Ma come LeBron…

Ma come LeBron…

Un irriverente itinerario nei possibili futuri del Re.

di Massimo Tosatto

Chi e’ che può dirmi chi io sono?
Shakespeare, Re Lear

LeBron scelse L.A. perché la sua persona, intesa in senso filosofico, richiedeva un palcoscenico abbastanza grande da contenerlo, dopo aver passato la carriera in mercati piccoli che è riuscito a elevare alla vittoria quasi da solo.

Ma l’avventura a L.A. sponda Lakers si è rivelata più complicata del previsto. Abituato a primeggiare in una Eastern in cui bastava la sua presenza, con altri 4 presi alla fermata della metro per vincere in carrozza la Conference, LeBron si è scontrato con una Western molto più complessa, con squadre molto più forti da incontrare, e farlo a ripetizione, non le due volte che l’altra metà del cielo NBA gli proponeva.

Certo, non è detto che se quest’anno avesse giocato nella Eastern, il risultato degli anni scorsi si sarebbe ripetuto. Toronto, Milwaukee, Philadelphia e Boston sembrano più attrezzate e avrebbero sicuramente spostato più in basso il ranking dei Cavs.

Ma quello che sta succedendo ai Lakers era difficilmente immaginabile. LeBron, con la sua persona fuori dagli schemi, si sta dimostrando forse troppo grande per essere inglobato in una leggenda Lakers piena di nomi come i suoi. Il pubblico fatica ad amarlo, lo sente come un corpo estraneo, lo rigetta come un innesto da una pianta aliena, che proprio non riesce ad attecchire.

LeBron fatica a farsi incasellare in una squadra. Fin dalla High School ha preso lui la palla in mano. Le prime stagioni ai Cavs, li portò ai Playoffs e in finale praticamente da solo, con una squadra ancora peggiore di quella degli ultimi anni in Ohio. E quando andò a Miami, lo fece sotto l’alto patronato delle arti del basket, esercitato da Pat Riley, Erik Spoelstra e Dwyane Wade, che riuscirono a contenere la sua tendenza a esondare e a occuparsi di tutto.

Perché LeBron è così: un universo in movimento. Quando arriva in città la città si muove per lui, vuole lui, crea hype, è lo spettacolo in piazza.

A Cleveland. O Miami.

da slamonline.com
da slamonline.com

Ma a Los Angeles lo spettacolo è ovunque, in qualunque angolo, e LeBron non è più tutto, è solo una sfaccettatura, nemmeno troppo luminosa nella ghirlanda fluorescente che circonda i Lakers.

Ora, la squadra è in difficoltà. LeBron non va d’accordo con Walton, che poteva trasferirgli il know-how del gioco Warriors. Ma come fai a trasferire il know-how di un gioco che consiste nel condividere la palla, quando LeBron se la tiene 22 secondi su 24?

Stranamente, visto come va la squadra, Walton non è stato ancora esonerato, ma si dà per certa la sua partenza a fine stagione.

E LeBron? I Lakers hanno investito molto su James, ne hanno fatto la base del loro futuro a breve. Ciò nonostante, le domande sono più delle risposte e l’inserimento di un giocatore unico, oversize, sembra aver fatto deragliare la crescita delle giovani stelle Ingram e Kuzma, cambiando in corsa un tipo di gioco con un altro, per la fretta di arrivare a un titolo con LBJ.

La fretta, tuttavia, è una cattiva consigliera, come la storia dello sport dimostra sempre. Per informazioni chiedere a New York anno 2011, quando scambiò il futuro con Carmelo Anthony, e ormai da otto anni cerca la propria anima cestistica in un vagabondaggio ancora non giunto a conclusione.

O agli stessi Lakers, con Karl Malone e Gary Payton.

Insomma, anche in un tempo come questo, fatto di alchimie contrattuali e di scambi continui per migliorare la squadra, l’approccio migliore è quello di chi costruisce con giudizio, non cerca la pietra filosofale che scambi il piombo in oro, ma scavi pazientemente fino a trovare la pepita.

Ora, prendendo LeBron, i Lakers hanno occupato lo spot di giocatore più forte con uno che probabilmente non lo sarà più, e sono in difficoltà a chiamare altri giocatori forti, in quanto nessuna stella vorrebbe vedersi oscurata dal Re.

La situazione è più complicata di quel che sembra. LeBron potrebbe chiudere la strada a qualsiasi acquisizione che gli permetta, nel breve, di arrivare al titolo (non volontariamente, no, solo per la sua presenza), e a un coach che non abbia voglia di essere lo zerbino del sistema cestistico Lebroniano, un sistema tipicamente tolemaico, con LeBron al centro e il resto della squadra a girare su di lui.

Quindi, torniamo al peccato originale. Dopo la sua ultima stagione a Cleveland, LeBron avrebbe dovuto rendersi conto di dover perseguire il titolo in una piazza già costruita, almeno in parte, e di non poter andare in un posto in cui il titolo stesso lo vedessero con il binocolo.

