NBA, la nostra Rookie Ladder di inizio stagione

NBA, la nostra Rookie Ladder di inizio stagione

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Siamo ormai al termine del primo quarto di stagione ed è giunto così il momento di stilare una sorta di Rookie Ladder, ovvero una classifica dei dieci migliori giocatori, scelti al draft o no, al primo anno nella Lega. Molte sono le sorprese e tante le delusioni, tra queste diversi giocatori draftati tra la 1 e la 10. Sicuramente da qui a fine regular season molte posizioni cambieranno e tanti saranno i giocatori che, completamente fuori rotazione nelle prime partite, riusciranno a trovare la loro dimensione in NBA, mentre altrettanti potranno essere quelli che, dopo il temuto stop per l’All Star Weekend, cominceranno a faticare per via delle partite troppo ravvicinate.
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1) Karl-Anthony Towns, Minnesota Timberwolves Questa è l’unica posizione si cui non si discute: Towns si sta dimostrando il miglior Rookie dell’ultimo draft. Non sono solo i 15.3 punti e i 9.8 rimbalzi di media a partita a elevare il nativo di Metuchen al primo posto nella nostra Rookie Ladder: il ragazzo si sta già imponendo come la colonna su cui si deve poggiare Minnesota, insieme a Wiggins, per ritornare alla post-season che manca ormai da tanto, troppo tempo. Le poche palle perse dimostrano anche che la prima scelta al draft 2015 ha una certa intelligenza cestistica, così come una percentuale di tiro non bassa vista anche la sua propensione al tiro da 3 (43.8% da dietro l’arco fino ad ora). Come tutta Minnesota però, inspiegabilmente, le cifre e di conseguenza il suo apporto alla causa cala in qualsiasi campo statistico; ma fino ad ora il mese di dicembre, sia nelle gare di casa sia in quelle in trasferta, ci sta consegnando un Towns più prolifico e più aggressivo a rimbalzo, dopo alcune battute d’arresto verso fine novembre. Il potenziale sicuramente c’è, ora sta a lui e a Sam Mitchell far sì che questo esploda; se così sarà il premio di Rookie of the Year sarà sicuramente per il secondo anno consecutivo di un giocatore della franchigia di Glen Taylor. 2) Kristaps Porzingis, New York Knicks Quando il 25 giugno Porzingis fu scelto da Knicks alla posizione numero 4 in molti hanno pensato che la squadra di Derek Fisher volesse suicidarsi visti i nomi più altisonanti provenienti dal panorama NCAA. Sui fischi del Barclays Center glissiamo, anzi no… A circa sei mesi però da quella scelta ci troviamo di fronte ad uno dei più accreditati antagonisti di Towns al premio di matricola dell’anno. Le 24 partite a 14.1 punti e 8.5 rimbalzi di media stanno facendo letteralmente impazzire i tifosi dei Knicks, tanto che Melo lo ha già incoronato come suo erede in maglia blu-arancio e Cuban ha ammesso che lo avrebbe voluto volentieri ai Mavs. A stupire però non sono tanto le cifre ma l’atteggiamento e la leadership già raggiunta dal giocatore lettone. Forse ciò che gli manca per essere davvero un giocatore dominante nel suo ruolo è una massa muscolare ancora troppo leggera per gli standard NBA (100kg per un 216cm sono troppo pochi per un ala che in alcune partite si trova a marcare giocatori come Aldridge o Cousins), ma sicuramente questo problema, vedi Davis e KD, è facilmente risolvibile con del lavoro in palestra. La speranza è quella che il giocatore rimanga su questi standard e non sia invece un “Linsanity 2”, così da avere non tanto la nuova stella di Broadway come cantava Cesare Cremonini, ma la nuova stella del Madison. 3) Jahlil Okafor, Philadelpia 76ers La scelta più ovvia sarebbe quella di metterlo al secondo posto per quanto sta facendo vedere in campo, ma purtroppo ci basiamo anche su ciò che sta facendo fuori, nella vita privata, e questo sicuramente lo fa scalare di una posizione (le due gare di sospensione ottenute dalla sua squadra sono la prova che non siamo solo noi a pensarla così, anche se a Phila si inventerebbero di tutto per perdere). A parte le vicende extracestistiche, Okafor sul parquet sta dimostrando molto (17.1 ppp e 7.9 rpp), tanto da essere forse l’unica nota lieta nella sciagurata stagione dei Sixers. L’ambiente in cui si trova non aiuta un Rookie da un carattere non proprio pacifico come il suo, ma il lungo numero 8 sta davvero dimostrando di essere quel giocatore che nei mock draft della scorsa stagione è stato per molto tempo la potenziale prima scelta. La convivenza con un altro lungo come Noel non è facile ma se Phila vuole ripartire, a patto che la dirigenza voglia, deve affidarsi a questi due giocatori e Covington. La proposta di farlo partire dalla panchina con i già citati Noel e Covington rispettivamente da 5 e da 4 non ha soddisfatto coach Brown sia per i risultati della squadra sia per il rendimento inferiore di Okafor dalla panchina. La stagione è lunga e i margini di miglioramento ci sono, ma possiamo già dire con una quasi assoluta sicurezza che Okafor sarà uno dei giocatori che guideranno l’NBA nei prossimi anni. 4) Justise Winslow, Miami Heat Nonostante in molti lo pronosticassero tra le prime chiamate all’ultimo draft il nativo di Houston è stato scelto “solamente” alla numero 10: questo gli vale, nonostante il numero di chiamata sia comunque alto, l’ambito titolo di steal of the draft momentanea. Non dobbiamo sicuramente