NBA, la palla a due numero 70

NBA, la palla a due numero 70

Commenta per primo!

americanonlinenews.com
Quella che si alza questa sera è la settantesima prima palla a due della NBA. A rigore, la NBA propriamente detta nasce nel 1949, quando alcune squadre della NBL entrano nella BAA e si fondono nella lega che conosciamo ancora oggi. Ma, a detta di tutti, quello che si inaugura nel 1946-47 è il primo campionato di quella che noi oggi chiamiamo NBA. Difficile spiegare cosa fu quel primo anno, cosa fosse il basket e cosa fosse l’America. la palla due si alzò a Toronto, in un palazzetto conosciuto più per l’hockey che per il basket, come tutte le altre arene di quelle squadre, d’altronde, che pensarono al basket come riempitivo delle giornate senza partite di hockey. Il basket era uno sport che faticava a trovare il suo posto, schiacciato dal baseball, dal football e dall’hockey stesso. La BAA cercò di lucrare sulla passione che si vedeva a livello collegiale, creando un circuito professionistico che aveva come caratteristica quello, decisivo, di mettere il basket sulla carta geografica delle grandi città. Le squadre non nascevano più a Oshkosh, Sheboygan, Three-Cities, ma a New York, Chicago, Saint Louis, cercando quel pubblico che avrebbe garantito la sopravvivenza economica della lega stessa. Quella sera, i Toronto Huskies affrontarono i New York Knicks. A Toronto giocava Ed Sadowsky, una vecchia stella, già con gli Original Celtics, che fungeva da allenatore-giocatore. Ed era un tipo scorbutico, uno appassionato al vecchio basket da “veri uomini” e poco disposto alla difesa. In attacco chiedeva palla in post basso per girarsi e tirare un gancione anche allora raffinato, ma poco più. i Knicks erano allenati da Neil Colahan, ma solo in attesa di Joe Lapchick, il leggendario allenatore dell’università di Saint John’s e stella degli Original Celtics, uno che aveva codificato il ruolo di pivot negli anni ’30. In campo avevano Butch Van Breda Kolff, poi allenatore dei Lakers e padre del Van Breda Kolff stella della Virtus scudettata nell’84.
Ossie Schechtman || jewishcurrents.org
Il primo canestro della NBA venne a opera di Ossie Schechtman, un ebreo di New York che aveva giocato negli SPHAS di Gottlieb, quell’anno allenatore dei Warriors poi campioni. Fu un campionato di alti e bassi, in cui veterani dell’età eroica del basket (Sadowsky, Honey Russel, Colahan), si mescolarono con nuovi arrivati come Eddie Gottlieb, che iniziò ad allenare a 29 anni, e in campo stelle inattese come Max Zaslofsky di Chicago e Joe Fulks dei Warriors campioni. Un buon giocatore prendeva 4000 dollari, un campione andava a 8500, in un tempo in cui uno stipendio annuale era di 1000-2000 dollari. La schedule di quell’anno venne compilata da Eddie Gottlieb, che assunse il ruolo di compilatore del calendario per almeno trent’anni. La memoria di Gottlieb era prodigiosa: quando faceva l’impresario sportivo, a Philadelphia, ricordava dove si giocava ogni partita e gestiva personalmente la cassa dal fondo delle sue tasche. Quando, negli anni ’60, un proprietario di una squadra protestò per una trasferta che considerava troppo difficile come tempi, Eddie gli fece l’elenco dei treni e degli aerei in partenza dalla città dove giocava la sera prima. Il Commissioner era Maurice Podoloff, detto il pinguino per la forma fisica non da silfide. Un uomo scelto perché onesto (!), o l’unico di cui quei pescecani di presidenti si fidassero. Il primo anno fu un bagno di sangue finanziario, forse solo i Warriors guadagnarono qualcosa, per l’istinto da impresario di Gottlieb e il suo rigido controllo dei costi. Alla riunione di fine anno a New York, Podoloff scrisse nell’invito di “arrivare dopo aver mangiato, non ci sono soldi per offrire il pranzo”… Maurice Podoloff || mybasketballtimes.com Quello che la lega è invece, dopo settant’anni, non è solo l’evoluzione logica di allora, ma si porta dentro la trasformazione di un tempo e di un atteggiamento verso lo sport professionistico, che allora era visto come inferiore rispetto a quello universitario. Per la cronaca, i Knicks vinsero 68-66 quella sera. Schechtman si fece male dopo qualche partita e abbandonò lo sport giocato. La squadra di New York arrivò alle semifinali e venne eliminata dai campioni Warriors. La stella fu Joe Fulks, un kentukiano silenzioso che aveva imparato da solo a tirare in sospensione a una mano, cosa che i puristi non amavano. Lui, per sé, amava troppo il whisky e la sua carriera fu limitata dal suo vizio. Quando venne introdotto alla Hall of Fame, Gottlieb gli comprò un vestito per renderlo presentabile. In fondo alla panchina degli Huskies, Hank Biasatti, nativo di Beano, frazione di Codroipo, provincia di Udine, giocò, per modo di dire, la prima delle sue sei partite della BAA, e quindi della NBA, risultando il primo italo-americano a referto, almeno di quelli nati in Italia. (Frank Mangiapane era nato in USA). La storia della NBA è, da quella prima partita, un labirinto che a modo suo procede sempre in avanti. Con errori, rivelazioni, grandi eventi, è sopravvissuta ad anni difficili senza mai smettere di creare miti e fabbricare spettacolo. L’America di allora, allo stesso modo, è oggi irriconoscibile e anche i nostri vecchi, alla fin fine lo sono. Ma tutto ricomincia sempre per finire in modo diverso, anche oggi…

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy