Milwaukee Bucks: I cervi e una fredda primavera

Milwaukee Bucks: I cervi e una fredda primavera

Alzi la mano chi, alla luce delle brillanti prestazioni della passata stagione, si aspettava di vedere Milwaukee annaspare nel limbo della Eastern Conference. Nessun errore grossolano da parte di dirigenza e staff tecnico, ma qualche equilibrio delicato è stato toccato. Proviamo a sviscerare l’argomento Bucks 2015/2016.

Sia chiaro, i Milwaukee Bucks erano un cantiere aperto la scorsa stagione in cui sbalordirono l’universo NBA con il quinto posto ottenuto nella Eastern Conference e lo sono oggi che navigano nei bassifondi delle classifiche, addirittura ultimi nella Central Division, nonostante le giustificate aspettative che i più riponevano nella franchigia del Wisconsin. Questo perché si discute di un gruppo tra i più giovani dell’intera lega che può ambire a veder salire il proprio status in maniera esponenziale in un futuro magari non troppo lontano. Alla luce di questo non si può far altro che analizzare le dinamiche che hanno portato a questo rallentamento nel progetto, ma non della bontà o meno dello stesso.

 

zimbio.com

ALCHIMIA CANAGLIA- Era stato celebrato come uno dei migliori colpi di tutto il mercato dalla free agency ma Greg Monroe non ha fatto le fortune di Milwaukee come ci si attendeva. Di fatto il 4/5 da Georgetown ha riempito la casella lasciata libera da Zaza Pachulia, con l’intento di equipaggiare il roster di quell’arma offensiva nel reparto lunghi che il buon georgiano non poteva rappresentare. In effetti se ne facciamo un discorso di chi gioca meglio a basket, è chiaro che l’ex Pistons dia diverse piste all’uomo da lui sostituito, portando in dote un invidiabile repertorio di movimenti offensivi che lo colloca tra i migliori nel suo ruolo in termini di punti nelle mani. Ma siamo sicuri che fosse proprio quel che serviva a coach Kidd? Probabilmente nel sistema-Bucks aveva più senso di esistere un intimidatore, uno che facesse il lavoro sporco e che desse uno scossone ai giovani e “innocenti” compagni, a dire il vero anche con qualche giocata sporca, negli snodi emotivi della partita. Mai sottovalutare l’alchimia: un giocatore dai mezzi limitati mescolato con altri, nei ruoli intermedi, che sopperivano ampiamente a quel deficit di talento, ripagati da un livello di intensità sempre alto laddove invece loro potevano risultare a tratti mancanti. Monroe non ha questo tipo di caratteristiche né a livello emotivo, dove tende ad essere piatto, né a livello tecnico-difensivo, in un complesso dove il centro gioca un ruolo fondamentale nella propria metà campo (che si tratti di applicarsi sul pick&roll o a protezione del ferro) anche per via della pigrizia propria dell’età che qualche esterno a volte palesa. Date queste premesse, Milwaukee è passata dall’ottava alla diciassettesima posizione tra le difese della lega e la qual cosa, senza un significativo cambio di passo offensivo che altre hanno operato, rappresenta un’importante chiave di lettura per le sventure stagionali. 

Quello che più serve in questi casi e quello che più manca ai Bucks è la presenza in campo di una ”cabina emozionale”, un condottiero tramite il cui sguardo possa cambiare l’intero tasso di energia della squadra, non per forza scomodando il Duncan o il Garnett della situazione, ma anche qualcosa meno in termini di virtù cestistiche. Appare importante ricordare come negli ultimi anni un giocatore che aveva la stoffa del capobranco era passato e si era fermato sulle sponde del lago Michigan: faceva Larry di nome e Sanders di cognome ed era promettente, ma purtroppo nessuno è riuscito a canalizzare la sensibilità che lo distingueva verso la vita da professionista che tanto gli avrebbe reso in cambio (anche perché francamente la vita da chitarrista non sembra fare per lui). Il suo ritiro dal basket ha costituito un’altra rilevante battuta d’arresto tra le idee dello staff e la loro concretizzazione.
Una classica distribuzione dei tiri in tempo dei Bucks. Salta all’occhio la scarsa propensione al tiro da 3 punti.

