LeBron James a Silver: più aiuti per gli ex-giocatori

LeBron James a Silver: più aiuti per gli ex-giocatori

La stella dei Cavs, insieme al presidente dell’associazione Chris Paul, in trattiva con la lega: si discutono più fondi per gli atleti ritirati

Esiste vita dopo la pallacanestro? Secondo LeBron James, vicepresidente dell’associazione dei giocatori NBA, si direbbe di sì. Tra i punti di massima priorità che saranno discussi dal sindacato con Adam Silver e gli altri capoccia della lega c’è proprio il trattamento degli atleti dopo il ritiro. Un tema caldo, non fosse altro che per i recenti abbandoni di star generazionali – Kobe Bryant, Tim Duncan, Kevin Garnett – che hanno portato lo stesso James a riflettere sulla propria carriera: i prossimi ad appendere le sneakers al chiodo saremo noi, aveva detto, quelli del Draft del 2003.

C’è ancora tempo per le trattative, il solito rituale di compromessi che precede la stipula di un nuovo contratto collettivo. Il 15 dicembre è la data da segnare sul calendario, giorno in cui scadrà l’accordo partorito nei gelidi mesi del lockout 2011. A questo giro non si prospettano problemi all’orizzonte; entrambe le parti si dichiarano fiduciose e il dialogo procede senza intoppi. I milioni pompati nel sistema dal nuovo contratto televisivo aiutano a mettere tutti d’accordo, si tratta degli stessi dollari che alimentano l’incremento del salary cap a cui abbiamo assistito questa estate e che si ripeterà, gradualmente, di anno in anno.

La patata bollente è sempre quella, come spartirsi i profitti. I proprietari sono riusciti ad accaparrarsi una consistente fetta della torta portando la percentuale che spetta ai giocatori dal 57% ad una cifra variabile tra il 49% e il 51%. L’accordo del 2011 fu a tutti gli effetti un compromesso, perché la richiesta era superiore di un paio di punti. Alla fine del braccio di ferro l’NBPA rinunciò a un po’ di moneta sonante ottenendo in cambio altre forme di sostentamento. Da qui a dicembre, verosimilmente, il discorso continuerà su questa linea. Chris Paul e LeBron James, rispettivamente presidente e suo vice, insistono già da qualche mese su programmi per agevolare la transizione dal basket giocato alla vita fuori dal parquet. Li spalleggiano Michele Roberts, primo direttore esecutivo donna, e tutti i membri dell’associazione che il 26 giugno, a New York, hanno approvato un nuovo programma. Prelevare 10-15 milioni l’anno dalle casse dell’associazione per allestire un fondo dedicato all’assicurazione sanitaria a cui possano attingere tutti gli ex-giocatori, a patto che abbiano trascorso almeno tre anni nella lega – la media è quattro. Non è difficile intuire come il voto sia stato unanime; se da un lato atleti come Paul e James accumulano in poco tempo un capitale enorme da far fruttare, la maggior parte dei loro colleghi non gode di altrettanta fortuna. Ci sono anche quelli, tanti, che la loro fortuna l’hanno sperperata con investimenti poco oculati. L’associazione dei giocatori intanto impiega le sue finanze, ma è tempo che anche l’NBA ci metta del suo. In cambio, il sindacato è disposto a mantenere la spartizione dei proventi intorno al 50%.

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“Perché abbiamo costruito questa lega tutti insieme”, ha detto James. “Non importa se eri una star o il quindicesimo uomo della panchina, abbiamo tutti contribuito a rendere la lega quello che è oggi. Non è una mia idea, non me ne prendo il credito; è parte del processo”.

Il processo di cui parla James è una novità assoluta nel panorama degli sport professionistici americani. Fino ad oggi, può capitare che un giocatore di successo come Adrian Dantley, peraltro sempre frugale nelle sue spese, si ritrovi a lavorare come vigile urbano davanti alle scuole. Un po’ perchè non gli piace stare con le mani in mano, un po’ perchè non vuole usare i suoi risparmi per l’assicurazione sanitaria. Viene in mente anche il mondo della NFL, ancora lontano da un accordo del genere nonostante le polemiche sulla salute, fisica e mentale, degli ex-giocatori. Il protocollo per le commozioni cerebrali è ormai uno standard ed è senza dubbio un passo avanti, ma nel football la casistica di carriere estemporanee, condizionate magari da un infortunio, e ben più ricca che in NBA.

La svolta assistenzialista proposta dal sindacato dei giocatori, e che l’NBA è in procinto di sposare, potrà dunque fare da apripista? Di sicuro non nasce nell’autunno 2016 per un motivo casuale. Sulla scia della discussa riforma dell’attuale presidente, la cosiddetta Obamacare, e in piena corsa alla Casa Bianca. Il voto di LeBron James, lo aveva dichiarato senza indugi, andrà a Hillary Clinton.

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