“Luxury Trade”: Boston Anno Zero

“Luxury Trade”: Boston Anno Zero

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Photo: blog.mlive.com

31 Luglio 2007, Boston, TD Garden.

In una sala stampa affollata e carica di entusiasmo, inizia ufficialmente il ciclo dei “Big Three”: Paul Pierce, uomo simbolo dei Celtics; Ray Allen, miglior realizzatore da 3 punti ogni epoca; Kevin Garnett, MVP della regular season 2004 e recordman dei Timberwolves in tutte le categorie statistiche.

Dalle ceneri della disastrosa stagione 2006/2007, terminata col record negativo di 24 vittorie e 58 sconfitte, la “fenice” biancoverde risorge prepotentemente: grazie ad un’abile manovra di mercato, tre tra i migliori giocatori della storia della Lega e forse tra i più affamati, sono uniti sotto un unico tetto, disperatamente a caccia del loro primo anello.

La parola che forse meglio di tutte riassume il rinnovato spirito Celtics è “Ubuntu”. Questo termine, proveniente dalla lingua Bantu, incoraggia e sottolinea l’importanza del successo collettivo al di sopra del prestigio personale, diventando così il “grido di battaglia” dei nuovi Boston Celtics, accomunati da una ferocia primitiva e devoti ad un senso di appartenenza quasi tribale.

E così, attraverso un percorso di conoscenza reciproca (dentro e fuori dal parquet) iniziato a Roma nell’Ottobre 2007 durante l’NBA Europe Live Tour, i Big Three arrivano a vincere il tanto agognato titolo: il 17 Giugno 2008, al termine di una trionfale vittoria in gara-6 delle Finals contro i Lakers, i Celtics possono innalzare nel glorioso soffitto del Garden il loro diciassettesimo banner.

Quasi per un gioco di corsi e ricorsi storici, il momento più alto della storia recente di Boston arriva proprio contro gli acerrimi nemici di sempre, quei Lakers con cui negli anni ’80 hanno dato vita ad alcune delle pagine più belle della storia del basket. Sulle orme di McHale, Parish e Bird, i nuovi Celtics castigano i successori di Magic e Kareem: Auerbach avrà gradito dall’alto dei cieli, godendosi un sigaro della sua collezione.

Negli anni successivi Boston non riesce a ripetere l’impresa, pur raggiungendo gli invidiabili traguardi di una semifinale di Conference (persa contro Miami nel 2011), due finali di Conference (contro Orlando nel 2009 e contro Miami nel 2012) ed un’altra finale NBA (nel 2010 ancora contro i Lakers).

Il meccanismo sembra essersi inceppato, e Ray Allen nell’estate 2012 saluta baracca e burattini, portando i suoi servigi a South Beach, da quei Miami Heat appena laureatisi campioni NBA.

I Celtics e soprattutto Garnett non la prendono bene: basti pensare all’ormai celebre episodio dell’opening game di quest’anno tra Celtics e Heat, in cui “The Big Ticket” rifiuta di stringere la mano al suo ex-compagno, reo di aver tradito la causa biancoverde.

La storia di quest’ultima difficile stagione dei Celtics può essere forse riassunta da una parola, anzi una sigla, dal significato ben lontano dal battagliero “Ubuntu” di 6 anni fa: ACL.

“Anterior Cruciate Ligament”, per gli amici “ACL”, è diventata senza ombra di dubbio la sigla più temuta dai tifosi NBA negli ultimi anni, poiché quasi sempre accompagnata dalla parola Torn (“lacerazione”): dodici mesi fa Derrick Rose, ad oggi non ancora rientrato sul parquet, quest’anno Rajon Rondo, hanno subito la rottura del legamento crociato anteriore, con conseguenze drammatiche sui risultati delle rispettive franchigie.

L’annata dei biancoverdi, dall’infortunio di Rondo in poi, è sembrata più un calvario verso la croce che una stagione sportiva: il playmaker nativo di Louisville, diventato sempre più leader tecnico ed emotivo negli ultimi anni fino a diventare di fatto il fidato scudiero di Pierce e Garnett, ha lasciato un vuoto incolmabile che ha trascinato i Celtics giù fino alla settima posizione della Eastern Conference. Inutile sottolineare che neanche l’orgoglio indomito di “The Captain and the Truth” e dell’ex-Wolves è riuscito ad evitare l’eliminazione ad opera dei Knicks di Carmelo Anthony.

