Omero non giocava a basket: la lega dei giocatori straordinari

Come la NBA è diventata la lega di maggior successo al mondo costruendo il mito dei suoi giocatori.

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“When the legend becomes Fact, print the legend”

John Ford, “L’uomo che uccise Liberty Valance”

Nel successo della NBA la costruzione del mito è altrettanto importante del mito stesso. l’NBA capì questa lezione in ritardo rispetto agli altri sport, soffrendo un gap di credibilità e di forza letteraria rispetto a football, baseball, boxe. La creazione della mitologia cestistica è un processo complesso e non sempre consapevole, che dall’inizio della lega porta a costruire personaggi, rivalità, storie, che motivino la tifoseria, alimentino la passione e attirino spettatori.

Gottlieb ai Warriors cercò di costruire il personaggio Joe Fulks, poi quello Arizin, e infine si trovò tra le mani Wilt Chamberlain. Lo scontro Chamberlain-Russell fu una delle rivalità degli anni ’60, condita da quella tra Celtics e Lakers, e non fece sicuramente la gioia di Walter Kennedy, allora commissioner, dover ogni anno premiare Boston e usurare un marchio NBA che dall’alternanza di campioni avrebbe avuto dei vantaggi.

Gli anni ’70 dell’NBA sono confusi, senza giocatori guida. Diverse squadre si alternano a vincere il titolo e il marketing della lega, nonostante buoni rating televisivi, non riesce a far fare il cambio di velocità necessario a incrementare l’appeal del gioco. La ABA, la lega concorrente che ebbe maggior successo nel fronteggiare la NBA, basa le sue squadre su giocatori-chiave, spende molto per assicurarsi il meglio. Julius Erving, Doctor J, sceglie proprio la ABA e la sua mossa mette in crisi la lega principale.

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La ABA mette la NBA di fronte a  uno specchio convesso. La ricerca di spettacolarizzazione, il tiro da 3, il pallone multicolore, sono elementi che spingono fino in fondo il pedale dell’acceleratore e mostrano alla lega principale la via. Grandi giocatori, capacità affabulatoria, spettacolo, in poche parole la costruzione di una narrazione completa da un punto di vista sportivo e scenico. Una mitopoiesi, la costruzione di un mito, che deve abbandonare un certo gusto del gioco sporco e cattivo per esaltarne le caratteristiche più eleganti, la bellezza intrinseca e l’altezza tecnica e umana a cui possono arrivare i confronti in campo.

Il primo grande colpo di fortuna è l’atterraggio sul pianeta basket pro di Magic e Larry, un discrimine netto rispetto ai tempi precedenti perché per la prima volta la NBA “crea” un prodotto specifico, la rivalità tra Celtics e Lakers, sublimata nello scontro tra i loro maggiori rappresentanti. La finale del 1984 fa tirare un sospiro di sollievo a Stern, allora fresco commissioner, che non poteva credere di poter finalmente vendere una serie così piena di contenuti.

Nell’85, il marketing dovette essere praticamente riscritto, a causa del canestro Ralph Sampson, che eliminò i Lakers in gara-5 della finale Ovest, dando vita a una inedita serie Celtics – Rockets. Nell’86 e ’87 le vittorie Lakers contro i Celtics suggellarono una rivalità che spinse l’NBA su scala mondiale fino a diventare uno spettacolo a sé, superando definitivamente la NCAA, verso cui aveva sempre sofferto di un certo complesso di inferiorità, se non altro accademica.

L’elemento chiave in questo processo è la cura per le immagini. L’NBA inizia a utilizzare tutti gli strumenti necessari per migliorare la percezione visiva del gioco. Moltiplica le telecamere, mette microfoni a bordo campo, utilizza le slo-mo e le super slo-mo. Magic e Larry sono i primi a beneficiare di queste risorse, ma la NBA ha la seconda grande fortuna, a partire dall’84, di imbattersi nel carattere ideale per fare da tramite catartico tra il gioco e gli spettatori: Micheal Jordan.

Jordan rappresenta un giocatore di tipo completamente nuovo. Per i primi anni la sua squadra supera a malapena la RS per qualificarsi ai Play-off e fino al ’91 non vince il titolo. 7 anni che, rivisti oggi, sembrano non esistere, così forte è la dimensione vincente di Jordan. Ma tant’è, questa è la costruzione del mito. Con Jordan, la fabbricazione della storia diventa un atto “a priori”, nel senso che esiste quasi una sceneggiatura che lo spettatore attende venga riempita. E la figura di Micheal, tanto forte in campo, quanto combattuta fuori, con la storia del padre ucciso da un rapinatore, il baseball, l’amore per North Carolina University, possiede tutte quelle sfaccettature in cui un narratore cosciente può gettarsi per far emergere un poema epico, in cui il Nostro diventa un moderno Ulisse, o Achille, o Giasone.

