NBA 3X Tour 2013, la festa di Napoli, Belinelli a tutto campo

NBA 3X Tour 2013, la festa di Napoli, Belinelli a tutto campo

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NAPOLI – Afa, tanta afa da boccheggiare ovunque, cappellino d’ordinanza, l’acqua che non basta mai, l’ombra un’inutile tana: ecco l’affresco di una giornata tipicamente (e finalmente) estiva, sul lungomare di Via Caracciolo. E’ il 13 luglio del resto, potremmo dirci: cosa ci sarebbe di strano? Sicuro, per carità. A patto però che non fossimo in questo 2013, dove la regola la fa l’eccezione, e che fino ad oggi non ci aveva mai regalato per due giorni di fila (due) l’estate vera, nel vero senso della parola. Ma fino ad oggi, appunto. E meglio che la metereologia abbia premiato Napoli e la sua riviera in queste ore che in una giornata morta, ad agosto, o ad inizio settembre. Meglio così. Tanto più se sai che arriverano centinaia di ragazzi e ragazze in canotta e pantaloncini, pronti a sfidarsi sul terreno del 3vs3, quello dove il basket è sano agonismo, passione fisica, sudore, sudore, sudore. Meglio ancora se la cornice diventa quella giusta, l’atmosfera ideale, in occasione di un bis atteso. Attesissimo.

Quello dell’NBA 3X Tour, che forte del successo dello scorso anno, con 280 squadre di aspiranti playgrounder e tantissimo pubblico ad assiepare il Centrale di Rotonda Diaz, non ha pensato due volte a reinserire Napoli tra le candidate alla magia dello “streetball stars and stripes”, anzi. L’organizzazione si è superata per dare massimo risalto alla tappa, e alla seconda presenza in questo elenco magico, il capoluogo partenopeo si è beccato tanto di mix talent + cheerleaders. Un mix ripagato con 132 squadre ai nastri di partenza (il massimo possibile fissato per regolamento), un mix che in fondo accountenta tutti i gusti, dai semplici curiosi agli appassionati incalliti, e che fa del capoluogo campano una delle perle di questo Giro d’Italia a spicchi, che proprio con Napoli fa il suo giro di boa, dopo le tappe di Torino e Milano.

Certo, Rudy Gay + Derrick Rose chiamato da Adidas resta un tandem insuperabile, nello scenario di Piazza Duomo, ma tra partite non stop (almeno due per squadra), giochini di vario genere, gigantografie che ti fanno venir voglia di foto ricordo, ed altri sfizi e lazzi d’occasione, rivedere il sorriso, le evoluzioni e il fascino Brooklynettes è sempre piacevole: specie se con il sottoscritto avevano un conto in sospeso per un autografo con dedica sbagliata al nostro sito (per fortuna sanato in tutto e per tutto).

FOTO: PIERFRANCESCO ACCARDO, BASKETINSIDE 2013E poi, naturalmente, non manca sulla pelle l’emozione per l’attesa del superospite. Già dai ieri in città con presentazione in Comune, e a stretto contatto con l’entusiasmo di una piazza oggi di nuovo in rampa di lancio grazie al progetto Azzurro Napoli Basket 2013, Marco Belinelli ha iniziato la sua tre giorni all’ombra del Vesuvio circondato dai giovani delle consorziate alla neonata società di Maurizio Balbi, pronta per una Legadue Gold non proprio da comprimaria.
Sportivamente parlando, Napoli non è esattamente l’habitat ideale per il campione from San Giovanni in Persiceto, che qui giocò da avversario e da fortitudino le Gare 2 e 4 di una delle serie di play-off più equilibrate, tese, e pirotecniche della sua carriera: emozioni, tensioni, contatti e occhiatacce che neanche la sua NBA, con il suo gioco, le sue attrazioni e le sue scenografie avrebbero potuto costruire (o ricostruire).

Ma senza gongolarsi in tremila righe di amarcord, e prendendo spunto da chi proprio a Napoli e Bologna, dopo anni di vuoto, cerca di voltare pagina, va detto anche che con quelle prestazioni, e poi in finale (poi persa contro Treviso), il “Beli” faceva una sua personalissima quadratura del cerchio. Con la consapevolezza di essere top-player, il ragazzo sentiva il momento giusto per gettare il cuore oltre l’ostacolo: da lì a due mesi rifilerà 25 punti al Dream Team Usa ai Mondiali nipponici, sul parquet di Sapporo; un anno dopo viene draftato al n. 18 dai Warriors, e dopo sei anni fatti di Raptors, Hornets e Bulls, tra gioie e delusioni… Marco è ancora nel giro. Fresco di biennale da 6 milioni di euro, firmato pochi giorni fa con i vice campioni in carica dei San Antonio Spurs.

