Phil Jackson e il triangolo magico

Phil Jackson e il triangolo magico

Coach Zen ha da poco dato il beservito al suo ex pupillo Derek Fisher, e questi Knicks sembrano sempre più confusi.

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Il licenziamento di Derek Fisher deve essere suonato, alle orecchie del povero Fish, come una vera e propria coltellata. Uno passa la sua vita da giocatore a imparare schemi astrusi sviluppati in uggiose palestre negli anni ’50 e ’60, ma portati a termine, nell’NBA, dai due più grandi talenti che alcune generazioni ricordino, e, quando prova a metterli in pratica con protagonisti che non possono nemmeno legare le scarpe a quelli di prima, viene incolpato di tutto.

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Jackson ha seguito una parabola strana. Da allenatore di powerhouses si è seduto, potremmo dire assiso, sul trono dei Knicks con l’intenzione di riportarli in cima all’Olimpo, vale a dire la sua casa. Per farlo, ha scelto quello che gli somigliava di più, quello che era cresciuto cestisticamente rendendolo quasi il suo braccio in campo, quello mentale almeno, posto che quello dell’anima era Kobe, e prima Micheal. Ma l’onnipotente Phil ha sottovalutato alcune cose che, al momento giusto, gli si sono ritorte contro.

Intanto, New York non è il posto migliore del mondo per sperimentare. Da loro il naufragio è una specialità e, se è vero che se ce la fai lì ce la farai ovunque (courtesy Frank Sinatra e Liza Minnelli), è però vero che se non ce la fai altrove, di sicuro non ce la farai lì.
Secondo, non ci sono né Kobe né Micheal, e farseli in casa è tutt’altro che facile. Non che Phil non abbia azzeccato le mosse: Kristaps è comunque una buona scelta e Lopez dà sostanza sotto i tabelloni, ma il ginocchio di Carmelo non sarà mai più lo stesso e Melo stesso, con il suo sguardo perso, non sembra più lo spauracchio di una volta.
Infine, un allenatore non è tale se i giocatori guardano sempre oltre la sua spalla per vedere se il divino, e folto, sopracciglio di Phil acconsente a ogni mossa del povero coach.

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Sono situazioni già viste. Quando Auerbach si ritirò affidò la squadra a Bill Russell, una specie di suo figlio cestistico naturale. Quei Celtics vinsero ancora due titoli, ma Bill non allenò più, conscio dell’unicità di una squadra che non abbisognava di allenatore. E l’unità d’intenti di Red e Bill era tale che non c’era bisogno di traduzioni.
È che “succedere a” o “dipendere da” un allenatore vincente è sempre difficile. E più è vincente l’allenatore, più è difficile. L’ingrediente fondamentale è la personalità dei giocatori. Quando Dunleavy sostituì Pat Riley nel ‘90, Magic e Worthy costruirono un fortino e riuscirono ancora a portare la squadra in finale nel ’91, tenendosi a un coach di personalità infinitamente minore di Riley.

Lo stesso non accadde a Riley a Miami quando, con Van Gundy, per tre anni la sua figura elegante aleggiò sul coach dalla voce tenuta sempre a livello altissimo. Il terzo anno Pat prese il comando e riuscì a contenere la personalità di Shaq, Alonzo e Wade, portando la squadra al titolo. Riley tenne la panchina ancora per due anni, navigando in un anno di tanking in cui approfittò del tempo per crescere Spoelstra, che da allora ha dato grandi soddisfazioni.

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E proprio la storia di Spoelstra e Riley deve insegnare qualcosa a Phil. Intanto, che crescere un allenatore vincente non significa riproporre uno schema di altri, ma costruire il proprio gioco. Secondo, che occorre pazienza, vicinanza e saper vedere un “allenatore” e non solo la copia da panchina di un giocatore, per quanto buono. Infine, che ci vuole un Wade che metta pace tra i polli, non si tiri indietro nei momenti difficili e sia un catalizzatore in grado di costruire su di sé l’anima della squadra, al di là del semplice gioco.

In fondo, a New York manca ancora un elemento fondamentale dello schema triangolo di una società, dentro e fuori dal campo di basket: campo, panchina e scrivania. Senza un elemento per ciascuno che abbia una magnitudo tale da tenere gli altri sotto controllo, l’impalcatura della squadra è destinata a crollare. Ai Lakers anni ’80 erano West – Riley – Magic. Ai Bulls Krause – Jackson – Jordan. Ai Lakers anni ‘00 Kupchack – Jackson – Kobe.

Questo magico equilibrio, sicuramente non scevro di contrasti, è quello che tiene in piedi una squadra e la sua maggior garanzia di successo. Fino a quando Jackson non si dimenticherà di essere un coach e non troverà una stella in grado di polarizzare in campo l’anima della squadra, non ci potrà essere un allenatore in grado di forzare concetti di gioco adatti all’NBA di oggi, nei Knicks odierni.

E l’ego di Phil non sembra disposto a fare grandi sconti…

 

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