LeBron James non ne esce sconfitto

LeBron James non ne esce sconfitto

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La cultura sportiva statunitense è crudele. Inculcata nella mente degli appassionati e non, essa li distrae, li distoglie dalla Verità, li porta addirittura a negare la realtà dei fatti. Al di là dell’Atlantico se alla fine della stagione non alzi il Larry O’Brien Trophy sei un perdente: ma, dopo quello che LeBron ha fatto in questa serie finale, fermarsi sul mero risultato finale della sua squadra suona quasi come un’ingiustizia. L’ha detto anche David Blatt subito dopo gara-6: “Non tutte le storie hanno un lieto fine, ma questo non significa che sia una brutta storia; questa è una bella storia”. La stagione dei Cavaliers è stata tormentata, fin da subito. Varejao, da sempre fedele alfiere del Re, si infortuna e sarà fuori per tutta la stagione. La dirigenza ci mette una pezza, prendendo dai Nuggets il miglior lungo a disposizione in quel momento – Timofey Mozgov – in cambio di due prime scelte future. Tuttavia la sfortuna punisce ancora la franchigia dell’Ohio. Prima Love, poi Irving dovranno rinunciare a proseguire i loro Playoffs. Questo significa che i Cavs hanno perso 3/5 del quintetto iniziale della stagione, e comunque 2 dei 3 “Big Three” della squadra nel momento più clou della stagione. E quelli non puoi sostituirli facilmente.
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Ciononostante sono arrivati a giocarsi il titolo NBA. Potete obiettare dicendo che l’Est è molto più debole dell’Ovest. Ma lì bisogna comunque arrivarci: LBJ – a discapito di Playoffs non troppo esaltanti per i suoi standard, anche perché non hanno richiesto sforzi enormi – ha portato la sua squadra a due vittorie dal sogno. Un sogno che sarebbe stato il lieto fine di una storia d’amore: per la sua città, per i suoi tifosi, per lui che come Ulisse sarebbe tornato a casa dimostrando che lui è il Re di Cleveland. Ma lui è di più, è il Re di questa Lega. Non solo perché attualmente è il miglior giocatore in circolazione. Lo sa lui, come ha detto subito dopo gara-5 persa a Oakland; lo sappiamo noi che ammiriamo la sua onnipotenza cestistica tutto l’anno, ma in queste Finals ancora di più; lo sanno gli statunitensi, sia i “lovers” che gli “haters”. Perché, se provi a fare la parte di chi lo odia, sei comunque lì ad ammirarlo, sei lì che aspetti il momento giusto quando sbaglia e, ad essere obiettivi, ti rendi anche abbastanza ridicolo a far cadere in errore uno che ha chiuso una serie di Finale NBA, cioè 6 gare al livello più alto possibile del basket mondiale, con 35.8 punti, 13.3 rimbalzi e 8.8 assist, tutte e tre migliori statistiche tra tutti i giocatori scesi in campo. Vero, non è bastato per vincere: ma quando giochi in 6 o 7 e gli altri si chiamano Dellavedova, Thompson, Mozgov, Shumpert, Smith e Jones capisci che nessun altro al mondo potrebbe portare una squadra così a vincere due gare in Finale NBA. Ma anche perché è riuscito a trasformare dei semplici gregari in pedine fondamentali, anche solo per una gara, o solo per qualche minuto. Ha cercato sempre di coinvolgerli, ha sempre cercato di aumentare la consapevolezza dei gregari – nel frattempo diventati titolari – del fatto che se sono arrivati lì è anche grazie a loro, li ha fatti crescere anche dal punto di vista dell’impatto offensivo, come successo a Thompson (10+13 di media nelle Finals), Dellavedova in gara-3 con 20 punti, Mozgov che ha chiuso gara-4 con 28+10, record per un giocatore non draftato. Ma poi sono mancati Smith, i cui sprazzi nelle ultime due partite sono stati troppo saltuari e/o tardivi, e Shumpert, che se ha sufficientemente