Playoff 2015 – i Centri delle semifinali di conference: l’estinzione del pivot americano

Playoff 2015 – i Centri delle semifinali di conference: l’estinzione del pivot americano

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Le semifinali di conference 2015 sanciscono l’estinzione del centro nordamericano, o quantomeno la sua reclusione in una riserva ben precisa. Da anni ormai le squadre NBA solcano il mare per andare in cerca di centri nelle steppe europee, in cui, sparuti e incapaci di saltare, si trovano però giocatori, giganti mitici, che hanno stazza, mano, voglia, rabbia. Non che siano la parte più bella del gioco, ma le squadre vincenti non possono farne senza, comunque. Due purosangue resistono in una serie messa in piedi apposta per loro, Rockets- Clippers, in cui possono sfogare i propri istinti di gente che vive sopra l’anello, ma il resto è abbastanza deserto. Cleveland Cavaliers – Chicago Bulls Cleveland Cavs, Timofey Mozgov. Forse Mozgov somiglia a Crumijins, il mitico centro dell’ASK Riga vincitore di tre coppe dei campioni all’alba della massima competizione europea. Non ha nulla di bello o di elegante, ma il suo movimento trasmette l’impressione di forza e gli anni nell’NBA gli hanno dato quel che serve a stare in campo più che degnamente. E’ più importante di quel che sembra, per questi Cavs, e il limitato arsenale offensivo unito alla voglia di difendere, lo rendono pericoloso da entrambi i lati del campo, con le dovute proporzioni. Chicago Bulls, Joachim Noah. Va’ bene, Joachim è di scuola Americana. Ok. Ma non si può negare un’influenza europea, piaccia o no. A parte la nazionalità, Joachim è un vero giocatore di squadra, voglioso di fare qualsiasi cosa pur di vincere. Ottimo rimbalzista e passatore, si è adattato alla regale difesa di Pau con una volontà che gli fa’ onore, per il bene di tutti i Bulls. Merita un soggiorno alle terme pagato solo per questo. Atlanta Hawks – Washington Wizards Atlanta Hawks, Al Horford. Il dominicano, figlio di un grande talento sprecato come Tito Horford, ha saputo imporre la sua legge tecnica e fisica in una squadra che forse non si aspettava un simile trascinatore. Buono in tutti fondamentali, forse non un eccelso rimbalzista, Horford ha imposto una leadership silenziosa di grande effetto. È veloce, saltatore, non enorme, ma fa del movimento la sua arma segreta. Non americano di stretta osservanza, anche se educato a Florida, come Noah, ma, come Noah, portatore sano di geni esterni che danno forma a un gioco a modo suo cadenzato, quasi musicale, con echi armonici dei caraibi e, anche nolente, ben poco Hip-Hop. Washington Wizards, Marcin Gortat. Marcin combatte eccome, passa la palla da dio e completa un quintetto in cui lui è l’ancora vicino all’area. Un intelletto cestistico nato per quel ruolo, Gortat si è ritagliato il suo spazio in un modo che i pivot americani hanno dimenticato. Grosso, agile per la sua stazza e con ottime mani, mette in difficoltà gente più atletica di lui con l’intelligenza di gioco e la grinta, lasciando che velocità e atletismo siano nelle mani degli splash brothers d’oriente. A chi lamenta che non corra in contropiede, ricordo la frase del professor Guerrieri su Dawkins, ugualmente accusato di non andare in contro piede: “ce ne sono già quattro che possono correre…” Houston Rockets – Los Angeles Clippers Houston Rockets, Dwight Howard. Questa serie ospita l’unico duello tra pivot interamente americani. Dwight non è più superman ma salta ancora alla grande e corre via che è un piacere. La mano è quel che è ma il gioco suo non la richiede. I numeri sono sempre buoni, a discapito di un fisico che gioca sempre meno partite ogni anno. Ha fissato alcuni standard dei pivot USA di oggi, che sono forse anche i loro limiti. Ha sempre avuto una certa limitatezza a leggere il gioco, pensando che iniziasse e finisse con lui. Ma è più che abbastanza per giocare con il Barba, che pensa a antipasto contorno e dolce… Los Angeles Clippers, DeAndre Jordan. Jordan è l’altro pivot Americano stabilmente in quintetto. Gran saltatore, con percentuali altissime perché, grazie all’intesa con i compagni, si candida principalmente ad alley hoop e simili. “Facile”, pensano alcuni. Effettivamente il tiro ha alte percentuali, ma bisogna sempre prendere a mezzo metro sopra il canestro una palla che viaggia veloce e pare che non tutti ci riescano. Il tocco di gara 5 con gli Spurs, che ha annullato un canestro della vittoria, ne testimonia l’intelligenza cestistica in campo. Golden State Warriors – Memphis Grizzlies Golden State Warriors, Andrew Bogut. L’australiano ha sempre il suo perchè. Bianco, atletico, veloce, gran difensore, buon passatore, ha trovato con Curry l’intesa ideale. E sempre stato grintoso, ma ai Warriors ha potuto fondersi in un sistema di gioco che a prima vista non sembrava ricomprenderlo in pieno. Il complemento ideale, l’avversario giusto per Marc Gasol. Sempre voglioso di lottare, uno che non si arrende … Memphis Grizzlies, Marc Gasol. Per molti il migliore. Passaggio, tiro, arsenale offensivo, buono in difesa, dimagrito, si candida a dominare il ruolo per i prossimi anni. I lunghi maturano dopo, si sa, e la sua età è l’ideale per un giocatore con le sue caratteristiche. Se i Grizzlies andranno avanti, è perché Marc riesce a imporre il suo gioco in una lega che sembra allontanarsene, ma che forse ha solo poco talento puro sotto canestro per appoggiarci stabilmente il gioco.

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