Muore a 89 anni Marques Haynes, il grande playmaker degli Harlem Globetrotters

Muore a 89 anni Marques Haynes, il grande playmaker degli Harlem Globetrotters

Commenta per primo!

E’ morto ieri in Texas a 89 anni Marques Haynes, il più grande playmaker degli Harlem Globetrotters e il più grande palleggiatore della storia. Haynes con i suoi giochi di prestigio ammaliò le folle di tutto il mondo mostrando una nuova strada al mondo. Nel 1998 è stato ammesso alla Hall of Fame del basket come uno dei grandi contributors al progresso del gioco.

harlemglobetrotters.com
Southern University aveva battuto Sam Huston University in un freddo pomeriggio di dicembre, in un torneo universitario di basket. Sam Huston era allenata da un ragazzo appena uscito dall’esercito, la stella di UCLA Jakie Robinson, già una leggenda delle Negro Leagues di baseball e destinato a rompere la barriera segregazionista delle major leagues. Un ragazzino, il play di Langston University, aveva guardato dal bordo del campo sentendo montare la rabbia per il comportamento antisportivo di quelli di Southern. Quando, due giorni dopo, Southern incontrò Langston, Marques Haynes, il ragazzino, sentì dentro di sé che era ora di scatenare quello spirito che si portava dentro. Giocarono una partita dura, in cui finirono nettamente avanti a due minuti dalla fine, quando Marques si trovò con la palla in mano. Guardò gli avversari, sentì dentro la rabbia per come quegli smargiassi avevano umiliato la squadra di Sam Huston e cominciò a palleggiare. Nel 1945 palleggiare aveva un significato preciso: tieni la palla davanti a te leggermente di lato, guarda avanti e procedi senza andare troppo veloce per non perderla. Marques, però, fin da piccolo si era allenato con tutto quel che trovava: palline di gomma, da tennis, palloni improvvisati da tirare dentro secchi che lui e i suoi due fratelli e una sorella si inventavano sul momento. Palleggiare sull’asfalto, sullo sterrato, sul legno, ovunque ci fosse uno spazio libero, fino a sviluppare un talento che i suoi allenatori cercavano di reprimere. Marques prese il pallone e iniziò a palleggiare lentamente. Il pubblico annoiato, 2500 persone sugli spalti, aspettavano la fine della partita. Un avversario si avvicinò, lui abbassò il pallone e lo dribblò. Poi un altro, e lui lo lasciò sul posto con una virata. Il canestro non era così difficile da raggiungere, ma lui si fermò e attese il ritorno dei due per dribblarli ancora. La gente smise di fumare, di leggere distratta ritagli di giornale, e in quel giorno del 1945, di quasi fine della guerra, in un mondo che non sapeva cosa fossero le potenzialità del basket di oggi, scoprì qualcosa che non si conosceva ancora. I giocatori di Southern cercarono di togliergli la palla, ma Marques li tenne a bada. Palleggiava bassissimo, a cinque centimetri da terra, sdraiandosi sul fianco, poi si rialzava e scattava facendo passare la palla dietro la schiena. Finì in un delirio, la gente buttava carta, cappelli, maglie, soldi in campo. Il suo coach non era molto contento, ma quando il futuro cala in un modo così evidente su quello che fai, da renderti solo parte del passato, non puoi far altro che guardare.
all posters.com
Un anno dopo, Haynes segnò 26, ma alcune leggende dicono 28, punti in faccia a una squadra di girovaghi, gli Harlem Globetrotters. Il leader di quella squadra, Goose Lemon, fu impressionato da quel ragazzino e chiamò Saperstein, il capo, per dirgli di prenderlo subito. Spesso ci scordiamo di cosa fossero i Globetrotters al tempo, negli anni 40-50. Per noi quel nome evoca divertimento, partite farsa in cui degli acrobati eseguono numeri fini a se stessi, per quanto di alto livello tecnico. Allora, i Globetrotters erano invece il laboratorio avanzato del basket. In un’America segregazionista, in cui ai neri era vietata qualsiasi attività che comprendesse anche dei bianchi, Abe Saperstein, l’imprenditore che riunì i migliori giocatori neri del tempo, capì che c’era spazio per una squadra di neri che riunisse il meglio e