coperto in fase difensiva, è mancato totalmente in attacco. Ed inevitabilmente ti ritrovi a giocare in 5 contro i possibili 10-11 dei Warriors. Ah, poi quando LeBron non è stato in campo i suoi compagni hanno tirato 0/21 totale dal campo in 6 gare. 0 tiri segnati su 21 tentativi… Lo sforzo di James può esser paragonato solo a quello di Atlante: tutto il mondo era sulle spalle dell’eroe greco, come tutto il mondo cestistico era sulle spalle dell’eroe nativo di Akron. Alla fine ha ceduto, in gara-6 era stremato. Ma il mondo sulle sue spalle non l’ha schiacciato, anzi gli dà forza per il futuro, tantoché su Twitter ha già detto ai Warriors che vuole affrontarli di nuovo sullo stesso palcoscenico tra un anno. Tuttavia, avrà quel peso fino a quando si ritirerà, e forse anche dopo, quando gli ricorderanno che ha perso ben 4 finali, che Jordan e Russell non ne hanno mai perse, che Duncan ne ha persa solo una in modo tra l’altro rocambolesco, che Kobe ha 5 titoli, con sole due sconfitte all’ultimo atto… Ma lui ne ha giocate (finora) 4 consecutive, cosa che non succedeva alle stelle della NBA dai tempi di Russell, appunto. James è riuscito a sconvolgere le sicurezze di una squadra capace di vincere in questa stagione 79 gare su 97 totali fino a quel momento. In gara-1 ha sbagliato il tiro della vittoria in overtime in casa di una squadra capace di perderne solo due in casa in tutta la Regolar Season – record per una franchigia della Western Conference – dopo averne infilati 44 in 46′; in seguito ha portato i suoi sull’1-1 in gara-2, prima di portare i Cavs addirittura sul 2-1 in casa. Ha tirato tanto, ma perché tutta la squadra voleva che lui tirasse tanto. Tuttavia, ciò che più colpisce del suo gioco è che durante tutta la stagione sa come dosare le sue forze. Sa quando accelerare, sa quando prendersi una giornata di “riposo”, sa quando azzannare la gara, sa quando lasciare che siano gli altri a dettare il ritmo. Ha tutto sotto controllo. In gara-4 ci ha provato nel primo tempo, ma dopo aver visto che quella sera i Warriors erano troppo per lui e per i Cavaliers, ha deciso di spegnere il motore e mettere la marcia “in folle”, lasciando che la gara scivolasse via per poter dare tutto in gara-5. Tutti sapevano, lui compreso, che, con il format re-introdotto l’anno scorso, gara-5 sul 2-2 avrebbe portato la vincente al titolo poiché avrebbe affossato le speranze della squadra perdente e sospinto notevolmente quelle dell’altra. Ed ecco che il Re si è alzato definitivamente dal trono, segnando per la prima volta nella storia delle Finals una tripla doppia (40+14+11) con un quarantello a referto. Ce l’aveva quasi fatta, poi quel nanetto malefico che ha vinto gara da 3 all’All Star Game e, soprattutto, l’MVP della Regular Season, ha deciso che era ora di fare la voce grossa contro il Re, rispondendogli colpo su colpo. Ma se Curry aveva potuto riposarsi per 36′ grazie al suo supporting cast di altissimo livello, James aveva trascinato da solo i suoi fin lì durante quei 36′: la differenza sta tutta qui. Alla fine ha vinto la squadra migliore, la più completa, ma non è possibile dire qualcosa ad un giocatore che ha dimostrato, con i fatti, che è il migliore giocatore del panorama cestistico mondiale. In conferenza stampa post gara-6 ha detto che avrebbe “preferito non fare i Playoffs piuttosto di perdere la Finale”, ma se lì dimostri tutto il tuo valore sul campo, giochi ogni singolo possesso al massimo, cerchi di metter in moto i tuoi compagni in tutti i modi possibili, allora non puoi esser definito uno sconfitto: con buona pace della cultura sportiva statunitense.

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