Le invasioni barbariche – L’NBA ai tempi di Donald Trump

Le invasioni barbariche – L’NBA ai tempi di Donald Trump

L’NBA reagisce con un coro di disappunto alle elezioni presidenziali. Per il basket e l’America sarà una sfida lunga quattro anni

Donald Trump non sembra essere il presidente che l’America si merita, forse nemmeno quello di cui ha bisogno, ma di sicuro è quello che ha votato. Su queste pagine ci occupiamo di sport, non di politica, ma un evento così destabilizzante non può non ramificarsi in ogni aspetto della cultura di un paese. E lo sport rappresenta una fetta consistente di quella cultura. Il suo racconto più che la sua realtà, e gli americani del raccontare lo sport hanno fatto un’arte. Non poteva essere altrimenti in una nazione che è nata da stranieri in casa d’altri e in pochi decenni è diventata un gigante, priva però di una sua storia, di una sua epica – quella dei nativi, nel frattempo, era stata spazzata via. L’unica scelta era enfatizzare il passato recente, rendere romantico il contemporaneo. Le parole che arricchiscono i fatti, talvolta persino li creano.

Il mondo digitale del 2016 è una selva di parole, gentile concessione del web 2.0 che fagocita le nostre vite. Poche di esse hanno un simile valore demiurgico. Al contrario, sviliscono gli eventi trasformandoli in caricature. L’idea che a molti di noi resterà della vittoria di Donald Trump sarà quella di un meme, uno fra le migliaia che hanno invaso le bacheche di Facebook in questi giorni, lasciandoci ignari della sua persona e delle connotazioni politiche dell’elezione. Così la storia scorre e noi non ne siamo attori né spettatori; osserviamo il carosello di una sua parodia.

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Solo una voce che artigli la realtà può fare la differenza, ma deve parlare da un palco elevato. Ora che la classe degli intellettuali si è estinta (isolati, i possessori di un PhD hanno votato in massa la Clinton – quasi il 70% – ma il loro parere non sembra avere influenzato i più), sono gli uomini pubblici ad impugnare il megafono. Attori, musicisti, sportivi. Non è un caso che i commenti più ruvidi all’esito delle elezioni provengano da due coach NBA dotati di una mente brillante al punto da spingerli fuori dalle righe. Stan Van Gundy, il cervello dietro alla rinascita dei Detroit Pistons, ha invitato alla vergogna chi ha votato Trump. “Abbiamo appena gettato in mezzo alla strada buona parte della nostra popolazione”, ha detto. “Disprezzo le parole di un uomo che è apertamente razzista, misogino e opposto alle etnie minoritarie. Credo che certe idee non dovrebbero permetterti di candidarti a presidente nel nostro paese”.

Recentissime sono le parole, ancora più accese, che Gregg Popovich ha riversato sull’argomento. “Sono un bianco benestante e mi dà il voltastomaco pensare alla vittoria di Trump” ha dichiarato in un monologo alla stampa. “Non oso immaginare come debba sentirsi un musulmano in questo momento, o una donna, un afroamericano, un ispanico, un disabile”. Il suo timore è che gli Stati Uniti siano diventati come l’antica Roma, questa la chiusa sibillina del suo discorso, che si appoggia alle parole del poeta per lasciarsi interpretare. “L’Impero alla fine della decadenza”, come scriveva Paul Verlaine.

Se le orde che inneggiano a Trump ricordano agli occhi di coach Pop le invasioni barbariche, di certo le difese di moderati e democratici cederanno come il limes dei romani se si affideranno ai tweet di questo o di quel giocatore, 140 caratteri destinati ad essere smaltiti, prima ancora di venire assimilati, nel rapidissimo ciclo vitale dei meme. Come l’ironia di Enes Kanter che si vende al migliore offerente in terra europea, o Joel Embiid – autentica macchina acchiappa like – che paragona la scelta degli americani al tanking dei suoi Sixers. O ancora Metta World Peace, al secolo Ron Artest, che ci diletta con variazioni sul tema “se io fossi il presidente”.

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Ci vorrebbero azioni per smuovere le acque, oppure non-azioni. “Potremmo essere gli ultimi campioni NBA a fare visita alla Casa Bianca”, ha dichiarato a Sports Illustrated un anonimo membro dei Cleveland Cavaliers alla vigilia dell’incontro di giovedì con Barack Obama. Un evento dominato dal tono gioviale a cui ci ha abituati il primo presidente baller della storia, ma nella cui ombra tramava l’imbarazzante stretta di mano tra lo stesso Obama e il presidente eletto, programmata per quello stesso giorno. Ci sono già stati casi di atleti che si sono esentati dall’impegno. Michael Jordan una volta lasciò all’asciutto George Bush Sr preferendo la compagnia della famiglia, mentre Larry Bird mandò un messaggio a Ronald Reagan: “se mi cerca, sa dove trovarmi”. Tra MLB, NFL e NHL qualcuno si è anche spinto a contestare la politica del presidente in carica: soluzioni isolate, mai in grado di coinvolgere intere squadre. Proprio quello che potrebbe succedere tra un anno; ne sono convinti, tra gli altri, Jalen Rose e Chauncey Billups che oggi fanno da analisti per la ESPN.

