Otello-LeBron e Richelieu-Wade, due modelli di leadership

Otello-LeBron e Richelieu-Wade, due modelli di leadership

Il tentativo di LeBron di costruire una squadra vincente a Cleveland si scontra con gli evidenti limiti della sua personalità, che hanno invece decretato il successo di Wade a Miami

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I mugugni di Kyrie Irving nelle ultime settimane sono solo l’episodio più recente di un progressivo deterioramento dello spogliatoio dei Cleveland Cavs. Nati per vincere nella seconda incarnazione di LeBron, i Cavs sono arrivati alla finale nel 2015 impegnando i Warriors in 6 partite e, al completo, quest’anno, minacciavano di poter fare ancora meglio, pur contro una squadra per certi versi onnipotente.

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Invece, contro tutti i pronostici, o non proprio tutti, i Cavs stanno lentamente, prima, rapidamente, ora, mostrando segni di cedimento sempre più marcati, che la leadership di LeBron fatica a tenere sotto controllo. E proprio un caso di leadership comparata potrebbe essere questo dei Cavs, in cui un LeBron che pensava di aver imparato la lezione da Wade a Miami, è tornato per vincere, attirando un giocatore, Kevin Love, che, insieme a Kyrie Irving, doveva formare un “big three” in grado di ricalcare quello formato agli Heat da James stesso, Wade e Bosh.

Già l’anno scorso era chiaro che qualcosa non andasse proprio per il verso giusto. Non erano solo gli infortuni a Love e Irving, che lasciarono il campo a un’esibizione di onnipotenza LeBroniana come forse non ne vedremo più, ma un equilibrio di squadra, un rapporto troppo sbilanciato a favore del campo con un allenatore e un GM che non avevano il peso “politico” per arrestare il titanismo di James. David Blatt, un grande allenatore in europa con un’idea di gioco molto preciso, per certi versi simile a quello dei Warriors, si è trovato a dover gestire un giocatore che da solo vale una squadra, in termini materiali e immateriali, e a dover trovare un equilibrio con giocatori, Love su tutti, che in qualche modo “assorbono” dalla squadra, prima di “dare”.

Il confronto con Wade è quantomai interessante. Il primo anno dei big three a Miami si incontrarono molti problemi. La squadra finì con un 58-24 che, pur essendo un ottimo record, lasciò qualche perplessità. La sconfitta in finale con i Mavs avrebbe potuto dare la stura a diversi problemi e recriminazioni, e dissolvere una squadra che doveva ancora trovare la propria anima.

Ma gli Heat hanno quell’equilibrio Scrivania Panchina Campo che permette alla squadra di stare in piedi. Riley è una figura leggendaria della lega, che ha dimostrato di saper costruire e gestire squadre vincenti in 4 decadi, dai lakers di cui era solo allenatore ai Knicks agli Heat di oggi. Spoelstra è un allenatore giovane, ma che aveva guidato la squadra in due annate ai playoffs prima dell’arrivo di James e Bosh, quindi aveva un’intesa forte con Wade. Dal canto suo, in campo, Wade è un giocatore e un uomo che sa catalizzare la squadra intorno a sé. Possiede quel delicato equilibrio mentale con cui può decidere di passare il ruolo di prima stella a James, ma mantenere il fermo controllo su tutta la squadra e concentrarsi verso il raggiungimento di un obiettivo.

James è tornato a Cleveland in un momento in cui la squadra non si aspettava il suo ritorno. Ha trovato un David Blatt assunto per un altro compito e mandato via i giovani per poter chiamare Kevin Love e cercare di vincere subito. James pensava di aver assorbito la lezione di Wade e di poter ricreare un ambiente “Miami” ai Cavs, ma qualcosa è evidentemente andato storto.

Il primo punto è che i Cavs non possiedono l’equilibrio scrivania-panchina-campo degli Heat e di tutte le grandi squadre. La stella vince quando il suo potere assoluto è mitigato da un’organizzazione che può dirgli cosa si deve fare. Jordan vinse perché Jackson gli disse di dare la palla a Paxon per il tiro da tre. Magic vinse perché Pat Riley gli diceva come servire i compagni. Perfino Kobe vinse con Jackson. La stella vince quando esiste un’organizzazione che ha il “peso” per dirgli cosa fare. Il GM dei Cavs, David Griffin, non ha il background per parlare a James allo stesso livello e Blatt non ha mai incontrato qualcosa di simile allo “star system” incarnato da James. In sé, James è troppo grande per entrambi, una massa solare caldissima che scotta chiunque si avvicini.

Ma anche James ha i suoi difetti. Sicuramente è riuscito ad addomesticare gli istinti di un JR Smith, e ha spinto la squadra a difendere e a lottare su ogni pallone, ma il suo istinto di capo lo porta ad avere buoni rapporti con gente come Smith e Dellavedova, che a costruire un rapporto con le altre stelle della squadra. Incarnando la migliore definizione di “maschio alfa”, LeBron non è riuscito a fare a meno di fare a pezzi le personalità di chi gli sta intorno e non ha avuto la saggezza, qui alla Wade, di farsi da parte per lasciar emergere le altre stelle della squadra.

Anche nel cosmo dei “big three”, il bilanciamento tra le varie anime di una squadra è un affare complesso, e ancora di più lo è se il rapporto tra coach e miglior giocatore non ingrana. Blatt è stato forse troppo timido con LeBron, mentre LeBron si aspettava qualcosa che lui stesso fatica a capire, tanti sono stati gli allenatori passati per le sue esperienze.

L’impressione è che, come il miglior Otello, LeBron si sia lasciato irretire da degli Jago che hanno scavato nella sua persona, convincendolo che la squadra doveva andare in una direzione precisa. La personalità extra-cestistica di LeBron è più facilmente influenzabile di quella cestistica, in particolare da coloro che hanno un vantaggio nel fare i suoi pesci pilota e a guidare la sua strada. I dialoghi con Lue, con Smith, il rapporto con Dellavedova e simili, lo mettono a maggior agio che guardare negli occhi le persone che decidono. Come se ci fosse un’intima mentalità gregaria in lui, fatica a venire a patti con i componenti più importanti e pensa di poter risolvere tutto da solo, caricandosi la squadra sulle spalle, con l’aiuto di personaggi minori che però non aiutano a vincere.

I malumori di Irving, di Love, il rapporto difficile con Blatt, nascono anche da questa sua incapacità di tessere ragnatele di amicizie, una ritrosia nel sorridere, nel saper fare un’attività “politica” volta a bilanciare i ruoli. Wade accettò di diventare il terzo scorer degli Heat e di gestire da dietro le quinte i rapporti tra le stelle della squadra, pur di tornare a vincere. Il fatto che Joe Johnson sia andato a Miami invece che a Cleveland è forse un altro indizio di questa difficoltà di James. Cleveland è chiaramente favorita rispetto a Miami e un’addizione come Johnson avrebbe ancora di più aiutato le possibilità dei Cavs. Ma le qualità di Richelieu Wade sono in grado di attrarre altri pianeti per creare un sistema che stia in piedi, laddove l’Otello James non riesce a tenere a bada la sua stessa grandezza, e rischia di trasformare in farsa un inseguimento del titolo, che avrebbe tutti gli ingredienti della grande opera drammatica.

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