NBA outcasts: coloro che sono stati rigettati dalla Lega

NBA outcasts: coloro che sono stati rigettati dalla Lega

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L’NBA, in quanto massimo Campionato di pallacanestro mondiale, celebra e consacra i suoi campioni periodicamente; documentari, merchandise, spots sono alcuni dei contorni di un circo all’apparenza dorato. Tra i tanti atleti passati tra le fila della Lega, ce ne sono stati alcuni talmente promettenti da far sognare migliaia di appassionati ma che infortuni, sfortuna e i ritmi frenetici della stessa hanno portato al loro declino. Quel poco da loro mostrato è stato tuttavia abbastanza. Di seguito abbiamo raccolto cinque giocatori, a cui il destino ha giocato scherzi non indifferenti, ma che stanno riuscendo o sono riusciti a rialzarsi sulle proprie gambe, rimanendo nel cuore di tantissimi tifosi e conquistandone molti altri.   Jonathan Bender

indystar.com
Draft 1999: tra i vari Brand, Francis, Baron Davis, Odom, Andre Miller, Shawn Marion, Rip Hamilton, Jason Terry, Metta (Artest), alla cinque i Raptors pescano (ma lo girano subito ai Pacers in cambio di Antonio Davis) un ragazzo alto 2,12 m ma talmente agile e leggero da poter fare il 3 o il 4. Come dirà in seguito un proprietario degli Indiana Pacers, “Bender era Kevin Durant prima di Kevin Durant”. Ed effettivamente non aveva tutti i torti: dopo aver riscritto un paio di record al McDonald’s All American, vola direttamente dall’High School all’NBA. Le sue ginocchia, tuttavia, non riescono a sorreggere quell’ammasso di talento e in sette stagioni gioca solo 237 gare (con un picco di 78 alla terza stagione, ma solo 9 complessive le ultime due), giusto il tempo di sfornare un paio di schiacciate strepitose e partecipare ad uno Slam Dunk Contest. Dopo un paio d’anni passati a prendersi cura del proprio fisico, viene firmato dai Knicks; poco importa il risultato sportivo, è riuscito a tornare (gioca 25 partite, per poi decidere di ritirarsi definitivamente). Jonathan è attualmente milionario, poiché tra le sue varie vicissitudini ha inventato il “JB Trainer Intensive”, strumento che aiuta a rinforzare i muscoli delle gambe senza incidere su tendini e cartilagini delle ginocchia, per aiutare chi ha avuto ed avrà il suo stesso problema. Inoltre, in seguito all’uragano Katrina, ha fondato un’associazione No Profit a favore degli sfollati a New Orleans. Chapeau Jonathan.   Jay Williams
havefordathletics.com
Ragazzo del New Jersey, vincitore del titolo NCAA con Duke nel 2001 e nominato miglior giocatore di tutti i College l’anno successivo, viene scelto al Draft del 2002 come seconda scelta dai Bulls, subito dopo Yao Ming. Playmaker moderno, al primo anno viene inizialmente schiacciato dalle aspettative e dalla presenza in backcourt di Jamal Crawford (da sempre “selvatico” e capace di mandare fuori fase attacchi e difese avversari e non), ma mostra interessanti sprazzi di talento tra cui una tripla doppia contro i “suoi” New Jersey Nets. Il secondo anno, tuttavia, non lo gioca: il 19 giugno 2003 si schianta con la moto, senza casco, senza patente e nonostante il divieto dei Bulls di guidare motociclette; si rovina completamente i legamenti della gamba sinistra, e nonostante cicli lunghissimi di fisioterapia e una lenta riabilitazione, viene successivamente tagliato dai Bulls (con una buonuscita per pagarsi le spese mediche). Memore dell’errore commesso, continua la riabilitazione e inizia a commentare per ESPN la pallacanestro liceale e collegiale. Prova a rientrare nella pallacanestro giocata (prima coi Nets, poi con gli Austin Toros, infine coi Miami Heat) ma non riesce a tornare su un parquet NBA. Il suo impegno fuori dal campo gli ha già comunque riaperto le porte dell’NBA: continuando a commentare per ESPN, è diventato uno degli uomini di spicco dell’emittente televisiva: al Draft 2014, ha intervistato i giocatori scelti; a quello del 2015, conduceva l’evento stesso.   Dajuan Wagner
complex.com
Da Messiah. Questo il soprannome di Dajuan, figlio di un ex Lakers e nativo di Camden (una delle città più povere d’America e, di conseguenza, una delle più pericolose). Fin da piccolo dimostra di saperci fare (tanto) con la palla a spicchi, ed oltre ad essere talentuoso è un infaticabile lavoratore. I frutti non tardano ad arrivare: in una partita ai tempi dell’High School, segna 100 punti, ed è premiato come miglior liceale d’America al termine dell’anno. Invece che andare direttamente in NBA, va a studiare a Memphis e a giocare sotto la guida di John Calipari, dove continua a fare razzia di premi individuali (21,2 punti di media nell’unica sua stagione collegiale) pur non partecipando al torneo NCAA. Scelto come sesta scelta al Draft 2002 dai Cavaliers, il primo anno ha una media punti ottima di 13,4, con alcune prestazioni ottime come quella contro i Sixers di Iverson (29 punti), ma è già tormentato da problemi a colon e intestino: se nella