Quindi non soltanto un’ospitata per il campione, che nominato concittadino onorario dal Sindaco De Magistris, si è spesso prestato per foto, autografi, anche come assistente di campo per i giochi che intrattenevano il pubblico sul Campo Centrale. E’ stata anche la prima uscita ufficiale da “Spur”, per il neo compagno d’avventura di Parker, Duncan, Leonard…e ovviamente Manu Ginobili: il mito dell’adolescenza, il totem di un giovane quindicenne che sulle tavole dell’Arcoveggio, sentiva tutto l’onore e l’onere di allenarsi con uno che campione lo è sempre stato: di mano, di testa, di cuore.

FOTO: PIERFRANCESCO ACCARDO, BASKETINSIDE 2013Oggi invece il sogno di una vita: finalmente insieme, dopo undici anni spesi in un rapporto che da giovane a mito, si è poi evoluto in avversario. Insomma una svolta di una carriera, inutile girarci intorno: una carriera su cui però ai nostri microfoni, tra un autografo e l’altro, un gioco e l’altro, tra passato, ipresente di una nuova sfida e futuro di un possibile Europeo in maglia azzurra, cerchiamo di fare il punto. In attesa di domani, per il gran finale.

Marco, eccoti a Napoli per questo momento di festa e di colore. Qui, in una città che vive di calcio, ma che spesso mostra sete per lo sport, per tutti gli sport. Il basket non pochi anni fa, e proprio contro la tua Fortitudo, espresse una passione e una forza come pochi. Cosa ti senti di dire a Napoli, a Bologna, a queste due realtà che devono rialzarsi?

“Sono qui in una città bellissima, sono contentissimo, circondato da tanti ragazzi con grande passione: del calcio non me ne interesso tanto, e se posso dare un consiglio è sempre quello di giocare a questo sport bellissimo, come pochi altri al mondo. Napoli poi per me rappresenta anche una fetta importante del mio passato, legato alla Fortitudo, dove ho gettato le basi per la mia esperienza tra i Pro. Purtroppo non seguo tanto ciò che sta succedendo in Italia, ma ieri, incontrando il Presidente Balbi, sono convinto che ci siano grandi prospettive. Poi sono contento, anche e soprattutto su Bologna, che ci sia voglia di reagire dopo anni tristi e vergognosi: Napoli e Fortitudo erano tra le squadre più seguite, e spero che d’ora in poi tornino ad essere ciò che meritano, delle grandi squadre. Anche perchè a pagare le conseguenze è il basket italiano, che da 4-5 anni almeno paga un livello bassissimo, e anche poco appetibile dal punto di vista di chi gioca fuori”.

Passando a te Marco, eri corteggiato da svariate formazioni oltre a San Antonio. Cosa ti ha spinto a scegliere i texani? Si è parlato di una corte spietata da parte di Cleveland…

“Ho scelto San Antonio perchè mi offrivano un ottimo contratto con la possibilità di vincere: lì si è abituati a vincere, e hanno giocatori che hanno sempre voglia di vincere. Hanno poi un allenatore come Popovych che se non è il migliore è uno dei migliori della Lega, è penso sia l’ambiente giusto per uno come me che ha bisogno di imparare ancora, e di crescere. Naturalmente non sono disposto a vincere l’anello senza giocare: voglio vincere e voglio giocare, e penso che lì ci sia questa possibilità”.

Come pensi che ti inserirai nei giochi di Pop? La presenza di giocatori nel backcourt di forte impronta europea come Manu e Parker può essere un vantaggio per te?

“Assolutamente sì, anche perchè in partenza SA ha questo modo di giocare per certi versi europeo, soprattutto nella distribuzione dei minuti e delle responsabilità. Con Manu ho l’esperienza in Virtus da compagno, mi è rimasta impressa, uno come Tim Duncan che ha fatto la storia ha tante cose da insegnarmi. Inoltre hanno grande organizzazione, giocano un basket eccellente, ad alto livello, e c’è un sistema preciso. Quanto a Parker, so che Paul e Rose hanno parlato bene di me, e ne sono orgoglioso, ma non mi basta: spero con il lavoro di meritarmi anche quelli di un grande campione come Tony”.