L’offseason è il momento in cui tutti, dai GM agli allenatori, dai giocatori ai tifosi, tirano le somme della stagione NBA appena trascorsa e fanno i conti con delusioni e gioie, con fervide aspettative e speranze disilluse.

Anche in casa Celtics, è arrivato il momento di fare delle riflessioni: Paul Pierce compirà ad Ottobre 36 anni, Kevin Garnett ha già superato la soglia dei 37 e la finestra temporale a loro disposizione per provare ad infilare un altro anello al dito sta per chiudersi inevitabilmente.

Al momento la rosa dei Celtics non sembra poter garantire un supporting cast di livello: gli effettivi sono gli stessi dello scorso anno, il Draft difficilmente potrà aiutare il roster con qualche aggiunta di qualità e nell’estate dei free agent (su tutti Chris Paul, Dwight Howard e Josh Smith) Boston non ha l’appeal e soprattutto lo spazio salariale per investimenti faraonici che spostino gli equilibri della Lega, come successo 6 estati fa.

D’altra parte, è lecito mettersi nei panni della dirigenza: potranno ancora i due veterani dare qualcosa alla causa? Avranno la forza e le motivazioni per ripartire verso un’altra cavalcata vincente?

La strada da percorrere più sensata per entrambe le parti in causa è forse anche la più dolorosa: il primo passo è stata la separazione da Doc Rivers, maestro della panchina che insieme al fido Tom Thibodeau ha costruito un sistema e un’identità di gioco vincenti, basati sulla difesa e sulla compattezza del gruppo (“Ubuntu”, ricordate?). Coach dei Celtics dal 2004 ad oggi, porterà il suo bagaglio di leadership tecnica ed emotiva ai Clippers, in cambio di una scelta al primo giro del Draft del 2015.

Il fulmine a ciel sereno è stata la notizia della partenza di Pierce e Garnett, destinazione Brooklyn Nets.

Fa specie pensare a Boston senza questi due campioni, soprattutto ripensando a qualche dichiarazione: “I bleed green. I die green”, dichiarava Garnett non più tardi di qualche settimana fa, ovvero “Io sanguino verde. Morirò verde”. Tuttavia, nonostante una “No-Trade-Clause”, che consentirebbe al lungo di porre il veto su una sua trade, egli non sembra affatto dispiaciuto a rivolgersi ad altri lidi per provare ancora a vincere. Anche “The Captain”, l’uomo simbolo di una franchigia, una vita in biancoverde dal 1998, nella buona e nella cattiva sorte, sembra pronto a seguire il compagno e amico fin dai tempi dell’high-school.

Bisogna però considerare che l’oneroso contratto di Pierce costringerebbe Boston a pagare più di 15 milioni di dollari di Luxury Tax, per aver sforato il tetto dei 70 milioni di dollari in stipendi: siamo sicuri che non sia più conveniente una separazione sia per i giocatori che per la franchigia?

Detto fatto, ed ecco che Paul Pierce, Kevin Garnett e Jason Terry lasciano il Massachusetts per accasarsi nella Brooklyn del neo-allenatore Jason Kidd: fanno il percorso inverso Kris Humphries (contratto in scadenza), Gerald Wallace, MarShon Brooks, Kris Joseph e Keith Bogans (tramite sign-and-trade), oltre alle prime scelte del 2014, 2016 e 2018.

Ricomporre i cocci dopo questa trade così destabilizzante sarà difficile e richiederà del tempo, anche per cicatrizzare la ferita, inevitabilmente insanguinata, lasciata aperta nel cuore dei tifosi biancoverdi.

In quella conferenza stampa del 31 Luglio 2007, che mai come oggi appare così lontano, Danny Ainge(GM dei Celtics artefice di quella trade memorabile) ammoniva i tifosi sul facile entusiasmo che si era creato nell’ambiente:”They will never be The Big Three until they win something together”. Allen, Pierce e Garnett hanno vinto e si sono meritati l’appellativo di Big Three, ora a Boston bisogna ripartire rispettando le scelte di questi campioni: forse bisognerà costruire intorno a Rondo, forse bisognerà ripartire da zero, nell’attesa che risorga nuovamente la “fenice” biancoverde dalle ceneri di questa gelida estate.

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