NBA: le cinque sentenze della stagione 2015/2016

NBA: le cinque sentenze della stagione 2015/2016

Dalla grandezza di LeBron James alla crescita esponenziale dei ‘più piccoli’, ecco le 5 sentenze di questa stagione NBA.

E’ stata una stagione NBA ricca di record infranti e di colpi di scena, con emozioni di diverso tipo che lasceranno sicuramente il segno. Come ogni anno a fine stagione si possono tirare le somme e, in qualche modo, decretare molte sentenze, alcune sicuramente più importanti di altre.

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1. Il ritiro di Kobe Bryant e le stagioni deludenti di Ginobili, Garnett, Pierce e Duncan: la fine di un’era

L’addio di Kobe Bryant è solo l’inizio della chiusura di un’era cestistica basata su tante stelle ma, soprattutto, su tanti personaggi che passeranno alla storia. La stagione del ‘Black Mamba’ è stata tutto fuorché entusiasmante, ma le emozioni del suo tour d’addio ed i 60 punti segnati agli Utah Jazz nella sua ultima, hollywoodesca, partita hanno fatto comunque divertire i suoi tifosi, rendendo anche quest’annata memorabile.
Memorabile, sì, ma pur sempre l’ultima. E potrebbe non essere l’unico ad appendere gli scarpini al chiodo prima della prossima stagione, con buona pace dei ‘nostalgici’. Manu Ginobili ha dimostrato una buona forma ma il capolinea è vicinissimo, Tim Duncan potrebbe continuare un altro anno, ma la serie contro OKC e le difficoltà quasi imbarazzanti nell’attaccare il canestro contro Ibaka rendono l’idea di quanto la sua vincente carriera sia agli sgoccioli. Un’altra nota dolente è stata la stagione di due ex Celtics: Kevin Garnett e Paul Pierce. Il primo, superati i 40 anni, ha preso parte ad appena 38 partite con 3 punti e 4 rimbalzi di media, mentre il secondo, dopo aver disputato gli scorsi Playoffs in formato ‘The Truth’, è crollato a 6 punti a partita (non era mai sceso sotto i 12 nella sua carriera) e non è riuscito ad aiutare i Clippers nel corso della post season.
Difficile trattenere la lacrimuccia, ma è anche questo il bello dello sport.

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2. Differenza tra Eastern Conference e Western Conference

Se i record stagionali ci avevano fatto sperare in un ‘bilanciamento’ tra le due Conference, i Playoffs ci hanno dimostrato che il divario non è stato colmato.
Lo scorso anno 7 delle prime 10 squadre per record stagionale provenivano da Ovest, quest’anno invece nella top 10 figuravano ben 6 franchigie dell’Est. Il dato di quest’anno, però, ha mentito e non di poco per ciò che si è visto nella post season. I Toronto Raptors, giunti alle finali di Conference, avrebbero faticato e non poco per arrivare alle semifinali ad Ovest (probabilmente non raggiungendole) e anche se la storia non si fa con i se e con i ma, è difficile essere in disaccordo. Fatta eccezione per i Cleveland Cavaliers ad Est si nota la mancanza di fenomeni in grado di stupire, ed il buon gioco espresso da alcune squadre (Boston e Atlanta su tutte) non è bastato ad impensierire neanche minimamente l’armata di LeBron e compagni.

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3. Draft 2011 e 2012: a voi la scena

Chiusa l’era di Kobe e soci, ne inizia una nuova. Questa stagione ha dimostrato la consacrazione di molti giocatori selezionati nei Draft 2011 e 2012 e l’esplosione di altri che hanno iniziato a prendersi la scena.
Partendo dalle pick del 2011, spiccano molti nomi eccellenti ed altri che hanno, forse inaspettatamente, dato il loro contributo. Kyrie Irving ha saputo rendersi protagonista nonostante l’ingombrante presenza di LeBron e la tripla che ha regalato l’anello ai suoi Cavs ne è la dimostrazione, Kawhi Leonard è migliorato tantissimo in fase offensiva e si è portato a casa il suo secondo titolo di difensore dell’anno, Klay Thompson è stato messo in ombra dalla stagione stellare di Stephen Curry ma ha disputato una Regular Season di altissima caratura, Jimmy Butler ha conquistato il ruolo di leader nei Chicago Bulls e Isaiah Thomas, ultima scelta di quel Draft, ha guidato i Boston Celtics ad una stagione di ottimi risultati. Questi cinque nomi basterebbero ma ce ne sono tanti altri da non sottovalutare, a partire da Kemba Walker, di cui spesso ed ingiustamente si parla troppo poco, fino ad arrivare alla coppia di lunghi dei Raptors Biyombo-Valanciunas senza dimenticare Tristan Thompson (fondamentale nelle Finals) e Nikola Vucevic.
Per quel che riguarda le scelte del 2012, invece, abbiamo assistito all’esplosione di Andre Drummond, all’ottima stagione in casacca Magic di Evan Fournier, ai progressi di Jae Crowder ma soprattutto alla crescita dello spessore cestistico e di leadership da parte di Damian Lillard e Draymond Green.
Il playmaker dei Portland Trail Blazers, poco amato dai piani alti della NBA e della Nazionale americana, ha dimostrato di meritare rispetto, trascinando la sua squadra ad un quinto posto ad Ovest a dir poco inimmaginabile.
L’ala dei Warriors, a parte un trash talking a volte snervante, è stata la vera sorpresa dei Golden State Warriors, con triple doppie su triple doppie ed uno stile di gioco moderno dominante.
Menzione a parte per Anthony Davis, la vera stella del Draft 2012, da cui ci si aspettava molto di più se non fosse stato per i continui acciacchi.
Di certo c’è una cosa: il lungo dei Pelicans, e tutti questi altri ‘ragazzini’, ci faranno divertire ancora per molto.

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4. Stephen Curry può ancora migliorare

Dopo una stagione che definire sontuosa sarebbe riduttivo, il #30 è calato di rendimento sul più bello. Che sia per problemi fisici o per altri motivi, le sue ultime due Finals disputate ci lasciano pensare ad una sola cosa: l’MVP 2015/2016 può ancora migliorare.
Negli ultimi due anni ha dominato la NBA ma questo ancora non basta per prendersi lo scettro del migliore di tutti, soprattutto se il confronto più atteso viene vinto dal tuo antagonista principale e non di poco.
Il record di triple non lo cancellerà nessuno, il record di 73-9 neanche, ma un anello da protagonista delle Finals è molto più importante di tutto il resto.

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5. LeBron James è il Re della NBA

Non che sia una novità, ma LeBron James ha dimostrato ancora una volta di essere il miglior giocatore del mondo. Le Finals dello scorso anno ci avevano lasciato l’idea di un giocatore ‘solo sull’isola’ ma comunque mostruoso, quelle di quest’anno invece sono la conferma che nessuno è al livello di King James.
Una Regular Season silenziosamente dominante con l’obiettivo di conservare le forze per i Playoffs, risultato? 26.3 punti, 9.5 rimbalzi, 7.6 assist, 2.3 recuperi e 1.3 stoppate di media nella post season, MVP delle Finals e, soprattutto, titolo NBA regalato alla sua Cleveland.
La rabbia agonistica dimostrata e le lacrime sulla sirena rendono solo in parte l’idea di quanto a LeBron pesassero le ultime due finali perse.
La NBA ha un Re che di nome fa LeBron, giusto per ribadirlo…

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