimproverarli e punirli. Ma George non era quel tipo di uomo. Lui era affascinato da quello che facevano i ragazzi e dall’immaginazione che mettevano nel gioco.

– Ma da chi avete imparato queste cose? – chiese fermando l’allenamento.

I ragazzi fecero la faccia dei ragazzini di dieci anni quando si vuole entrare nel loro mondo. Poi, uno parlò:

– Lo abbiamo visto in televisione, quei ragazzi neri, gli Harlem. Fanno tutti questi giochetti e noi li imitiamo. Anzi, alcuni li inventiamo noi! Ha visto quello che palleggia, Haynes? Io posso fare lo stesso.

Il ragazzino biondo iniziò a palleggiare in ogni modo possibile mentre i suoi compagni lo incitavano. Finì nel modo Haynes, palleggiando a un centimetro da terra, con la palla che non voleva saperne di smetterla di muoversi.

George quella sera tornò a casa alleggerito, meno preoccupato. Poteva fare quel lavoro ma non bastava, era contento di aver trovato una scintilla di creatività in quei ragazzi, che aspettava solo di essere raccolta per diventare qualcosa di diverso.

Pochi mesi dopo, George organizzò un allenamento speciale per i suoi ragazzi, per raccogliere fondi e comprare delle divise sullo stile degli Harlem Globetrotters. Bastò poco per convincere gli astanti a mettere dei soldi. Quei ragazzi erano più che dei semplici giocatori, e giocare per vincere non fu mai l’obiettivo che George gli diede. I loro drill erano poesia, musica, clownerie, un genere che seguiva il sentiero dei Globetrotters calato nei bambini. I ragazzi si divertivano e stavano bene insieme. Si passavano la palla, avevano fondamentali pazzeschi e adoravano far divertire la gente.

 

Ciò che accadde era difficilmente prevedibile. Gli spettacoli dei Dover Basketeers ebbero un grande successo. La NBA, sempre alla ricerca di attrazioni da far esibire nell’intervallo delle partite, li chiamarono diverse volte, specialmente a Boston. Gli Harlem Globetrotters stessi li invitarono alle loro partite e si esibirono insieme a loro.

All’inizio degli anni ’60 erano una delle più grandi attrazioni cestistiche della nazione. Cambiando i giocatori, non cambiava il tipo di gioco e George Elford era capace di mantenere l’attenzione, la creatività, l’attitudine a inventare giochi di prestigio con la palla che rendevano le loro esibizioni un grande successo.

Nel 1961, Jerry Lewis, allora l’attore di maggior successo a Hollywood, stava preparando uno di quei suoi film pieni di gag geniali e non potè fare a meno di pensare di includere i basketeers in “the errand boy”. I ragazzi arrivarono a Hollywood in un caldo giorno dell’estate del 1961 e videro Jerry per molto meno tempo di quel che immaginavano.

Sul set, il comico più talentuoso della sua epoca era un maniaco della precisione. Le sue gag, giocate sempre sul far pensare allo spettatore che l’azione sarebbe finita in un modo, e farla invece andare in un altro, richiedevano una preparazione meticolosa e uno studio della reazione possibile dello spettatore. Le scene si ripetevano in teatri di posa enormi nella sede della Paramount, e i ragazzi aspettarono la loro scena al solito con ordine e allenandosi. La sequenza che coinvolge i Basketeers è molto semplice: Jerry vede dei ragazzini giocare a basket e decide di spiegargli il gioco. Fa’ dei movimenti stupidi, imbranati, poi gli lascia la palla pensando che non sapranno fare di meglio. Le magie dei basketeers sul grande schermo anche oggi trasmettono una gioia di vivere, una leggerezza e una poesia che non hanno pari. I bambini si impegnavano nel farci scoprire un lato del gioco del basket che appartiene solo al nostro sport: l’acrobazia, l’abilità, la bellezza dei movimenti.

 

Jerry si mette da parte e guarda con noi, spettatore di uno spettacolo che incanterà l’America ancora per un paio di anni. Quando tornarono a Dover, una fila di 200 macchine li accompagnerà fino alla città e sarà per loro il punto più alto della loro attività.

Purtroppo, George Elford doveva guadagnarsi da vivere e non aveva più tempo di seguire i suoi Basketeers come avrebbe voluto. Nel 1963 la squadra si sciolse e a Dover si tornò a giocare il buon vecchio basket. George continuò a essere coinvolto nelle attività filantropiche, di assistenza e di comunità a Dover. Quando morì, il giornale del paese gli tributò un omaggio commovente ei suoi ragazzi, ormai adulti, si misero in fila per rendergli omaggio.

Dall’esperienza dei Basketeers non sorse nessun grande campione. La loro storia è la storia ammaliante di un miraggio del gioco, di uno spettacolo effimero eppure affascinante. Ancora oggi i Dover Basketeers ci ricordano che la ragione per cui noi guardiamo il gioco non è solo la curiosità di sapere chi vince o perde, bensì la fugace impressione di un colpo di genio, di un movimento inatteso, di una poesia in movimento che si tende verso il canestro come le farfalle verso la luce. George Elford rimase toccato per sempre da quell’esperienza, come i suoi ragazzi, che ancora oggi si riuniscono a parlarne a chi abbia voglia di ascoltare le loro storie ormai non credute.

Perché in fondo è così: in certi angoli la storia è così incredibile che non si vuole crederla. Perché Dover è uno di quei posti dove la storia non passa e, se lo fa’, è in un modo così rapido, senza toccare nulla, da essere dimenticata in fretta. Fino a quando, sul grande schermo, non si ricreano quei movimenti simili a un balletto, e dei bambini eterni ripetono all’ìnfinito i loro drill, sotto lo sguardo ammirato del più grande clown del cinema e, nascosto, dell’uomo semplice  e sognatore che gli ha lasciato inseguire i loro desideri.

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