L’importanza di tifare Kobe Bryant

L’importanza di tifare Kobe Bryant

Amato e odiato durante la sua carriera, Kobe Bryant ha reso magico quest’ultimo ventennio per tutti i fan della NBA.

E’ finita. E’ finita per davvero.
Dopo venti anni trascorsi sui parquet della NBA e 5 titoli conquistati, Kobe Bryant appende gli scarpini al chiodo con buona pace dei milioni di suoi fan sparsi per il mondo.
Di Kobe se n’è parlato sempre tanto, sin dall’inizio, perché è uno di quei personaggi che vengono venerati, ma anche odiati, fino a livelli inimmaginabili. La sua carriera può essere suddivisa in tre periodi: l’accoppiata con Shaquille O’Neal ed il threepeat, la leadership incontrastata con al fianco Gasol, Odom, Fisher e Ron Artest ed il brutto periodo dei Lakers che perdura nel tempo.
In tutte queste fasi della sua carriera, però, i suoi tifosi si son legati sempre di più a lui, difendendolo a spada tratta quando ce n’era bisogno e sventolando a destra e a manca i suoi traguardi ed i suoi successi, come la mattina del 23 gennaio del 2006.
Quella è la Mattina con la M maiuscola per i suoi fan, che entrando in caffetteria sorridono sfogliando il giornale alla ricerca della notizia degli 81 punti rifilati ai Toronto Raptors. Persino il signore anziano in fondo alla sala, che di solito si limita a leggere l’ultima pagina del giornale (quella dei necrologi), perde due minuti di tempo per informarsi sulla vicenda. Il tifoso del Black Mamba sorride, sorseggia il caffè più buono della sua vita e scappa in università.

Di quell’impresa se ne parla tuttora e probabilmente ne sono più fieri i suoi fan che Bryant stesso, perché se è vero che a fine carriera i risultati conseguiti sono indelebili, è pur vero che un campione è colui che tramanda grandi emozioni ed ottimi esempi ai più giovani e a chi ama questo bellissimo sport.

La scintilla scatta da subito, un ragazzino che a 19 anni inizia a dominare con una tranquillità ed una sicurezza che possono appartenere solo ai più grandi, fino ad un’altra data importantissima: il 14 giugno del 2000.
I Lakers trovano gli Indiana Pacers alle Finals NBA, avanti 2-1 nella serie fanno visita a Reggie Miller e compagni con la possibilità di ipotecare il titolo. A 2’30” dalla fine sono avanti di tre lunghezze ma un sontuoso Shaq da 36+21 commette il sesto fallo ed è costretto ad abbandonare l’incontro.

Inutile sprecare parole per commentare ciò che succede dopo, le immagini rendono molto di più l’idea.

Quel ragazzo ricciolino inizia a far paura ed i campetti di tutto il mondo iniziano a riempirsi di canotte gialloviola con il #8 sulle spalle.
Due anni dopo Kobe si ritrova a mettere al dito il suo terzo anello, con appena 23 primavere a carico, e dopo aver vissuto da protagonista una delle serie più belle mai viste contro i Kings di Webber, Bibby e Divac.

Tutti sono ai suoi piedi, il numero di fan aumenta a dismisura ed il bello è che ogni mattina il caffè conserva un aroma squisito, quello della gloria.
Gli anni trascorrono inesorabilmente, gli Spurs danno vita ad una vera e propria dinastia, LeBron James prova a prendersi la scena ed i Boston Celtics sono un’armata, ma Kobe c’è ancora e la voglia di vincere non è svanita.
Chi lo ama si è stancato di sentir dire che quei tre titoli vinti consecutivamente portano esclusivamente la firma di Shaq, chi lo odia continua a ghignare. Non bastano i famosi 81 rifilati a Toronto, neanche il periodo magico che va dal 16 al 23 marzo del 2007 (65 punti ai Blazers, 50 ai Timberwolves, 60 ai Grizzlies e 50 a New Orleans), c’è bisogno del quarto anello, perché Kobe lo sa, i record servono a poco se non arriva il titolo NBA.
Nel 2008 i ragazzi di Phil Jackson dominano i Playoffs ad Ovest ma devono arrendersi allo strapotere dei Celtics di Rivers guidati da Rondo, Allen, Garnett ed un immenso Paul Pierce. Nel 2009 però, nessuno può fermare il Black Mamba, che un anno dopo si prende anche la rivincita sugli acerrimi rivali della Eastern Conference.
Gli haters ora storcono il naso, i suoi seguaci cambiano il numero sulla canotta (ma non il cognome) continuando a riempire i campetti e l’intera NBA si inchina al cospetto del figlio di Joe.
Il #24 che mise al tappeto quei Celtics ha perennemente l’espressione di chi non è sazio di vittorie, ed è questo il motivo d’amore e di odio da parte degli appassionati di NBA: Bryant spesso è “solo sull’isola”, ma è quello il suo posto ideale.

Il secondo decennio del 2000 vede i Lakers crollare con Nowitzki, James, Duncan e Curry che si dividono il trono. Non si può vincere sempre, e questo è chiaro a tutti, ma la tenacia del nativo di Philadelphia, vuoi o non vuoi, viene fuori.
Quella del 12 aprile 2013 è una partita che entra di diritto nella storia del gioco, forse anche più degli 81 e dei cinque titoli NBA.
Kobe segna “solo” 34 punti ma la vittoria sui Warriors consente ai Lakers di prendere parte alla post season ed è frutto di una prestazione da guerriero.
Pazienza se il tendine d’achille ha fatto “pop” e pazienza anche se Steph Curry con 47 punti voleva dimostrare che la lega sarebbe presto diventata di sua proprietà, la fame di vittoria è troppa per Kobe ed il problema (per gli altri) è che lo è sempre stata.

Match epico del #24, gialloviola ai Playoffs, tutti in piedi e tutti a casa.

Quel “pop” però costa caro a Bryant, perché anche se qualcuno poteva immaginarlo, la fine sembrava ancora lontana. Il fisico però non regge più, come ammette in una lettera, e pian piano si giunge all’annuncio dell’addio, ci si volta indietro e scappa una lacrima. 

I campetti e le strade sono ancora piene di canotte con il #24 stampato addosso, i ragazzi tentano di imitare il suo fadeaway, tutti si riuniscono in un applauso (anche gli haters questa volta si arrendono) e la NBA si prepara ad una nuova era.
E’ difficile immaginare le sensazioni che regalerà la prima partita della prossima stagione, perché ad oggi è impossibile pensare che i termini “Bryant” ed “NBA” non andranno più a braccetto.
Intanto sorge il sole, solita caffetteria, solito barista di fiducia, ma questa volta il caffè è una ciofeca.

Continua a stupirci e a farci sognare: grazie di tutto Kobe.

www.washingtonpost.com
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