FOTO: PIERFRANCESCO ACCARDO, BASKETINSIDE 2013Marco approdi a San Antonio, ma vai anche via da Chicago: quali ricordi porti con te?

“E’ stato un anno importante, fondamentale: la prima volta in un club storico, fortissimo, con un’organizzazione particolare: mi sono trovato bene con tutti, con Noah soprattutto. Sugli episodi invece ci sono state diverse situazioni con canestri decisivi, è chiaro però che la serie con Brooklyn finita a Gara 7 sarà un momento che mi porterò dietro per tutta la vita. Grazie ai Bulls sono cresciuto come giocatore, con più grinta, più determinazione, più voglia di fare in campo: del resto quando giochi in una squadra forte, sviluppi una mentalità vincente, e cominci a vedere certe differenze tra certe squadre ed altre, tra chi vuole vincere il prima possibile e chi no. Dopo sta a te giocare bene, allenarsi bene, ritagliarsi uno spazio di qualità”.

Domanda sospesa tra Italia e States: ieri il tweet di Daniel Hackett sui suoi dubbi legati all’estate con l’Italia ha fatto molto discutere. Cosa ne pensi a riguardo? Credi che le tante partite in più di quest’anno nel nostro campionato, vedi la formula a sette gare nei play-off, possano incidere su chi non è abituato ai ritmi NBA? Pop dice che gli “internazionali” lavorano più duro degli americani NBA. Nella tua esperienza si è rivelato veritiero?

“Innanzitutto mi pare difficile paragonare l’NBA con un campionato europeo qualsiasi, e al di là del fatto che si parli di Serie A, non c’è paragone: noi giochiamo 100 partite, mi pare che questo basti. Poi parlando di Daniel lo capisco: anche lui vuole provare a giocarsi la sua opportunità, leggevo di Dallas su alcuni giornali, è giusto che la sfrutti al meglio delle condizioni fisiche. E se questo dovesse comportare la rinuncia agli europei, mi dispiacerebbe ma sarebbe comprensibile”.

L’attualità come sai sta dando grande risalto allo sbarco di Gigi Datome. Hai avuto modo di parlarci? Cosa puoi consigliargli in un momento del genere?

“Gigi arriva in una squadra che è ancora in costruzione: non sarà facile, dovrà spendere tante ore in palestra per mettere su qualche chilo, ma in nazionale ho scoperto una persona che lavora moltissimo. Ci saranno momenti bui, momenti difficili, ma il consiglio è di non mollare. Poi lui non arriva con la mentalità del ragazzino, sa che deve giocarsi bene la sua possibilità ,e sono convinro che abbia fatto la scelta giusta con un contratto biennale. Molto dipenderà da lui”.

Una tua opinione sul Draft di quest’anno? Ha fatto molto pensare la scelta alla numero 6 di Noel.

“Sinceramente non ho seguito molto: ormai gioco da sei anni, guardo solo quelli che potrebbero venire nella mia squadra o gli italiani. Fino a pochi giorni fa come sapete non saprei dove avrei giocato, quindi…”.

Gettando lo sguardo sul mercato, San Antonio ha scelto Belinelli, Houston si è accaparrata Dwight Howard, Monta Ellis è approdato a Dallas: possiamo dire che la South West Division sia pronta a prendere le redini della Conference, e anche della Lega?

“Partiamo dal fatto che secondo me è tutta la Western Conference ad essere più forte della Eastern, non voglio sbilanciarmi troppo, anche perchè quando sei ai Play-Off può capitarti di tutto. Sicuramente nel campionato le squadre della Western vinceranno più partite, però ci sono anche molte squadre nuove, rinnovate e più forti: penso a Brooklyn, ma anche a Golden State con Iguodala”.

In conclusione, una domanda più pungente per chi vive l’esperienza sul campo: sei è mai stato vittima del trash-talking di qualche giocatore, in particolare qualche aneddoto a riguardo su GarnettNoah? Il fenomeno è diffuso?

“Secondo me quando si gioca a questi livelli e si vuole vincere è normale prendersi in giro. Mi sono trovato in situazioni del genere, ma alla fine quello che conta è andare in campo, giocare, segnare, aiutare i compagni a fare bene”.

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