Metamorfosi incompiuta: analisi di un fallimento

Metamorfosi incompiuta: analisi di un fallimento

Difficile osservare una delle squadre con più storia della NBA crollare. Difficile ipotizzare il mancato accesso ai Playoffs di una squadra con un roster pullulante di All-Stars. Necessario abbandonare i sentimentalismi e delineare (o almeno provarci) le cause del fallimento dei Chicago Bulls.

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Molti discorsi sono stati fatti, ma come spesso succede, seguendo la determinazione latina” Verba volant, scripta manent”, le parole sono destinate a disperdersi nell’aria e spesso si confondono, mischiandosi tra di loro. Necessario quindi svolgere un’analisi lucida, o almeno provarci, sull’inaspettato fallimento, materializzatosi con il mancato raggiungimento dei Playoffs da parte dei Bulls. Certamente le dinamiche che hanno condotto a questo misfatto sono molteplici e indeterminabili, ma nonostante questo qualche assunto può essere tratto e qualche possibile causa palesata. Non bisogna riferirsi e non bisogna annoverare tra queste gli innumerevoli infortuni che si sono succeduti nel corso della stagione regolare, anch’essi certamente fattori determinanti a questo negativo risultato, ma non riducibili a unico peccato originale.
Con un Rose completamente recuperato (dubbia la possibilità che questo accada) e con Butler e Gasol sani probabilmente le sorti della squadra dell’Illinois sarebbero state altre; ma anche quando questi tre atleti erano compresenti, il gioco complessivo manifestava evidenti problemi. La storia fortunatamente non si costruisce con i se ma con i fatti concreti e, purtroppo per loro, i Bulls hanno concretizzato poco.
Difficile spiegare come una squadra composta in gran parte da giocatori veterani e il cui nucleo centrare fosse già stato assemblato da qualche anno e che, quindi, fosse già presente una reciproca conoscenza, non sia riuscita a strappare un biglietto per la off-season.

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Il casus belli probabilmente risiede nella scelta dell’allenatore, Fred Hoiberg. Prima dell’inizio della regular season 2015-16 si decise di sostituire Thibodeau con l’ex allenatore di Iowa State. I cambiamenti spesso giovano e sono necessari, soprattutto quando una squadra non riesce a uscire da quel limbo intermedio, che porta a classificare ed etichettare un team come né “troppo debole per non andare ai Playoffs, né troppo forte per essere considerata una vera e propria contender”, in cui i Bulls navigavano oramai da anni. La supervisione di Thibodeau, seppur abbia portato alla costruzione di una squadra di tutto rispetto, era oramai inadeguata per permettere alla squadra di compiere quel passo e quell’evoluzione tanto cercata (e sperata). Saggio quindi cambiare, meno saggia probabilmente la scelta e l’oggetto del cambiamento. Sorvolando sulle qualità di Hoiberg, bisogna ricordare innanzitutto che è un’esordiente e uscente dal mondo collegiale. Molto attuale è la propensione e la tendenza di selezionare come capo-allenatore personaggi che si sono distinti nel mondo dell’ NCAA. Per un progetto di Rebuilding questa scelta è più che legittima e in più squadre si è rivelata fruttifera, come Stevens sulla panchina dei rinnovati Celtics. Meno adatta (forse) è per una squadra che ha ben diverse ambizioni che ricostruire.

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Passando al lato tecnico-tattico, Hoiberg è un allenatore con una spiccata propensione offensiva, Thibodeau invece era uno stratega della difesa. Per rispettare le esigenze e le richieste dell’ex head Coach era stata assemblata una squadra di grandi difensori (Noah, Butler…), inalterata nonostante il cambio di gestione. Infatti l’ex Illinois si è trovato una squadra incapace di seguire le sue direttive offensive e inadatta a modellarsi per il suo sistema d’attacco, poiché troppo sbilanciata qualitativamente verso l’altra metà campo. Questa situazione ha condotto a una declassazione di alcuni giocatori chiave e simbolo della città, come Noah, e alla promozione di altri giovani come McDermott. Questo ha generato una rottura degli equilibri precedenti e a uno smarrimento di certezze consolidate negli anni passati. Una precarietà emotiva, ma soprattutto sistematica creatrice di confusione, prima nello spogliatoio, poi riflessa sul campo di gioco.

Senza voler lanciare sentenze o giustificazioni, l’allenatore non può essere considerato e stimato come l’autore di questo fallimento, poiché si è trovato nella difficile situazione di dover vincere, ma con una squadra non adatta nell’immediato alle sue direttive e alle sue soluzioni. Il peccato originale sono le scelte ossimoriche intraprese, ovvero voler vincere, ma allo stesso ricostruire.
Certamente le considerazioni appena esposte sono epidermiche e superficiali, ma possono essere per lo meno veritiere e possono generare possibili riflessioni.

Nel basket solo il futuro permette di valutare il presente, solo il dopo permette di determinare il prima. Ora per i Chicago si presentano due difficili scelte: o supportare Hoiberg in tutto, eventualmente anche nello smantellare la squadra e ripartire da zero, o affidarsi a ciò che rimane e possibilmente licenziare l’allenatore.

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