Non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta – Kevin Garnett

Non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta – Kevin Garnett

Ha vinto meno di quello che avrebbe potuto, ma nessuno potrà mai dire che si è tirato indietro.

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Il pugno sul petto. Urla. Mani sempre in movimento.

Sono gesti che intimoriscono gli avversari, sono gesti che caricano i compagni.

Minneapolis entra nella cartina della NBA nel 1995 quando uno stangone, magrissimo, approda nello stato dei mille laghi direttamente da Farragut HS.

Sembra un azzardo, mai nessuno si è dimostrato pronto senza aver giocato nel campionato NCAA. Minnesota gli dà una chance chiamandolo con la sesta chiamata al Draft. Di punto in bianco la storia della franchigia cambia.

Per la prima, e finora unica volta i tifosi dei lupi possono dire di aver visto indossare la canotta della propria squadra ad un MVP della stagione NBA: nel 2003-04 la loro stella ha toccato un livello talmente alto che la NBA stessa sembrava subire un terremoto dal punto di vista tecnico. “The Big Ticket” era dappertutto: però prima veniva la difesa perché da sempre i vincenti hanno mostrato che si parte dalla propria metà campo per costruire le vittorie.

Un animale.

Non lasciava un centimetro libero agli avversari, provava ad annientare qualsiasi tentativo avversario e spesso portava a compimento il tutto. L’azione però non finiva lì: via di corsa in attacco perché la prima opzione offensiva era lui. Voleva esserlo.

Emblema della sua onnipresenza cestistica è quest’azione:

Per vincere, però, ha dovuto emigrare a Boston, una città storicamente vincente ma che per 22 anni non vide nemmeno l’ombra di un successo. Un’attesa troppo lunga, serviva uno scossone.

Sette giocatori vengono sacrificati per arrivare al simbolo del nuovo Celtic Pride: quando entra in campo, quella maglia che veste gli appartiene. Rappresentava l’appartenenza. Era appena arrivato, ma aveva capito che quella squadra e quel popolo biancoverde aveva bisogno di una guida, a volte eccessiva e prorompente, ma certamente sicura del suo obiettivo, cioè quel titolo NBA che arriverà a fine stagione con una giocata di potenza pura nella devastante gara-6 del TD Banknorth Garden:

La parentesi a Brooklyn, che alla fine ha aiutato ancora di più i Celtics grazie a scelte altissime nei draft futuri, non ha mostrato molto sul campo. Il #2, come quello vestito dal suo amico Malik Sealy morto tragicamente nel 2001, disegna ancora una volta l’umanità di chi non si dimentica delle persone importanti.

Il ritorno a Minnesota è la ciliegina finale: lo voleva, tanto da decidere di togliere la clausola no-trade presente nel suo contratto pur di tornare a casa. Lo doveva ai suoi tifosi, lo doveva anche a se stesso per capire realmente cos’era stato in grado di fare in una franchigia disastrata. La portò ad un passo dalle NBA Finals dominando la Lega in ogni metro quadrato di parquet.

Gli infortuni hanno iniziato a martoriare un fisico ormai cestisticamente vecchio – ha passato più giorni da giocatore NBA che nella vita pre-draft – e lui si è dedicato alla crescita di un Towns che potrebbe essere tra qualche anno il secondo MVP nella storia dei Timberwolves.

Il primo ed irripetibile rimarrà sempre lui, Kevin Garnett.

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