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Alla fine della carriera di Jordan, ecco la figura di Kobe. Molto diversa, bisogna ammetterlo. Kobe non ha mai avuto le esitazioni di Micheal, è sempre stato, dall’età di diciotto anni, un giocatore NBA fatto e finito. La sua ricerca del titolo e la quantità di cose che ha fatto per arrivarci, tra cui stare all’ombra di Shaq, trovare in Jackson la sponda necessaria a far fiorire in pieno il suo talento, superare indenne un processo per stupro, le altezze e le bassezze di ogni carriera, lo hanno reso un personaggio forse più antipatico di Micheal, ma altrettanto capace di catalizzare la narrazione della NBA nei suoi anni di carriera.

A testimoniarlo, la cura con cui il suo addio è stato organizzato. Una vera e propria sceneggiatura hollywoodiana, un crescendo fino all’ultima partita, tanto da oscurare il record pazzesco dei Warriors. Nell’addio di Kobe, l’insieme di sponsor, lega, passione degli spettatori, ha reso ogni partita una tappa di un viaggio che è sembrato davvero l’odissea del ritorno a casa, condita dall’uccisione dei proci che provavano a prendersi la reggia nell’ultima partita, con gli Utah Jazz nella parte di Antinoo e soci.

È vero che nulla è come prima dopo Micheal e Kobe. I giocatori possiedono molta più coscienza del loro ruolo di “catalizzatori”, arrivano al professionismo con delle idee ben precise, sanno muoversi, vestirsi, attirare l’attenzione. Jordan arrivava in una lega che non si prendeva abbastanza cura di questi dettagli, i grandi giocatori erano presenze sul campo, ma poco significative fuori. La sua lezione consiste proprio nell’aver messo in piedi una cura maniacale per ogni aspetto della vita dentro e fuori dal campo, fino a rendere l’immagine un elemento necessario allo status e un moltiplicatore del valore di un contratto.

A questa necessità, corrisponde, altrettanto impellente, quella di una creazione di una memoria, a cui sopperisce in modo egregio la Hall of Fame. L’attenzione verso i precursori (le squadre degli Original Celtics, dei Buffalo Germans e dei New York Renassaince, introdotte nella Hall per il loro contributo), il recupero degli eventi del passato, i concetti di “coaching tree”, le genealogie di ruoli, contribuiscono a “ispessire” il significato di ogni evento per inquadrarlo in un flusso storico, che crea la narrazione della lega come un enorme romanzo in divenire, di cui ogni giorno vediamo un pezzetto, e non possiamo attendere domani per vedere cos’altro succede.

L’oggi è LeBron James e Steph Curry. LeBron, una figura attesa come un messia, la cui carriera è oggetto costante di scrutinio, fino a diventare un brand a sé che influenza chiunque gli sia intorno. Steph, invece, è un giocatore fiorito negli ultimi anni in modo inatteso. Dopo le prime 4 stagioni, buone ma non da superstar, negli ultimi tre anni, grazie a un gioco radicalmente rinnovato, ha trovato una dimensione che lo ha reso il giocatore imprescindibile di questi anni, mettendo in crisi la leadership di LeBron.

C’è però chi non riesce a rassegnarsi a questa visione. I San Antonio Spurs rimangono orgogliosamente una squadra di basket, con giocatori dalla biografia desolatamente vuota e espressioni facciali alla Buster Keaton. Per gli Spurs parla ancora il basket, che è per loro un brand a parte, una dimensione fuori dalle narrazioni NBA in cui a contare è, orgogliosamente il gioco. Straordinario personaggio anti-personaggio, Popovich coltiva un’immagine che della sottrazione, di una esibita scontrosità e di un rapporto quasi paterno con i giocatori ha fatto il suo brand personale, inimitabile e non pensabile da nessuno.

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Non bisogna dimenticare che la dimensione commerciale nasce da una dimensione epica. Nessuna campagna di marketing potrà mai trasformare in eroe una schiappa o attribuire caratteri unici a giocatori che non ne hanno. Il marketing, le politiche, magnificano la grandezza, non la inventano. Sono uno specchio deformante, che danno un’importanza maggiore ai campioni, ma sono completi solo se riescono a tenere nel panorama anche i soldati e tutti quelli che intorno a loro creano lo spettacolo del gioco.

Questo la lega lo sa e per questo il sistema “olimpico”, formato da Dèi a diversi livelli, è quello che continua a essere più utilizzato. Creato dai greci duemila anni prima di cristo, esaltato nei poemi epici e nelle loro riscritture, gli dei dell’Olimpo e il loro contorno di eroi, semidei, titani, ragazze da cartolina, continua a essere la sceneggiatura ideale di ogni poema epico che si conclude con la serie finale dei playoff.

È un qualcosa di profondo nell’animo umano, una serie di storie che hanno finali già scritti ma in bilico fino all’ultimo. Chi vuole guarda gli eroi al centro, gli dei, chi ama lo sfondo cerca i soldati che si sacrificano nel corpo a corpo, chi infine cerca i significati più elevati, si lascia prendere dall’insieme, dal fato che porta in apparenza verso un destino e spesso viene ribaltato in modo inatteso. Ognuno riflettendo se stesso nel video che è il prodotto di una fabbrica mitologica non diversa da quella di Omero e che, come quella, è altrettanto capace di spiegarci la vita, come una filosofia o un romanzo russo.

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