TRASGREDIRE- Riguardo al sopracitato cambio di passo offensivo, il riferimento era al pace della squadra, rimasto pressoché intatto rispetto alla stagione scorsa (94.4 possessi per partita). L’anno passato questo ritmo li portava ad essere tredicesimi nella lega, quest’anno addirittura si collocano alla posizione numero 23. Il concetto è chiaro: in un periodo di profonda trasformazione nel modo di intendere il gioco, i Bucks si sono fermati, ancorati ad un assetto fin troppo rigido dove invece l’atipicità del materiale umano a disposizione consentirebbe, invece, vasta e stimolante sperimentazione. Più in generale quello dei Bucks è uno degli attacchi più asfittici del campionato, che trova la linfa per le sue migliori performance dalla difesa e transizione, quella stessa che non rende più come la precedente versione. Milwaukee è anche la squadra che meno sfrutta il tiro da 3 (insieme a Minnesota), fatto totalmente anacronistico nel 2016, dato che solo il 19% dei suoi attacchi culminano con un tiro da oltre l’arco, quando invece Golden State supera il 35% e Houston perfino il 37%. D’altro canto gli uomini di Kidd sono quelli che più eseguono tagli verso il canestro, alle spalle dei Warriors (e come ti sbagli), ma anche questo dato stride rumorosamente con quello dell’assenza o quasi di ricerca della conclusione da lontano: il fatto è che anche il taglio perde molta della sua efficacia se effettuato a campo non aperto e senza aver mosso la difesa – anche se hai atleti del calibro di Antetokounmpo, Middleton e Parker – perché una difesa NBA mediamente preparata è già stretta a protezione del ferro rendendo quell’area una sorta di carrugio genovese. Contromisura, questa, resa possibile dall’assenza non solo di bocche da fuoco credibili, ma anche di schemi e posizionamenti che possano far credere ad un uso continuativo della conclusione dal perimetro, in netta antitesi con quello che può essere un taglio verso il canestro di un giocatore di Golden State, ovvero svolto ad area praticamente sguarnita e con tutto il tempo e lo spazio per avere la meglio sul diretto marcatore, unica preoccupazione di un tagliante della baia. La speranza è che i Bucks abbiano lo stessa evoluzione del loro coach nel tiro dalla distanza, che prima di diventare uno dei più prolifici della storia era tiratore insicuro.

Come accennato prima, l’autenticità del talento dei biancoverdi è sotto gli occhi di tutti, con un Antetokounmpo sugli scudi in quanto dotato di un’adattabilità fuori dal comune. Proprio questa elasticità, abbinata ad una memoria muscolare a livelli astronomici per uno che si è avvicinato al gioco tutto sommato da poco, ha spinto coach Kidd ad affidargli mansioni da playmaker nell’ultimo periodo, con risultati personali (ma anche collettivi) a tratti esaltanti, tradotti in una serie di triple-doppie – a cui ne vanno aggiunte un altro paio di sfiorate – dalla pausa dell’All-Star Game. Più che sul caso particolare, questa scelta è condivisibile su un piano generale a livello concettuale: c’è Giannis che è un 2.10 che sa fare più o meno tutto, poi Middleton e Parker che sono due grandi attaccanti, infine Henson dall’apertura alare quasi da far ridere per l’imbarazzo di chi la osserva, perché farli giocare secondo schemi scolastici e ripetitivi? Adesso il greco di origini nigeriane si sta cimentando nel playmaking, ma a breve potrebbe spendersi da centro quando la partita lo richiede, con l’aggiunta nel roster di qualche tiratore, alla stregua di Knight che fu scambiato per Carter-Williams, non senza rimpianti. Kidd ha in mano i Talking Heads e ha il dovere di propinar loro di meglio che gli spartiti dei Pooh, sembra se ne stia convincendo e anche gli ultimi risultati gli stanno dando ragione, sebbene stiano arrivando a playoff ormai sfumati. Che è anche un po’ la storia della giovane vita dei Bucks, fenomenali a mente sgombra (il rush finale della scorsa regular season, la rimonta da 3-0 a 3-2 nella serie con Chicago) ma fragili sotto pressione e con i riflettori puntati su di loro.

 

Lo stato maggiore della franchigia del Wisconsin. bizjournals.com

In conclusione, una domanda: l’ammirazione che accompagnava Milwaukee la passata stagione nasceva dal fatto che erano forte team NBA in senso assoluto o che facevano grandi cose per essere un gruppo di amabili sbarazzini? Probabilmente entrambe le cose, ma i Bucks devono cogliere il fatto di essere entrati nelle mire di un pubblico più esigente, o meglio che il proprio gruppo di seguaci sia diventato più severo nei giudizi nei loro confronti, essendosi naturalmente evoluti da squadra simpatia, ai quali errori si poteva guardare con occhi benevoli, a squadra con ambizioni reali vista anche la non insuperabile concorrenza ad Est. Ad ogni modo già il fatto che a Milwaukee si parli dei Bucks rappresenta un risultato, essendo il popolo del BMO Harris Center tra i più freddi dell’intera lega. L’operazione “diventiamo la squadra dello Stato” è ancora lunga e dispendiosa, e comprende la volontà di costruire una nuova casa perché quella attuale, costruita a fine anni ’80, è già considerata antiquata (americani…). Quest’operazione deve assolutamente passare anche dai risultati e da una programmazione tecnica lungimirante. Le basi sono buone, fra tutte l’operazione Middleton, per far sì che tutto questo bel parlare dell’universo Bucks non riguardi solo un mero esercizio di stile. Che la primavera porti loro consiglio.

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