Lo strano caso del dottor Russell e del signor Westbrook

Lo strano caso del dottor Russell e del signor Westbrook

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http://thewitherspoonlawgroup.com C’è un solo giocatore al mondo che chiudendo una stagione al primo posto per punti segnati, al secondo per palle rubate e al quarto per assist, finisce fuori dal podio nella classifica per l’MVP. Se ci si aggiunge che, pur essendo una point guard, ha tirato giù 7.3 rimbalzi a partita (nessuno nel ruolo di 1, 2 o 3 ha fatto meglio), si dovrebbe come minimo proporre un’interrogazione parlamentare. Ma quando si parla di Russell Westbrook, ogni paradosso viene ridotto a dettaglio. Sono talmente tante le contraddizioni del numero 0 di OKC, tra fuori e dentro il campo, che quasi ci si dovrebbe stupire che non pretenda di sostituire Ibaka nel ruolo di centro, magari indossando uno dei suoi sobrissimi completini.

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Antetokounmpo e Anthony Davis possono essere definiti giocatori del futuro per la fusione delle loro incredibili capacità tecnico-fisico-atletiche, ma già nel presente trovano una più o meno solida configurazione (seppure sia sempre in divenire) all’interno della loro squadra e più in generale nella lega; anche Westbrook è fulgido esempio di eugenetica cestistica al suo massimo, ma il ruolo di playmaker è talmente ancorato ad antiche convenzioni che l’assimilazione dello sconvolgimento da lui rappresentato risulta molto più difficile.

Chiaramente non è più l’epoca dei playmaker che pensavano solo a far segnare i compagni e si prendevano 5/6 tiri a partita, ma la rivoluzione westbrookiana è un tornado a cui nemmeno tutti i Tony Parker, Derrick Rose e Kyrie Irving di questo mondo ci hanno potuto preparare. Forse negli ultimi 30 anni il solo Iverson, per ruolo e ammontare di tiri presi, può essere in qualche modo paragonato a RW, ma i Sixers a cavallo dei due millenni erano in tutto e per tutto figli di The Answer (senza di lui probabilmente non avrebbero mai visto i playoff nemmeno da lontano), e poi relegare Iverson a un ruolo predefinito sarebbe quantomeno riduttivo.

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Westbrook invece ha finora dovuto dividere la stanza con elefanti NBA del calibro di Jeff Green, Harden, Durant e Ibaka: finché ha potuto è rimasto nei panni del docile Dr. Jekyll, ma si è presto capito che lo scalpitio di Mr. Hyde non si sarebbe potuto trattenere a lungo. Già, perché Russell non ha bisogno di preparare alcuna pozione magica per lasciare che i suoi istinti più sguaiati prendano il sopravvento: gli basta indossare un paio di scarpe da basket (rigorosamente inguardabili) e la divisa da gioco, ché subito il bravo ragazzo amicone di tutti si trasforma in un mangiapalloni senza scrupoli.

Dismessa la tenuta col numero 0, infatti, a detta di amici e degli altri Thunder Westbrook attira solo simpatie con i suoi modi di fare sempre attenti al prossimo: il suo Dr. Jekyll ha persino messo in piedi una fondazione con la quale prova ad aiutare la comunità di Oklahoma City, e alla sua prima convocazione in Nazionale grande è stato lo stupore dei suoi nuovi compagni di squadra, che lo hanno trovato molto spiritoso e sempre pronto alla battuta. In campo, però, è un’altra storia. Nell’ultima stagione poi, Mr. Hyde ha avuto ancor più modo di scorrazzare a causa degli infortuni dei sopra citati Durant e Ibaka: libero dall’obbligo di dover lasciare spazio ad altri compagni, ha tentato poco meno di 22 tiri di media a partita per un totale di 1471 conclusioni dal campo (una in più di James Harden, altro timidone in attacco, che però ha giocato 14 partite in più di Westbrook). Cifre che al buon John Stockton, mica uno qualunque, ci volevano minimo due stagioni intere per essere messe insieme. Nemmeno una brutta frattura dello zigomo patita a febbraio ha potuto frenare l’animalesco istinto per la vittoria di Russell, e la striscia di 4 triple doppie consecutive è stato solo il climax di una seconda parte di stagione statisticamente mostruosa a livello personale, ma non abbastanza ricca di vittorie da poter permettere a lui e ai suoi di proseguire il campionato oltre il 15 di aprile.

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I suoi detrattori attaccano duro sull’egoismo, la non proprio sapiente capacità decisionale in attacco (l’anno scorso era primo anche nella non invidiabile classifica delle palle perse con 4.4 a gara) e la difesa; quest’ultimo è obiettivamente il suo più grande tallone d’Achille perché da un atleta del suo calibro, peraltro dedito al lavoro in palestra e al costante miglioramento, non si può perdonare l’abituale difesa cosiddetta “del torero”, che prevede cioè di lasciarsi scappare il proprio uomo in palleggio per cercare di rubargli la palla da dietro. Forse sarà il colore acceso di alcuni suoi abiti che lo fanno sentire matador.
Ennesima contraddizione nella carriera di Westbrook, e si scommette che non sarà l’ultima.

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