New York, the Big (Rotten) Apple

New York, the Big (Rotten) Apple

La rimonta subìta stanotte fa male, ma non è tutto da buttare.

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Che quando un giocatore arriva a New York finisce in un mondo a parte, così come forse succede solo ad LA, questo è chiaro e incontestabile. Quel caleidoscopio di luci, colori, suoni, di una vita che è diversa rispetto a tutto quello che si è vista prima, rappresentano l’anima anche di una squadra come i Knicks che devono tanto alla loro storia, ma che vedono ogni giorno divenire quei gonfaloni appesi al MSG più vecchi e impolverati.

Solo una squadra che è tutto ed il contrario di tutto può affrontare una gara contro i vicecampioni NBA – ossia i Cleveland Cavaliers – giocando una pallacanestro tanto a viso aperto che di fatto prima si porta avanti di 23 punti e poi, sempre nello stesso modo, causa la rimonta incredibile di LeBron James e soci, con lacrime di Porzingis incluse.
Era la sfida delle tante chiacchiere, del vetriolo che aveva anticipato la palla a due con King James che aveva bistrattato Frank Ntilikina, play francese che ancora ha da esprimere il suo potenziale, anche se la buona difesa della notte fa ben sperare. Che il clima teso avrebbe regnato in una gara che dal pronostico doveva essere scontata – anche se con i Cavs di questo inizio di stagione mai dire mai – si era capito dalla faccia di un Enes Kanter che si mette a difesa non solo del canestro ma anche e soprattutto dei compagni. Se a metà gara Cleveland aveva più falli tecnici a referto che triple mandate a bersaglio, forse sembrava che non tutti i mali “mediatici” finissero per nuocere.

Poi però l’energia nervosa finisce, il “prescelto” abusa del suo fisico in post basso e la gara viene rivoltata come un calzino, con gli spalti del Madison Square Garden che si svuotano tristi, senza quella scintilla che uno Sprewell, uno Ewing, magari non la top stella per talento, magari goliardici ed eclettici, sapevano innescare, anche al di là della reale forza di un gruppo unito insieme più dalla forza della necessità contrattuale che non da un contesto tecnico definito.

Eppure, proprio King James, provato dopo la sfida, solleva un ambiente saturo con parole sincere – dovute forse anche al fatto che i Knicks, vincessero la prossima, avrebbero comunque un record migliore di quello dei Cavs, non dimentichiamolo – che nella Grande Mela risuonano. “Complimenti al lavoro di Jeff Hornacek, forse essendo andato via il Big Fella ora può lavorare con maggiore serenità, ed i frutti si vedono, anche New York può competere se avrà pazienza e voglia di continuare a lavorare come fatto stasera”. Bene ma non benissimo, specie se quel “Big Fella” a cui si riferisce altri non è che Phil Jackson, uscito fuori dal tourbillon della room service di una franchigia che è famosa per le sliding doors.

A New York di “mele” se ne intendono: e una mela bacata non è detto che sia del tutto da buttare, il problema arriva quando è acerba o quando marcisce. Una squadra come gli attuali Knicks manca ancora di quel carisma che Tim Hardaway jr non riesce a trasmettere, perché magari il genoma è quello giusto ma l’esperienza lascia a desiderare. Ntilikina non ha un mentore da seguire nel ruolo, se si pensa che Jack è il titolare – ginocchia fragili incluse – e Sessions quello che lo deve “istruire” dal punto di vista degli intangibles. Una squadra che ha scelto di privarsi del giovane Kuzminskas per far posto in rotazione a Noah, che da anni non è più al top, e che toglierà minuti anche a O’Quinn che assieme a Porzingis forma una prima linea davvero di talento. Sono le scelte e la tempistica che fanno la differenza.
Cogli l’attimo, cogli il momento, solo che Orazio e Walt Whitman avevano a che fare con la filosofia e le rose, con le mele potrebbe essere un po’ diverso. Serve una scossa diversa dal turbine lettone ai Knicks, perché la base di partenza non è male, l’anno prossimo avranno spazio salariale per aggredire il mercato e se il sistema di Hornacek, che tutto sommato sta funzionando, fosse puntellato e non stravolto, allora si potrebbe provare a ritornare grandi in una Eastern Conference dove le incertezze la fanno da padrone e dove – non ce ne voglia LeBron – anche con uno Dennis Smith jr in più in cabina di regia, difficilmente si sarebbe potuto fare meglio del 7-6 che finora si legge nelle classifiche.

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