Ma dove avrebbe potuto andare? In qualsiasi posto avrebbe trovato un coach con delle idee ben precise, e avrebbe dovuto calarsi nella realtà di una squadra in cui essere, molto più di adesso, una pedina, e non il Re. Immaginiamo, ad esempio, un LeBron a Portland, o a New Orleans. Dopo qualche partita sarebbe entrato in conflitto con le altre stelle, Davis o Lillard, e avrebbe cominciato a dirgli come giocare. Gli allenatori, probabilmente con squadre più vogliosi di seguirli, avrebbero litigato con lui, ma lui non ha più il potere contrattuale di un tempo, e deve rendersi conto di dover condividere il suo gioco, non semplicemente essere tutto della sua squadra.

La realtà è che LeBron non è adatto a una piazza come L.A. Come Wilt, lui è più grande del gioco, e in un posto come L.A. uno come lui deve accettare di piegarsi a essere uno dei tanti come non è mai stato. Per Kobe fu diverso: lui volle andare subito ai Lakers, fu allevato nelle loro viscere e ne fu un giocatore organico. Come lui, Magic, Jerry West, George Mikan, i giocatori cardine della storia della squadra.

Per amore di Cleveland, James ha aspettato troppo per arrivare a Los Angeles. Ha voluto compiere la sua missione e dopo arrivare nella grande città, come se la sua carriera fosse infinita.

Invece non lo è, nemmeno la sua. E ora che si vede all’orizzonte un periodo in cui la NBA farà senza di lui, una squadra come i Lakers può considerarlo sacrificabile.

Non ci facciamo abbagliare da tutto l’hype messo in piedi per LeBron. Qui non è a Miami. Non è a Memphis. A L.A. non puoi sbagliare come capita nelle altre città. Magic è un businessman accorto, non permetterà al suo investimento di marcire in fondo alla classifica. Certo, questo è un campanello d’allarme anche per Kuzma e Ingram. Nessuno sottovaluta il fatto che, in assenza di LeBron, i due gioiellini non siano riusciti a risollevare le sorti della squadra. Ball, di suo, non fa parte del discorso, in quanto il suo futuro da comprimario è già scritto.

Il come, spetta alla creatività dei GM. L’amore tra L.A. e LeBron non è mai sbocciato, e per rendere importanti questi ultimi anni, LeBron ha bisogno di un luogo in cui scendere a patti col tempo, esiliarsi in mezzo a dei giocatori in grado di accoglierlo e fargli fare un’ultima grande cavalcata.

Getty Images
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Per certi aspetti, questa è la sua più grande sfida. Molto più grande del semplice ruggire come una fiera e imporsi su tutti grazie al suo talento straordinario. Ora deve chiudersi in se stesso, lentamente, per permettere alla sua forza immensa di esprimersi fino alla fine e lasciar uscire ancora un raggio di sconvolgente grandezza dalla fessura della sua carriera, che sta per chiudersi.

È nel tramonto che i grandi vengono davvero amati. Forse potrebbe tornare a Est in una squadra già forte in cui potrebbe fare da chioccia ai giovani, accomodarsi a 18-20 punti a partita e coprire un ruolo in cui avere più rispetto del suo corpo.

Il sogno, il capovolgimento della storia, sarebbe un LeBron che finisce ai Warriors al posto di KD. Con LeBron che diventa improvvisamente buono (o cattivo, dipende dalla visione) e s’ingloba nel sistema che ha sempre avversato, cercando di capirlo. Un finale alla Frank Capra, o John Ford, degno della vecchia Hollywood. Nella realtà, probabilmente, sarebbe la sabbia che ingrippa il motore, ci vorrebbe tempo, faticherebbe a tenere a bada la sua essenza leonina, ma troverebbe gli avversari di un tempo che, anche loro, cercherebbero di fermare la deriva del nuovo che avanza e, ironicamente, spazza loro che il nuovo sono stati fino a ieri.

Tutto questo è crudele. Inutile negarlo. Il ruggito di LeBron ha intimorito l’NBA per un quindicennio, e ora, all’improvviso, si trova a essere ignorato. I giovani non sentono più il cuore tremare quando li rimprovera; una generazione, la generazione di LeBron, se ne va. Quest’anno Dirk e Wade, il prossimo altri. E nel tramonto di questa generazione si vede in controluce quello di LBJ, inutile negarlo, prima di tutto per lui. Sarà ancora più forte di tutti, o della maggioranza, ma quando un leader come lui tira il fiato, lo sbranano, non hanno alcun rispetto.

Per questo sarebbe bello vederlo tramontare come merita, giocando i suoi ultimi anni con il rispetto che la sua grandezza merita, saziando gli haters e soddisfacendo i lovers, finalmente insieme a dire che “Sì, certo, aveva difetti, ma come LeBron…”.

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