Si cambia per non cambiare, in tanti hanno commentato così l’elezione di Trump, ma ai piani alti della NBA le cose non saranno le stesse. Da quando Adam Silver ha preso le redini l’obiettivo dichiarato è insidiare la leadership del football in termini di impatto culturale, ratings e incassi, confermare lo status di lega sportiva professionistica più conosciuta al mondo espandendosi in ogni angolo del pianeta. Una guida equilibrata ma senza scrupoli che ha finito per sporcarsi le mani con la politica; un male necessario se vuoi penetrare nel tessuto di un paese e propagandarti all’estero. Allora ecco la revoca dell’All Star Game 2017 al North Carolina per colpa della famigerata bathroom law che non riconosce i diritti dei transgender. Ecco i giocatori che amplificano la voce della protesta di Ferguson con quelle magliette con scritto “I can’t breathe”, e la lega permette loro di portare i problemi delle minoranze sul palcoscenico più luminoso. Quello degli ESPY Awards, ironicamente, era buio, ma per meglio delineare le silhouette di LeBron James, Carmelo Anthony, Dwyane Wade e Chris Paul che richiamavano gli Stati Uniti al buon senso e si appellavano al dialogo per superare le tensioni razziali.

Se scattiamo una diapositiva della fetta di America che rappresenta l’NBA i risultati sono chiari. Il 76% dei suoi giocatori è afroamericano, otto punti in più della NFL, ma con il 30% dei personaggi riconoscibili (tra proprietari, head coach, GM e superstar in campo) che hanno la pelle nera contro il 14% del football. Indagando l’appeal sul pubblico la faccenda si fa ancora più evidente. Il 45% degli appassionati NBA ha meno di 35 anni e sempre il 45% degli spettatori è afroamericano – lo spicchio di neri che partecipa allo share della NFL si ferma al 15% (dati Nielsen).

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Se vi steste chiedendo quanti di questi afroamericani hanno votato per Trump, la cifra si inabissa nei decimali; il 12%. Allo stesso modo, più della metà abbondante dei giovani ha espresso la sua preferenza per Hillary Clinton. Anche la suddivisione geografica ci svela qualcosa. Gli swing states che hanno condannato i democratici sono quelli che non ti aspetti, quelli che si riconoscono nella definizione di blue collar, il grande proletariato, la working class. Il Wisconsin dei Milwaukee Bucks, il Michigan dei Detroit Pistons con la sua industria in decadenza, l’Ohio di LeBron James che ha persino accompagnato la Clinton sul palco per consegnarle il suo prezioso endorsement.

È palese come la faccia che l’America mostra di sé in uscita dai seggi sia profondamente diversa da quella che l’NBA può e vuole esibire al mondo. Con un sottotesto culturale del genere la direzione di Silver non poteva che essere la stessa di Obama, moderata e progressista, che si sarebbe tradotta egregiamente in Bernie Sanders e che si è declinata con poco successo nella Clinton. Proprio su queste pagine, poco tempo fa, parlavamo degli accordi all’avanguardia tra la lega e l’unione dei giocatori in termini di assistenza previdenziale, e dell’apertura del commissioner nei confronti della protesta all’inno nazionale. Per quanto l’NBA continuerà sulla sua strada, il cammino rallenterà e forse sarà persino costretto a brusche frenate.

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David West, uno di quei pochi che legge libri di filosofia e crede che gli intellettuali esistano ancora, ha accolto la vittoria di Trump come un tragico énouement. L’incantesimo secondo cui il sogno di Marthin Luther King si era realizzato e il paese aveva superato le discriminazioni si è spezzato. La realtà è che un’America post-razziale non è mai esistita e più della metà dei suoi elettori non vuole che esista. Per questo la vittoria dei repubblicani fa paura a lui e a molti altri, dà il voltastomaco a Gregg Popovich e fa imbestialire Stan Van Gundy. Accorgersi che le problematiche razziali degli ultimi mesi non sono state un mero revival non farà bene a un paese coi nervi a fior di pelle. Dovesse scoppiare un confronto aperto tra stato e minoranze, un intero movimento culturale che ruota attorno alla NBA non avrebbe dubbi sulla parte con cui schierarsi. Kareem Abdul-Jabbar è il vate che le chiama a raccolta: afroamericani, ispanici, ebrei, immigrati, omosessuali uniti per camminare a testa alta in mezzo a gente che ora si sente autorizzata a guardarli con disprezzo. “Nutro la rabbia di chi è stato tradito” ha scritto per il Washington Post, poi è passato a ricordare una statistica. Tra 2000 e 2010 i bianchi sono passati dal 75% al 63% della popolazione. Nel 2050 saranno loro la minoranza, ridotti al 47%. Per Kareem, Donald Trump rappresenta le ultime vestigia dell’uomo bianco con le sue piantagioni di cotone. L’America sta cambiando pelle, e il suo volto è simile a quello di chi gioca a basket. Chi sono i barbari, adesso?

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