NBA Focus inside: l’intima fragilità del big man

NBA Focus inside: l’intima fragilità del big man

http://conversation.ceramichelea.it/
Pochi giorni fa, all’età di 60 anni, è morto Moses Malone, ex cestista ed allenatore dei Philadelphia 76ers squadra in cui ha ricoperto il ruolo di centro dal 1982 al 1986 e nella stagione 1993-1994, e quello di vice allenatore dal 2006 al 2007. L’ex cestista, secondo le notizie diffuse, è morto a causa di un malore che lo ha colpito durante  il sonno. Malone però è solo l’ultimo di un’infinita serie di protagonisti dell’NBA, tra gli anni ’80 e gli anni 2000, che a causa di malori improvvisi o attacchi cardiaci sono morti prematuramente. Tra questi ricordiamo Anthony Mason, Robert Traylor, Kevin Duckworth, Armon Gilliam, Jerome Kersey, Roy Tarpley, Orlando Woolridge, Christian Welp, Darryl Dawkins, Wilt Chamberlain. Tra gli atleti citati solo 5 sono deceduti tra gennaio e agosto 2015; l’ultimo atleta morto, che porta il numero di ex cestisti morti prematuramente nel 2015 a 6, è appunto Moses Malone.
http://sports.yahoo.com/, Moses Malone
Oltre all’età media di 50 anni al momento della morte, altri fattori che accomunano questi cestisti morti prematuramente sono le squadre in cui hanno militato, infatti tutti hanno militato nei Philadelphia 76ers o nei Milwaukee Bucks o addirittura in entrambe, e le cause della morte come attacchi cardiaci o cardiocircolatori, e, inoltre, i ruoli ricoperti, cioè quello di Centro, Ala Grande o Ala Piccola. Queste morti per molti addetti ai lavori sono sospette ed è impossibile, parlando di questi nefasti accaduti, non pensare alla piaga del doping e alla vita dissipata, caratterizzata anche da droghe, intrapresa da molti cestisti NBA degli anni 70-80. Alcune ipotesi riguardanti le morti sospette nel basket hanno messo in correlazione proprio l’assunzione di sostanze dopanti con il ruolo ricoperto. Infatti tutti i cestisti morti prematuramente nella loro carriera hanno ricoperto prevalentemente il ruolo di Centro e qualcuno di Ala Piccola o grande, posizioni per le quali è richiesta una stazza, un’altezza ed un peso elevati. Quindi proprio essi avrebbero tratto maggior vantaggio da un’eventuale assunzione di testosterone e steroidi anabolizzanti, sostanze che in quegli trovarono una vasta diffusione e che in breve tempo permettono un accrescimento del corpo umano comprensivo di ossa e organi interni eccetto il cervello, ma che provocano anche gravi e molteplici effetti collaterali tra i quali appunto, oltre ai tumori, disfunzioni cardiocircolatorie che possono causare la morte dell’individuo. Nel medesimo periodo anche in altre discipline sportive, come nel calcio, si diffusero nuove pratiche e sostanze dopanti come si evince anche dalla denuncia di molti ex calciatori che hanno militato in Serie A negli anni incriminati. Tra queste quelle che hanno avuto maggior risalto e che esemplificano la situazione sportiva sono quelle rilasciate da Ferruccio Mazzola che affermò che i calciatori dell’Inter erano obbligati da Herrera ad assumere strane pastiglie, o dalla moglie di Bruno Beatrice, calciatore morto nel 1987 all’età di 39 anni, la quale affermò che il marito durante la sua carriera fu frequentemente sottoposto a flebo contenenti sostanze a lei sconosciute e obbligato all’assunzione di farmaci cardiotonici.
http://www.storiedicalcio.altervista.org/, Ferruccio Mazzola
Proprio la diffusione anomala della SLA tra i calciatori e la concentrazione in un certo numero di anni ha portato alla supposizione, non confermata da alcuna prova, che ci possa essere una correlazione tra assunzione di farmaci impropri e diffusione di malattie o morti improvvise di soggetti che, paradossalmente, dovrebbero essere meno esposti a determinate malattie per i continui controlli a cui vengono sottoposti e per la vita atletica che li caratterizza. Nonostante le varie ipotesi e i sospetti destati dalle muscolature disumane e dalle morti premature, attualmente  non c’è ufficialmente alcuna correlazione, tra le morti che hanno colpito alcuni protagonisti dell’NBA e l’assunzione di sostanze dopanti. Informazioni esaurienti potrebbero essere date solo da approfondite ricerche statistiche della durata di svariati anni, perché senza la rilevazione nel corpo del soggetto della sostanza incriminata non si può avere alcuna certezza scientifica. Il big man nel basket è sinonimo di forza. Di solito è l’architrave su cui si erige la squadra, il suo cardine. Sui suoi muscoli e la voglia di competere si fondano le squadre vincenti e i numeri, rimbalzi, stoppate, spesso oscuri che fanno la differenza. Ma in questi ultimi anni un male oscuro sembra aver colpito alcuni di questi. La morte di Moses Malone, “the chairman of the board”, il più grande rimbalzista degli anni ’80, seguita di pochi giorni a quella di Darryl Dawkins, “the chocolate thunder”, che Malone sostituì nei Sixers, incrementa il lugubre conto dei giocatori che negli ultimi anni ci hanno lasciato a un’età non elevata.