limitarci ai numeri, perché questi ci racconterebbero di un giocatore che distribuisce 1 solo assist, che mette a segno solo 6 punti e mezzo e che cattura quasi 5 rimbalzi a partita in 28 minuti circa d’impiego: ciò che ha portato Winslow alla quarta posizione in questa classifica è il fatto che il ragazzo si sta dimostrando una pedina fondamentale nello scacchiere difensivo di coach Spoelstra. Lo stesso Wade ha ammesso che con lui in campo Miami è una squadra migliore in difesa. Sicuramente la presenza di ottimi difensori come Deng, Wade stesso, Bosh e Whiteside non può far altro che migliorare il prodotto di Duke, ma allo stesso tempo avere già così tanto credito dopo solo un mese e mezzo di stagione non può che dimostrare quanto il giocatore fosse già pronto per l’NBA. Se solo migliorasse in lunetta e da dietro l’arco, chissà… 5) Rondae Hollins-Jefferson, Brooklyn Nets Altro serio candidato ad essere una steal of the draft. Così come Winslow a colpirci è stata una solidità difensiva che ha convinto anche il suo coach Lionel Hollins a schierarlo in quintetto a discapito di Bogdanovic o Larkin, con Jarrett Jack usato come guardia titolare. Sicuramente le percentuali vanno migliorate, soprattutto per quanto riguarda il tiro da 3 (20%) e dalla lunetta (67%), ma 6.1 rimbalzi di media e le 1.42 palle rubate a partita fanno capire l’importanza nel sistema Nets, non una squadra costituita propriamente da difensori (vero Andrea Bargnani?), di un giocatore come Hollins-Jefferson. L’infortunio che lo terrà fuori per diverso tempo, una caviglia rotta infortunatasi nel match contro New York, servirà al prodotto di Arizona per ricaricare le pile e presentarsi ancora più coriaceo in difesa. Ah, ricordiamo che 6 rimbalzi e poco più a partita vengono catturati giocando da 2 (è alto 200cm) in 22 minuti esatti a partita. Pensate voi se ne giocasse almeno 30.
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6) Nemanja Bjelica, Minnesota Timberwolves Il primo undrafted della top 10 è anche il solo su cui nessuno aveva dubbi per quanto riguarda l’assoluto talento; l’unico interrogativo riguardava la sua adattabilità allo stile NBA, ma anche in questo il serbo sta dimostrando di essere un giocatore di gran classe. Silenzioso dentro e fuori dal campo, capace di giocare sia da 3 che da 4, dopo un inizio di stagione fatto di studio del nuovo mondo, il ventisettenne europeo ha già cominciato ad insegnare basket anche al di là dall’oceano come in tanti avevano pronosticato. Lo spazio concessogli da Mitchell non è sempre tantissimo, ma la sua bravura nel catturare rimbalzi e la grande abilità da dietro l’arco gli stanno permettendo di guadagnarsi minuti importanti soprattutto nelle fasi calde della partita a discapito di giocatori indiziati per quel ruolo ad inizio stagione come Muhammad. Ora è ancora in fase di rodaggio visto lo stop di alcune partite per l’infortunio al ginocchio, ma i 20 minuti circa concessi da coach Mitchell al suo giocatore fanno capire quanto l’ex ala di Fenerbahce e Baskonia sia importante per i Twolves. 7) Devin Booker, Phoenix Suns Per me questo giocatore è assolutamente una sorpresa: figlio d’arte (il padre ha un passato in Italia tra l’altro), molto giovane – ha solo 19 anni – e tanto carattere. Viene scelto dai Suns alla numero 13 dopo solo un anno a Kentucky. Fino ad ora non ha avuto molto spazio ma, quando coach Hornacek gliene ha concesso, il giovane non ha deluso: le cifre da 3 sono mostruose (un 71% circa che sicuramente andrà in calando ma comunque impressionante a cui si aggiunge un 53.2% totale di tutto rispetto per essere una guardia). La concorrenza nel ruolo è sicuramente agguerrita vista la presenza di Bledsoe e Knight, ma il buon Devin sicuramente riuscirà a ritagliarsi un ruolo importante in un team che nelle ultime partite sembra soffrire tantissimo gli individualismi di Bledsoe e la mancanza di Chandler per infortunio in difesa, tanto che il record comincia ad allontanarsi da quel 50% tanto auspicato ad inizio stagione. Sicuramente se le cose in quel di Phoenix dovessero peggiorare Booker potrebbe vedere i suoi minuti aumentare, ma se questi dovessero incrementarsi anche con i Suns sulla cresta dell’onda non ci sarebbe da stupirsi visto la sua efficacia al tiro. 8) Stanley Johnson, Detroit Pistons Sicuramente non sta brillando e non sta giocando come potrebbe nonostante la buona stagione dei Pistons, ma ci sentiamo comunque di mettere l’ex Arizona alla posizione numero 8 perché sicuramente è destinato ad essere uno di quei giocatori di cui sentiremo parlare negli anni a venire. Ciò che per ora manca alla guardia di coach Van Gundy è la costanza in fase realizzativa: sono troppe la partite da quasi 20 punti seguita da match al di sotto dei 10 punti. La stessa cosa purtroppo vale per assist e rimbalzi. Un attenuante può essere sicuramente il fatto di giocare 20 minuti circa a partita e di avere in roster giocatori come Marcus Morris, Caldwell-Pope e Reggie Jackson che cercano molto il tiro e si curano poco di favorire un compagno alla conclusione con un extra-pass quando hanno un minimo spazio per penetrare. Il problema però è che Van Gundy non fa prigionieri ed in poco tempo potrebbe trovarsi fuori dalle rotazioni, visto anche il ritorno di una pedina fondamentale alla rincorsa playoff come Jennings a breve.
