Miami Heat: del “Big Three” è rimasto “The Only One”‘?

Miami Heat: del “Big Three” è rimasto “The Only One”‘?

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Come era facilmente prevedibile, i Miami Heat si sono riaffermati come assoluti dominatori della “East Coast”, ribadendo il loro enorme potenziale e lanciandosi verso la conquista del secondo anello consecutivo, il terzo della storia della franchigia.

Tuttavia, se il valore di quanto prodotto nella regular season è senz’altro fuori discussione – 66 vittorie e 16 sconfitte, con un record di 27 successi di fila, grazie al quale i i floridiani sono andati vicinissimi nell’annullare il primato assoluto di sempre, stabilito dai Lakers (33) nella stagione 1971/72 – la maniera, a tratti enigmatica, con cui gli uomini di coach Spoelstra hanno vinto il titolo della Eastern Conference, guadagnandosi anche l’accesso in finale, induce perfino i più convinti addetti ai lavori a un pacato e razionale momento di riflessione.

LeBron & Co., infatti, hanno affrontato, nella loro parte di tabellone e in successione: Milwaukee Bucks ai quarti; Chicago Bulls alle semifinali; e, infine, gli Indiana Pacers in finale di Conference. Ora, senza rammentare ulteriormente che l’impegno degli Heat si è rivelato modesto contro i cervi del Wisconsin, leggermente più apprezzabile contro i tori dell’Illinois, ma sufficiente al prosieguo del  cammino in entrambi i casi, ciò che sembra destare maggior preoccupazione è il fatto che Miami ha messo in mostra, e a più riprese, gravi carenze contro un avversario che, sulla carta, dovrebbe partire giusto con una spanna in più sopra i Bucks e alla pari con i Bulls (pur sempre privi di Derrick Rose).

Ma, come ben si sa, è il parquet a fare la voce, e l’avversario degli Heat – gli Indiana Pacers in questione – ha dimostrato di essere una compagine coraggiosa ed energica, mai doma e pronta a dedicare anima e mente per il raggiungimento di traguardi sempre maggiori. Nel momento in cui i vari George, Hibbert, Hill e Stevenson hanno confermato di essere un gruppo solido, di difendere e attaccare insieme in maniera costante, di disunirsi solo durante quei pochissimi cali di forma e  concentrazione, qualcosa ha iniziato a incepparsi nei meccanismi di gioco dei floridiani, specie quando in campo era incolmabile l’assenza di King James.

Ed è proprio dalle mani del “Prescelto” che sembrano dipendere, in ogni occasione, le sorti dei Miami Heat. Basti pensare, solo per un attimo, a quanto può essere fondamentale il suo apporto, anche e solo per pochi secondi, nel risolvere situazioni drammatiche: non a caso, il canestro della vittoria all’overtime in gara 1 contro i Pacers (senza il quale la sua squadra avrebbe perso il primo incontro) viene proprio dalla sua mano provvidenziale. Al contrario, nel momento in cui il suo contributo alla causa viene meno, gli Heat non sanno più segnare: e infatti, la sconfitta in gara 4 è maturata nel minuto finale, quello in cui LBJ ha dovuto sedersi in panchina per falli, quello in cui la compatta franchigia di Indianapolis ha arginato con successo le manovre offensive degli uomini di coach Spoelstra.

La sensazione, insomma, è che i Miami Heat siano diventati, nel corso delle ultime stagioni, sempre più “James-dipendenti”. Ora, i floridiani sono attesi per l’atto conclusivo di questa stagione, l’atto che li vedrà opporsi a una franchigia che, come gli Indiana Pacers, ha sempre dimostrato, finora, compattezza e senso di unione. Con un’unica differenza: i San Antonio Spurs, il suo coach, e il suo trio degli immortali sono specialisti, dal 1999, nell’infilare anelli alle proprie dita. Non solo: i texani, su quattro finali NBA, sono sempre risultati vincitori. La finalissima rappresenta un contesto dal quale Duncan, Parker e Ginobili, possono trarre un’inesauribile fonte di energia, la stessa che ha permesso loro di annientare, nell’altra parte del tabellone, i Los Angeles Lakers, i Golden State Warriors e i Memphis Grizzlies. Dodici vittorie e due sole sconfitte nei Playoffs 2013: un ruolino vincente che può far vacillare, e non poco, le ambizioni di riconferma degli Heat.

Tutto, ovviamente, dipenderà da come il resto della squadra – e non solo James – affronterà la serie, sia in termini di motivazioni che di forma fisica. Già Dwyane Wade ha fatto registrare, nella gara decisiva contro i Pacers, segnali di ripresa: se “Flash” riuscirà a dare continuità alle sue prestazioni, così come anche i vari Chris Bosh, Mario Chalmers e Udonis Haslem, significa che la serie, ormai imminente, tra Miami e San Antonio, sarà senza dubbio una delle più avvincenti e delle più spettacolari degli ultimi anni: una serie dalla quale uscirebbero vincitori comunque gli Heat, forse più resistenti degli Spurs al calo fisico e a eventuali infortuni. Se invece ciò non accadrà e se, quindi, The Chosen One verrà lasciato solo davanti al suo destino, allora per Miami potrebbero essere guai seri, visto il travolgente entusiasmo, come un fiume in piena, degli uomini di coach Popovich.

Vi è il rischio, pertanto, di vedere svanito il favoloso “Big Three”, di cui potrebbe restare soltanto un King, “The Chosen One”; o forse, sarebbe meglio dire, in caso tale rischio sia concreto, “The Only One”. Ma vi è il timore, soprattutto, di vedere svanito, alla fine del percorso e da incontrastati favoriti, un titolo NBA che, a dispetto dei pronostici iniziali, non sembra garantire più con sicurezza la sua permanenza in Florida.

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