sfidasse tutti, ma proprio tutti, mettendo alla prova le teorie di superiorità bianca. I Globetrotters cominciarono come la più classica squadra “barnstorming”, di quelle che giocavano per soldi praticamente ovunque, ma il loro record li portò presto a diventare un’attrazione a sé nel mondo del basket. A quei tempi, l’NBA era un’eccezione, non la regola. Le leghe nate fino ad allora, come la NBL, avevano delle stagioni abbastanza ballerine in cui non c’erano dei calendari precisi. Gli anni ’20 e ’30 avevano visto decine di squadre così, gli original Celtics e la prima squadra di tutti neri: i New York Rens di Tarzan Cooper. Giravano il paese, giocavano ovunque e in qualsiasi condizione, dividendosi poi i soldi di chi aveva pagato. Quindi, quando nacquero, gli Harlem, che erano di Chicago e si richiamavano ad Harlem come alla quintessenza della negritudine, la sfida era di mettere in campo dei freaks totali. Un circo, ma terribilmente serio, che dietro l’inoffensiva mostra di giochi acrobatici, dispiegava in realtà il futuro, quello che il basket sarebbe diventato, dallo sport succursale di palestre bianche con movimenti vagamente da ginnastica ritmica all’oggi. Quelle partite erano spettacoli di fantascienza che rendevano possibili delle cose ritenute impossibili e l’unico modo di far accettare dei neri in molti ambienti da bianchi: fingendo di essere i loro giullari, ma mostrandogli invece la loro profonda inadeguatezza, il fatto di essere già indietro rispetto a un basket ancora largamente inesplorato. Il palleggio di Haynes era una delle componenti più alte di questo spettacolo. Finemente cesellato, reso complicatissimo e terribilmente efficace, il palleggio di Marques Haynes era un marchio di fabbrica, una fabbrica delle meraviglie destinata a stupire. Se ne accorsero i Lakers nel ‘49 quando persero contro i Globetrotters una partita che aveva gli aspetti del cambio d’epoca, tanto che Sweetwater Clifton venne preso dai Knicks del potentissimo presidente del Madison, Ned Irish, vincendo le resistenze di chi, come Gottlieb, vedeva nei Globetrotters uno strumento per aumentare gli spettatori e non voleva rompere il giocattolino di Saperstein. Ma i grandi rimasero con i Trotters: Haynes, Tatum, Medowlark Lemon, continuarono a girare il mondo e a portare un messaggio di spettacolo e divertimento che impressionò profondamente le folle. Nel 1951 Haynes, a Berlino, era in camera con Jesse Owens quando questi tornò allo stadio olimpico per un trionfo tributato da tutta la città al grande atleta. Haynes, negli anni, rifiutò anche offerte dalla NBA, dai Warriors e dai Lakers; d’altronde a quel tempo si guadagnava di più con i Globetrotters, tanto che Chamberlain fece il suo esordio professionistico con loro, facendo un tour mondiale che toccò anche l’Italia. Haynes litigò con Saperstein per soldi e mise in piedi la sua squadra, continuando a fare tours ben oltre i sessant’anni e portando il suo nome a diventare la metafora di chiunque faccia acrobazie con la palla, arrivando a dei veri e propri giochi di prestigio. Si riconciliò anche con gli Harlem, tornò a giocare da loro, insomma non smise mai realmente di giocare continuando a un ritmo intorno alle 200 esibizioni annue. Ma i suoi giochi di prestigio di allora non devono essere dismessi come delle semplici esibizioni. Haynes fu un precursore, uno che segnò una strada, mostrò cosa fosse possibile fare con un pallone. Tim Hardaway Sr, Curry, Irving, sono tutti suoi pronipoti, che arrivano a fare quello che fanno perché sono su quella strada: la strada del divertimento, dello stupore del pubblico, del mai visto su un campo di basket. E che questo fosse solo uno dei modi, in cui i neri potessero farsi accogliere oltre le barriere del segregazionismo, superando i pregiudizi e abbattendo dei muri che sembravano indistruttibili, è solo uno dei tanti paradossi della storia, che mentre diverte e fa ridere, di nascosto, combatte battaglie culturali che cambiano il corso degli eventi.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy