Mamba’s Obsession

Mamba’s Obsession

Storia di una vita dedita all’amore per il gioco.

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Ci sono dei casi dove è la fase ossessiva a definire un giocatore, senza l’ossessione non c’è il campione. Per molti dei fuoriclasse contemporanei la fase ossessiva del proprio gioco è la voglia di vincere sempre e comunque, anche quando non ce ne sarebbe bisogno. Questo è il caso di Kobe Bryant.
Probabilmente solo i cattivi dei film americani hanno tanta voglia di dominare il mondo quanto lui. E lui c’è riuscito, anche se, solo 5 volte. Perché “solo” 5 volte? perché l’altro grande ossessionato del gioco, che ha giocato nel suo ruolo, ci è riuscito per ben 6 volte, e questo è Michael Jordan.
Michael ha segnato questo gioco, non tanto per i record e i titoli, quanto per l’influenza che ha avuto su chi l’ha affrontato e su chi l’ha guardato giocare. È indiscutibilmente il più forte di tutti i tempi.
In rete gira un video in cui vengono affiancate le movenze di Bryant e di Jordan, nel quale è palese quanto Kobe si sia plasmato ad immagine e somiglianza di “His Airness” che lui ritiene il più forte di tutti i tempi, il risultato da raggiungere.

 

Fin da piccolo Kobe è sempre stato un maniaco dell’allenamento, nonostante fosse nettamente il migliore della sua squadra. Si chiudeva per ore in palestra a lavorare sui fondamentali, ed è questa caratteristica che l’ha reso il campione che tutti conosciamo. Si dice che nell’infanzia, 2/3 anni, lui seguendo le partite del padre in televisione, vestito di canotta e pantaloncini, giocasse in salotto quando il padre giocava e si andava a sedere quando veniva chiamato in panchina. Un ossessione estrema per il gioco, che lo ha portato a fare cose altrettanto estreme, quasi al limite della sopportazione umana.

Nel 2012 subì un brutto infortunio al polso, che avrebbe rischiato di costringerlo lontano dal campo per tutta la stagione. Pur di portare la squadra ai playoff lavorò con un allenatore dello staff dei Lakers, per modificare la sua tecnica di tiro, affinché il polso non gli facesse male mentre giocava (finirà la stagione in semifinale di conference).

Dopo la sconfitta con Boston, in finale nel 2008, passo l’intera estate a lavorare in palestra con Hakeem Olajuwon, per poter migliorare il suo attacco in post-basso, non da tutti se si pensa che all’epoca aveva già 30 anni.

 

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Interessante l’aneddoto di quando ci fu l’attacco alle torri gemelle: a New York erano le 9 del mattino dell’ 11 Settembre (le 6 a Los Angeles di 1 mese prima dell’inizio del campionato) e Kobe era sveglio e si stava già allenando, mentre alla radio passavano la notizia dell’attacco. Questo fa di Kobe un giocatore difficilmente collocabile in una squadra, perché questo tipo di ossessione è proprietà di un élite e per gli altri è difficile da comprendere. Negli ultimi anni la cosa è arrivata all’esasperazione, si veda il rapporto che ha attualmente con Nick Young & Company.

 

Ma prima, esclusi gli anni con Shaq (per il rapporto che c’era con O’Neal servirebbe un articolo dedicato), Kobe era parte fondamentale del mercato dei Lakers, sia influenzando le scelte della società (sarà lui a scegliere Pau Gasol e Trevor Ariza come suoi compagni), che rendendo impossibile la vita alle nuove leve.
Rick Fox, compagno di squadra di Kobe dal ’97 al 2004 (più vecchio di lui di 9 anni), ha sempre detto che Bryant in allenamento è umiliante, ti sfida 1 vs 1 e vince sempre, dichiarandoti prima di ogni azione cosa starà per fare o ripetendoti continuamente che non ce la farai in NBA. Sempre Fox aggiunge che, durante le sessioni di video della squadra, Kobe fermava le immagini e interrogava i compagni sugli schemi che stavano guardando.

Difficile da allenare e da avere come compagno, ma sempre al massimo di quello che può fare per amore del gioco.
Che lo si odi o lo si ami, il basket sarà sempre grato a Bryant per ciò che gli ha donato.

 

– di Nicola Malcontenti

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