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9) Nikola Jokic, Denver Nuggets Pochi minuti giocati ma di sostanza. Si potrebbe riassumere così la stagione di Jokic fino a questo momento: il giovane serbo sino ad ora ha giocato poco meno di 17 minuti a partita, segnando però 7.5 punti e catturando 5 rimbalzi. La concorrenza nel ruolo è tanta ma il lungo europeo, anch’esso undrafted, si sta dimostrando un giocatore solido e sicuramente da tenere d’occhio per una futura rinascita dei Nuggets del Gallo. Lo stesso giocatore di Graffignana potrebbe fare tesoro dei rimbalzi offensivi catturati dal giovane compagno per tentare la tripla. Lo stesso Jokic però è un tiratore da 3 e di sicuro ad un buon allenatore come Mike Malone la cosa non sfuggirà, nonostante quest’ultimo gli stia concedendo meno minuti nelle ultime partite visto anche il rientro di Faried. L’unica pecca che si può muovere a questo giocatore è il fatto di essere ancora troppo aggressivo – i 3.1 falli di media lo dimostrano – ma Jokic è un classe 1995 quindi il tempo per lavorare su questo aspetto c’è. Tutto il resto è già quasi pronto. 10) Emmanuel Mudiay, Denver Nuggets Altro giocatore a cui i tifosi chiedono molto ma che non sempre da quanto può. Proveniente dai Guangdong Tigers, il nativo di Arlington, Texas, potrà sicuramente formare una coppia temibile in futuro con Jokic se solo i due limeranno le loro pecche in entrambe le metà campo. Fino a questo momento le cifre sono più che rispettabili per un rookie, 11 punti, 3.6 rimbalzi e 6.0 assist di media, ma le 4 palle perse tonde tonde a match sono forse troppo per un play già così esperto nonostante sia ancora un classe 1996. L’avergli consegnato sin da subito le chiavi di una squadra in piena ricostruzione è forse un rischio e il fatto che le fortune della franchigia del Colorado si basino sulle prestazioni del nostro connazionale non possono celare le mancanze di Mudiay in certi aspetti del gioco. Oltre a tutto ciò un Jameer Nelson come mentore nel ruolo non può essere una buona scelta, vista l’incostanza che ha accompagnato quest’ultimo durante la sua carriera. Sicuramente tra alcuni anni Mudiay, grazie all’ulteriore esperienza acquisita e forse ad un mentore migliore, sarà un giocatore più completo e pronto a gestire gli schemi di una squadra NBA, ma come sappiamo il massimo campionato di basket mondiale non aspetta nessuno, anche se questi sono grandi prospetti.
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Sicuramente in molti contesterebbero le scelte di non includere Russell in questa top 10, ma ciò che sta facendo vedere la seconda scelta assoluta all’ultimo draft è davvero poco e il pericolo di aver perso il posto da titolare a favore di Lou Williams con Clarkson spostato a play titolare è quasi certezza ormai (le dichiarazioni poi su Kobe sono deleteree in questo momento). Come detto all’inizio il tempo non manca, ma è meglio sbrigarsi perché LA è una piazza esigente e il rischio che ti bollino come un flop è dietro l’angolo. Stesso discorso vale per Cauley-Stein e Hezonja ma, il caos che regna alla corte di George Karl nel primo caso e la stagione sopra le aspettative di alcuni elementi dei Magic dall’altro, possono fornire un semi-alibi ai due giocatori comunque chiamati in un’alta posizione all’ultimo draft ma che stanno rendendo davvero poco.

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