prima stagione gioca solo 47 partite prima di infortunarsi al ginocchio (con i Cavs che perdono in continuazione per poter scegliere Lebron James al Draft), dalla seconda i dolori non gli permettono a momenti di camminare: la diagnosi è rettocolite ulcerosa, malattia autoimmune che irrita le pareti degli organi sopracitati. Gioca 44 partite, 11 la terza stagione prima di essere tagliato. Si opera e ce la mette tutta per tornare sul parquet: la chance gliela da Golden State, nel 2006, che però lo taglia dopo una partita essendo suo malgrado l’ombra di se stesso. A soli 24 anni, prova a riciclarsi in Polonia pur martoriato dai problemi non risolti con l’operazione, ma si infortuna al ginocchio e termina anzitempo la sua esperienza europea. Tornato nella nativa Camden, sta meglio e osserva crescere il figlio Dajuan Junior, continuando ad allenarsi. Perché con il Messia, non si sa mai risorga un’altra volta…   Brandon Roy
oregonlive.com
Il Draft del 2006 è stato il Draft dei Blazers: sebbene la prima scelta sia andata ai Raptors (con il nostro Bargnani in direzione Canada), la franchigia dell’Oregon tramite trades è riuscita a mettere le mani su due straordinari giocatori: il primo è Lamarcus Aldridge, il secondo è Brandon Roy. Roy è un ragazzo di Seattle con problemi di apprendimento (nessuno dei genitori e nemmeno il fratello avevano frequentato il College), ma le sue abilità cestistiche “chiamavano” la vicina Università di Washington, sebbene lo stesso, per tutelarsi da un’eventuale esclusione, fosse andato a lavorare, pulendo i containers al porto di Seattle per 11 dollari l’ora. Dopo aver ottenuto l’idoneità, in quattro anni ha perfezionato sensibilimente le proprie abilità arrivando a portare la propria squadra ai massimi tornei nazionali e ricevendo tantissimi riconoscimenti individuali. Una volta al piano superiore, Brandon ci mette poco per far capire di che pasta è fatto: gioca solo 57 partite causa infortuni, ma bastano per far si che gli sia consegnato in pompa magna il premio di Rookie dell’anno. Ed è solo l’inizio: le seguenti tre stagioni è convocato per gli All Star Game, fa segnare tutti i suoi massimi (52 in punti, 14 in rimbalzi, 12 in assist e 10 in recuperi) riuscendo a non farsi troppo condizionare dalle cartilagini delle proprie ginocchia, che lo infastidiscono sin dai tempi del College, sebbene sia costretto ad operarsi ad Aprile 2010. Comincia la stagione 2011 sui suoi soliti ritmi, prima di doversi fermare in Dicembre ed annunciare un’altra operazione: ritorna in campo, ma è totalmente un altro giocatore, inconsistente e dolorante. Il canto del cigno non tarda ad arrivare, ed è una superba prestazione da 24 punti che permette un’incredibile rimonta in Gara 4 dei Playoffs per pareggiare la serie contro Dallas (che poi vincerà il titolo). Annuncia il ritiro prima di cominciare la stagione seguente consigliato dai medici, in quanto avrebbe rischiato la sedia a rotelle se avesse continuato. Ma dopo un solo anno passato a curarsi, con addirittura iniezioni di sangue sovraossigenato nelle ginocchia, il richiamo del parquet è irrestitibile: firma così con i Timberwolves un contratto triennale garantito al superamento di un certo numero di partite giocate; purtroppo, dopo la pre-season e sole 5 partite di regular season, è costretto a fermarsi per operarsi nuovamente, ma il suo obiettivo è stato raggiunto: il ritorno, per quanto breve e romantico, ha riportato agli occhi di tutti quel guerriero silenzioso e sorridente.   Greg Oden
basketballbuddha.com
Altra scelta dei Blazers (prima scelta del 2007, prima di Kevin Durant) e altro fantastico talento martoriato dalla sfortuna e dagli infortuni alle ginocchia: Greg Oden ad Ohio State era talmente forte che lo avrebbero scelto tutti alla numero uno, rivedendo in lui quel tipo di centro dominante alla Shaquille O’Neal, un fisico totalmente diverso ma grandissima abilità e potenza in post basso. Tuttavia, dopo aver saltato l’intera prima stagione a causa di un infortunio, gioca 82 partite in 4 stagioni (l’equivalente di una soltanto), infortunandosi a ripetizione soprattutto il ginocchio sinistro. Diventato free agent a causa del taglio dei Blazers, e ormai fuori dai parquet NBA da diverso tempo, prova a riciclarsi ai Miami Heat dei Big Three campioni in carica, comparsando ed arrivando alle finali contro gii Spurs, poi perse. Terminato il contratto, decide di non insistere ma preparare il suo corpo più a fondo per le fatiche del Campionato, passando un anno ad Ohio State con gli allenatori che lo avevano plasmato. Dopo un anno di allenamenti, torna al basket giocato in Cina, con i Jiangsu Dragons; il debutto da 26 punti e 14 rimbalzi fa alzare parecchi sopraccigli, rinverdendo i fasti collegiali. In futuro, non è da escludere che il grande gigante dalla faccia triste non riesca a tornare sui parquet che avrebbe potuto dominare.  

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