NBA, Guardie e Ali di questo equilibratissimo II Turno

NBA, Guardie e Ali di questo equilibratissimo II Turno

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Se l’asse playpivot è il tronco dell’albero di natale di una squadra, i ruoli 2-3-4 sono i rami, le decorazioni, le luci, quelli che danno alla squadra l’aspetto finale e la sua filosofia in campo. Nel basket di oggi definire con chiarezza i confini tra questi ruoli è spesso difficile. Cos’è LeBron? Un 3? Un 4? E se un giocatore è in declino e un altro è in crescita, quale deve essere considerato titolare nel ruolo? Il più delle volte l’unità formata dai tre giocatori esterni è un tutt’uno in cui leggere le individualità, metterle uno contro l’altro, non dà la reale sostanza della squadra. Per questo proviamo a leggerle insieme, concentrando le caratteristiche della guardia, dell’ala piccola e dell’ala forte in una singola unità invece di semplicemente confrontare ruolo con ruolo. In fondo è da questo confronto, da come le diverse unità si fronteggiano e ciascuna riesce a profittare dei punti deboli delle altre, che scaturisce la vittoria delle serie. Cleveland Cavaliers – Chicago Bulls
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Cleveland Cavs: JR Smith, LeBron James, Kevin Love. Questa unità si presenterebbe come una delle più forti dei play-offs, peccato che l’infortunio di Love abbia tolto l’elemento il bilanciamento, la forza a rimbalzo e la capacità di segnare dentro/fuori, che doveva essere il punto di forza di questa squadra. Che Love non ci sia esattamente riuscito nella RS non significa che la sua assenza non abbia importanza. Chi andrà al suo posto? Dato che l’onnipotente LeBron non ha ancora il dono dell’ubiquità, le possibilità si sprecano: da un utilizzo di Tristan Thompson in 4, che darebbe più forza in difesa contro i lunghi di Chicago, a una line-up piccola con Schumpert in 2 e Smith in 3, o Della Vedova in 1, Irving e Lebron con Thompson. Insomma, le possibilità si sprecano. In questo momento si sono utilizzati di più Miller, Jones e Thompson, mantenendo per LeBron la classica libertà di fare quel che vuole. Smith sembra quasi, ho detto quasi, aver messo la testa a posto, forse un capotribù come LBJ che parlasse chiaro gli mancava. LeBron, è LeBron, punto.
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Chicago Bulls: Jimmy Butler, Mike Dunleavy, Pau Gasol. Butler sta esplodendo, o è già esploso di suo, mentre Gasol sta dando un contributo di concretezza in attacco che bilancia le amnesie difensive. In gara-2, tuttavia, l’apparente maggior profondità dei Bulls ha sofferto contro dei Cavs che hanno magari meno talento, ma gerarchie più chiare e sono molto fisici. Dunleavy sembra la copia di un giocatore anni 50 piombato nella nostra epoca, ma ha comunque un’efficacia insospettabile, dà quasi l’impressione di schiacciare ogni tanto. Saggio passatore e ottimo tiratore, bilancia i Playoffs fin qui sotto tono di Hinrich. Infine, è chiaro che il talento di Pau contro Thompson non si discuta, ma la forza fisica e mentale di LBJ rimane la variabile definitiva che, anche in assenza di Love, rende il terzetto dei Cavs più coeso rispetto a quello dei Bulls, che ogni tanto sembra soffrire l’ego dei suoi protagonisti, non sempre remanti nella stessa direzione. Atlanta Hawks – Washington Wizards
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Atlanta Hawks: Kyle Korver, DeMarre Carroll, Paul Millsap. Nessun gruppo si è dimostrato più coeso e ben assemblato di questo nella RS, a parte forse i Warriors. Millsap è sempre stato una piovra a rimbalzo e un ottimo difensore, Korver è cresciuto negli anni e il suo tiro eccezionale apre a diverse possibilità di distrarre la difesa per attaccare con i lunghi o rovesciare il gioco. Carroll è invece il classico overlooked: scelto basso, poco utilizzato, appena ha trovato una squadra disposta a scommettere sul suo talento asimmetrico è subito esploso, passando a quasi 13 punti di media e proponendosi nei due lati del campo come uno dei giocatori più efficaci. Difficile dire come queste cose si traducano nei play-off, dove si sperimenta il “vero” valore dei giocatori. Come gruppo non si discute e se passeranno l’ostacolo Washington saranno un osso duro per tutti. Ma qui, fronteggiare gente come Pierce, a cui notoriamente non trema la mano, è un vero banco di prova.