www.youtube.com, Darryl Dawkins
Kevin Duckworth, centro dei Blazers nelle serie finali contro i Bulls, il suo compagno di squadra Jerome Kersey, Antony Mason, ala dei Knicks dalle spalle impressionanti, Roy Tarpley, talento dei Mavericks deragliato a causa della cocaina, Orlando Woolridge, uno schiacciatore impressionante che ha militato anche in squadre italiane, Armon Gilliam, seconda scelta assoluta dell’87 e veterano di 13 anni di NBA. Tutti nati tra il 1955 e il 1965, questi giocatori facevano della forza fisica e della presenza sotto le plance la loro caratteristica principale. Di questi citati, solo Roy Tarpley era stato espulso dall’NBA una prima volta, nel 1991, per l’uso di Cocaina e una seconda volta, nel 1995, per alcolismo.
http://www.ebasket.gr/, Roy Tarpley
Gli anni 90 e i 2000 sono stati, anche negli USA, gli anni delle “performance enhancing drugs”. Barry Bonds, il recordman di fuoricampo nella storia del baseball, è ancora visto in modo controverso per l’ammissione  di aver assunto alcuni farmaci per migliorare le proprie prestazioni. Simile ammissione furono esternate da altri famosi sluggers come Mike Mc Gwire e Alex Rodriguez. Nel football americano Lyle Alzado, defensive end dei Raiders, ammise l’utilizzo di quelle sostanze poco prima di morire per un tumore al cervello e passò le ultime settimane di vita a condurre una vera e propria campagna sulle sue condizioni. È anche vero che il tema relativo alle modalità con cui alcuni sportivi, negli anni dai ’70 ai ’90, hanno trattato il loro corpo alla luce delle improvvise morti e delle inquietanti dichiarazioni diviene sempre più importante. Nel football, la NFL è stata citata in giudizio dagli ex giocatori, per non aver definito chiaramente i rischi da commozioni cerebrali dopo gli scontri di gioco. Nel ciclismo molti ciclisti degli anni ’60 e ’70 sono morti di tumori sospetti, mentre la frontiera del doping si spostava sempre più in avanti con l’utilizzo di farmaci le cui conseguenze forse vedremo solo tra molti anni. Bisogna tuttavia riconoscere una certa fragilità della figura del big man nel basket. Gli appassionati italiani della palla a spicchi, fin da quando Luciano Vendemini si piegò nello spogliatoio del palazzetto di Forlì e non si rialzò più per una crisi cardiocircolatoria, e Davide Ancillotto morì praticamente in campo, hanno assunto maggiore coscienza di queste problematiche. Al contrario degli atleti sopracitati, i due cestisti italiani, quando la loro carriera si interruppe definitivamente, erano nel pieno della loro carriera e i nefasti accaduti potrebbero anche essere dovuti a patologie congenite come nel caso di Riccardo Morandotti che venne operato al cuore negli anni ’90 dopo la scoperta di una  malformazione. Istituire correlazioni scientifiche riguardanti il rapporto tra determinate pratiche o traumi di gioco e alcune patologie o morti improvvise è comunque impossibile senza effettuare approfondite ricerche statistico – scientifiche ed inoltre l’ambito in questione, quello dello sport, è per certi versi impenetrabile su queste attività. Il corpo dello sportivo solo a posteriori si rende conto di quello che ha dovuto subire e spesso porta i segni di quel tempo. Bill Russell, Nate Thurmond, Jerry Lucas, Kareem, molti dei grandi di un passato più lontano, sono ancora qui. Molti dei più recenti se ne stanno andando velocemente, come non dovrebbero.
https://upload.wikimedia.org, Abdul-Jabbar
Infine è anche la tentazione dell’uomo di chiedere a se stesso prestazioni superiori a quelle che naturalmente il proprio corpo può concedere, ipotecando gli anni futuri perché così facendo il corpo si usura precocemente, che può spingerlo ad assumere determinate sostanze capaci di aumentare le sue capacità e di conseguenza il suo guadagno. Non è una nota moralistica, ma solo la constatazione dell’urgenza di mettere a segno tutte le possibilità che si hanno, perché la carriera sportiva è breve e spesso non si ha tempo di migliorare il corpo attraverso allenamenti e sacrifici, ma si preferisce inserire un carburante alternativo che però, anche molti anni dopo, potrà comportare delle conseguenze irreversibili al corpo umano. Luigi Calce, Massimo Tosatto

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