L’importanza di chiamarsi LeBron James

L’importanza di chiamarsi LeBron James

LeBron James è, indubbiamente, il giocatore che divide maggiormente il mondo mediatico. A Playoffs appena iniziati, andiamo a vedere perché esiste un particolare “sistema LeBron”.

E’ sempre maledettamente difficile riuscire a dare un giudizio totale. Poche sono le occasioni in cui una grande quantità di persone, nel nostro caso di appassionati, riesce a fornire una parere univoco, omogeneo, che non lasci spazio a dubbi e che non dia adito a polemiche. E non stiamo qui, seduti davanti ad una tastiera a scrivere che Jordan è stato il più grande di sempre, che Bryant è stato vincente ma non al livello del 23 dei Bulls, che tizio sia migliore di caio. No, questo è un dibattito che fa male a tutti gli amanti della pallacanestro. Siamo negli anni della penetrazione mediatica ai massimi livelli, nel periodo de “mi aggiorno su ciò che succede nel mondo attraverso i social”, nel decennio del villaggio globale e della ridefinizione delle distanze. Ma c’è un atleta, un giocatore di basket nella fattispecie, che può fare proprio questo mondo diventando, anno dopo anno, strumento mediatico su cui argomentare? Può esistere un personaggio che si appropri, al di là di sconfitte e vittorie, dell’attenzione dell’opinione pubblica a spicchi? In un universo così esteso, bisognerebbe supporre di no, ma nel caso specifico, la risposta è affermativa. LeBron James è, in assoluto, il giocatore che più ha diviso, e più divide, il mondo mediatico. Apprezzarlo perché? Criticarlo perché? La sottile linea che separa il confine tra adulazione e “odio sportivo” è stata più volte oltrepassata, senza valide ragioni, solo per il puro piacere di farlo. E come abbiamo detto poc’anzi, non è chiaro se questo sia un atteggiamento benefico nei confronti di questo sport.

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Certamente, LeBron James non è uno che ha fatto molto per assicurarsi il ruolo di “salvatore della patria”, di “paladino degli oppressi”, vedi “The Decision”, con la quale ha deciso di “portare i suoi talenti a South Beach”. Non è il soggetto più simpatico, utilizza, forse, i social a sproposito, lanciando messaggi velati (ma neanche troppo) e risultando criptico, e a volte nocivo, ai suoi compagni stessi. Però è forte, diamine se è forte. Un noto avvocato/giornalista che tutti conoscono bene diceva che “è stato creato con un metallo senza difetti”, una descrizione veloce e quanto mai utile della sua forza fisica. E poi, possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma stiamo parlando di uno scienziato del gioco, capace di leggere movimenti di avversari e palla prima ancora che gli altri abbiano solo pensato di farlo. Elencare i numeri che ne manifestano la magnificenza è qualcosa che lascia il tempo che trova, sta di fatto che ci troviamo di fronte ad un grande del gioco e, purtroppo, non ce ne rendiamo conto appieno.

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Poi, certo, si può stare qui ad elencare tutti i motivi per cui, invece, non è così apprezzato, per utilizzare un largo giro di parole. L’arroganza, il suo modo di porsi “mai banale”, il suo fare da “padre padrone” che non ha mai convinto, il suo essere giocatore, allenatore e general manager allo stesso tempo, il suo potere decisionale. Sono caratteristiche innate, queste del “Prescelto” (anche questo soprannome non è che lo abbia granché aiutato), come lo sono tutti gli aspetti positivi che abbiamo elencato poc’anzi. In breve, se prendi LeBron, che sia come giocatore, come idolo, mito indiscusso o come figura da odiare e criticare a spada tratta, prendi tutto il pacchetto, gli aspetti positivi, moltissimi, e gli aspetti negativi, non tanti di meno. Come se, oltre all’ormai canonico (e vincente) sistema Spurs esistesse un altro tipo di sistema, meno elaborato ma complesso tanto quanto, o forse di più: il “sistema LeBron”. Per andarci d’accordo devi accettare tutte le sue lune, quelle che ti fanno esaltare e quelle ti fanno deprimere; se, da buon GM, fai di tutto per averlo in squadra, devi accettare la sua spasmodica voglia di avere voce in capitolo in ogni decisione, potrai irritarti, potrai risentirti, però poi lo vedi giocare e ridimensioni i tuoi “mal di pancia”. Se, da buon coach, decidi di costruite il tuo playbook su di lui devi convivere con tutto ciò che ne consegue, il suo mettere parola su ogni schema, il suo far girare a proprio piacimento chi gli sta intorno. Potrai arrabbiarti, potrai disprezzarlo ma non potrai dire nulla quando metterà in ritmo i compagni con passaggi che solo lui vede o quando deciderà di vincere la partita.

Questa stagione, per LeBron, non è stata semplice, per lo meno non lo è stata rispetto ad altre, rispetto agli anni di “assoluta pacatezza” di Miami. A Cleveland lui si sente il padrone, lui decide, lui fa. Il caso Blatt, che tante incognite ha lasciato, ne è l’assoluta conferma; potrebbe essere controproducente, però, sta di fatto, che la cittadina dell’Ohio dipende, sportivamente parlando, da quel numero 23 e dal cognome su quella maglia. Negli anni in cui lui militava in altri lidi, alla Quicken Loans Arena la stagione finiva a metà aprile, da quando è tornato si sono ripresentate le ambizioni. Non può essere una mera coincidenza.

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Si può amare, si può odiare (sportivamente), ma non si può discutere la sua grandezza. Magari non vincerà sei titoli come Jordan, magari non segnerà 30mila punti, magari non farà nulla del genere. Ma gli basterà fare un unico, decisivo, passo per entrare nell’Olimpo: vincere a casa sua, portare la sua franchigia sul tetto del mondo, lì dove mai è stata. A quel punto, il silenzio calerà. Le critiche, com’è ovvio che sia, arriveranno, si moltiplicheranno, ma attorno a lui sarà silenzio, quello del rispetto e della vittoria. Come, se e quando ci riuscirà non è dato saperlo, intanto i playoffs 2016 sono cominciati con una vittoria, la corsa all’anello sembra abbastanza complicata, considerato cosa esce dal “selvaggio West”. Però, stiamo parlando di LeBron James, mai dare nulla per scontato. D’altronde, con i suoi pro ed i suoi contro, “siamo stati, siamo, e saremo tutti testimoni”, che piaccia o no.

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