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Washington Wizards: Bradley Beal, Paul Pierce, Otto Porter. Porter è salito agli onori in questi play-off, dopo una buona RS a 6 punti di media. I suoi 10 + 8 rimbalzi di media lo hanno reso un fattore molto importante, visto il declino fisico di Nene. Pierce è Pierce, poco da dire, se non che il suo apporto è diventato ancora più importante, e Beal è la seconda metà degli Splash brothers d’oriente. Questa unità non ha nulla da invidiare a nessuno, specie se Porter saprà mantenere le premesse. L’unico problema di questo gruppo è rappresentato da quelle cinque perfide lineette nelle radiografie della mano di Wall, che hanno messo out il play dominante di questi primi due turni all’ovest, fino alla fine dei play-off. Altrimenti avrebbero reso davvero dura la vita agli Hawks, che ora hanno le finali di conference spalancate davanti, a meno che Ramon Sessions non indossi la tuta da super eroe e riesca a trasformare il suo talento alterno in un’arma letale. Houston Rockets – Los Angeles Clippers
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Houston Rockets: Trevor Ariza, Corey Brewer, Josh Smith. Intendiamoci, a Houston conta il Barba e poi Dwight Howard. Trovare gli altri tre e classificarli come tali è complicato. Abbiamo tenuto fuori Terry perché, anche se sta disputando ottimi play-off, comunque ha un’età, povero. Jones parte di solito da 4 ma Smith è quello più importante. In sé sono un trio onesto, senza squilli, in una squadra che gli squilli li mette nei due leader di cui sopra. Devono tenere, difendere, prendere rimbalzi e fare quel che non fanno gli altri. In una squadra che dà l’impressione di fare molto quando spreca molto (il Barba perde 5 palloni a partita), devono dare quell’equilibrio e quella sensatezza, che facciano da contrappeso a due protagonisti eccessivi già di loro conto. E poi, segnare i liberi, fare assist e aspettare speranzosi qualche scarico geniale. Di sé, non spostano molto.
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Los Angeles Clippers: JJ Redick, Matt Barnes, Blake Griffin. I tiratori maturano tardi, come dimostrano Redick e Korver. Lavorano sui fondamentali, sul movimento senza palla e a poco a poco sono in grado di superare i propri limiti, una certa lentezza di caviglie, una velocità di punta non eccelsa, per concentrarsi sui punti di forza, quel tiro da cui originano tutte le loro fortune. Barnes è un navigatore di lungo corso. Difende bene, lotta e tira da tre senza paura. Giocherà fino a cinquant’anni. Griffin si sta dimostrando qualcosa di più di quel che si pensava. viaggia a 25,4 punti + 13,4 rimbalzi e 7 (!) assist. Un giocatore completo e un combattente a cui la cura Rivers ha fatto più che bene. Il trio dei Clippers ha tecnica personalità e carisma. Anche qui, come per i Wizards, il ritorno di Paul sarà decisivo, ma il nucleo dei Clippers sembra più attrezzato per coprire una sua eventuale mancanza. Golden State Warriors – Memphis Grizzlies
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Golden State Warriors: Klay Thompson, Harrison Barnes, Draymond Green. Il trio dei Warriors ha dimostrato una forza e una giovinezza inquietanti. Green e Thompson 24 anni, Barnes 22. Il terzo è quello che ha margini di crescita più ampi ma, dato il roster, i Warriors dovrebbero giocare almeno con due palloni per rifornire tutte le bocche da fuoco in squadra. Potenza, agilità, tiro, tecnica, questi tre non hanno veri punti deboli e appena ne dimostrano uno, ecco dalla panchina gente come Iguodala, Livingston, Lee, Barbosa, che possono mantenere alto il ritmo. La stagione di Thompson ha avuto dei picchi incredibili come i 34 punti in un quarto. Green si è affermato come uno dei “4” più costanti e forti della lega. Barnes ha una prospettiva futura difficilmente immaginabile. Come siano riusciti a mettere insieme un gruppo così valido, dipende forse solo dall’insipienza della dirigenza delle altre squadre, che hanno sottovalutato giocatori validi e in grado di portare squadre ai play-off. Ma alcuni vogliono solo vincere, forse pensano di poterlo fare senza passare dai play-off.
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Memphis Grizzlies: Courtney Lee, Jeff Green, Zach Randolph. Adesso, i Grizzlies sono simpatici, ma è un monumento alla capacità di coach Joerger e alla forza di Marc Gasol e di Conley, se sono arrivati fino a vincere una partita con i Warriors. Poi, è vero, sono comunque difficili da battere, non si schiodano, rimangono attaccati, ma non è possibile, con Lee e Green soprattuto, pensare di impensierire i Warriors. Eppure, in qualche modo, ci sono riusciti. Non saranno mai rassegnati, un modo lo troveranno e per vincere Golden State dovrà davvero sudare, ma non scherziamo, a parte Randolph non c’è confronto. Lee e Green ci hanno provato in molte squadre, ma non sono gente da andare molto avanti, massima stima, ma Golden State è davvero troppo per loro…

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