L’insostenibile leggerezza dell’essere Russell Westbrook

L’insostenibile leggerezza dell’essere Russell Westbrook

Il #0 di OKC è alla prova del nove: sarà l’anno della definitiva consacrazione?

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Durante l’estate il roster dei Thunder è stato rivoluzionato: la stella KD si è accasata a Golden State, per non parlare della transumanza che si è consumata da Oklahoma City verso i verdi pascoli dell’Eastern Conference: Serge Ibaka e DJ Augustin a Orlando, Dion Waiters a Miami, Randy Foye a Brooklyn…
Tutto il rispetto per i nuovi arrivi Ilyasova e Oladipo, altrettanto per i rookie Abrines e Sabonis, ma è chiaro che il peso della squadra graverà quasi esclusivamente sulle spalle di Russell Westbrook. Non tanto perché il cast di supporto non sia all’altezza (ma lo è?), quanto perché il buon Russell potrà dare ancor più libero sfogo a quello che pare essere il suo motto di vita: “Io, solo contro il mondo”.

Già con Durant in squadra, Westbrook non si ritirava certo davanti a un tiro da prendersi o a una galoppata a testa bassa verso il ferro, ma la presenza sul parquet del #35 faceva inevitabilmente gravitare attorno a quest’ultimo buona parte dei palloni disponibili nell’attacco di OKC.

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Ora l’incombenza è decaduta, via libera alle scorribande tanto care alla point guard da UCLA e a tutto quello che ne potrà conseguire; avete presente le ultime 27 partite della stagione 2014/15, quelle che Durant si saltò per un infortunio al piede? Westbrook le chiuse con 31.3 punti, 9.9 assist, 8.7 rimbalzi e 2 rubate di media, preparatevi a una stagione intera su questi ritmi.
Però state pronti anche per le 5.2 perse, il 30.9% da tre e il 41.7% dal campo, con più di 24 tiri a partita.

Tanto eccentrico nel guardaroba quanto simpatico e disponibile fuori dal campo, Russell sul parquet non si fa scrupoli nell’eliminare ogni tipo di filtro tra l’istinto puro e la messa in pratica: ogni tiro che può andar dentro è un buon tiro, e in linea puramente teorica tutti i tiri potrebbero entrare.
Le scelte che fa in campo sono insostenibili per alcuni, ma le prende con tale leggerezza da far quasi pensare che ci sia una logica dietro; e se in attacco, bene o male, il computo generale può considerarsi positivo, lo stesso non si può dire per la metà campo difensiva, dove la costanza e l’applicazione westbrookiane sono ai limiti dell’imbarazzo. Privo di un ulteriore freno (che potremmo visualizzare come Durant libero da tre con le mani aperte e protese in avanti), chissà quali vette di azzardi potrà raggiungere il nostro, per la gioia e la disperazione di coach Donovan.

Westbrook sarà un treno fuori controllo, lanciato a folle velocità verso il muro di metà aprile: lo sfonderà indenne o ci si schianterà contro? Gli obiettivi di squadra non possono essere gli stessi degli anni passati, ma OKC, in caso di approdo ai Playoffs, potrebbe rappresentare una mina vagante il cui detonatore veste la maglia #0.
La società, perso Durant, si è legata a Westbrook prolungando il suo contratto almeno fino al 2018 e dimostrandosi quindi fiduciosa che il suddetto la possa mantenere ad alti livelli; per quel che riguarda le cifre di Russell ci sentiamo di scommettere su un loro ennesimo incremento, ma riguardo al record dei Thunder, sarà dato sapere solo a primavera. Da quest’ultimo dipenderà anche l’assegnazione del titolo di MVP stagionale, che storicamente è anche il leader di una delle squadre migliori della lega: un eventuale (e a dirla tutta, sorprendente) podio a Ovest per OKC potrebbe schiudere le porte di Miglior Giocatore a Westbrook.

L’eventuale consacrazione di Russ non passerà quindi da una sua conversione sulla via di Oklahoma City ai crismi del playmaker ragionatore, bensì dai risultati di squadra che lui e i suoi compagni riusciranno a ottenere.

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