Reggie Bullock parla dell’uccisione di sua sorella transgender

Sono passati oltre due anni, ma il giocatore dei Pistons non ne aveva mai voluto parlare pubblicamente.

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Poco più di due anni fa, Reggie Bullock perse sua sorella, uccisa a Baltimora. Non ne ha mai voluto parlare perché lei era transgender e in NBA, e non solo, resta ancora un tabù. Ci è riuscito venerdì con Nick Wright di “The Herd”: la loro chiacchierata la troverete qui sotto.

Mia Henderson, infatti, è nata ufficialmente come Kevin Long, fratello maggiore di Reggie.

“Lei mi ha insegnato ad essere me stesso, a prendermi cura della famiglia, ad essere solamente me stesso”, ha detto il giocatore. “Era felice di essere così com’era e non le interessava cosa pensassero gli altri. E per me una persona che riesce ad isolare il mondo intero e fregarsene di quello che le altre persone pensano, è una persona forte”, ha proseguito.

Reggie Bullock ha anche detto che sebbene si pensi che lo spogliatoio possa sembrare intollerante verso queste cose, non è assolutamente vero. Tuttavia, “Ogni tanto si scherza su quegli argomenti, ma è qualcosa che mi tocca troppo nel profondo, per cui non posso ridere né posso farci nulla su queste cose con gente che ha vissuto la vita in modi molto diversi dal mio”.

L’assassino sta scontando 10 anni per spaccio e uso di droga, oltreché di resistenza a pubblico ufficiale. Tuttavia il tribunale inizierà ad ascoltare testimoni sull’uccisione della 26enne Mia Henderson solamente dal prossimo mese.

Qui trovate la traduzione di tutta l’intervista qui sopra:

Domanda: Hai nominato tuo fratello. Tu avevi un fratello che si chiamava Kevin Long, che poi è diventata tua sorella, di nome Mia Henderson. Transgender, e quindi uccisa. Okay. Questo è quello che ti ha sbattuto in faccia [la realtà]. Vorrei tornare indietro, se posso. Quando Kevin è venuto da te e ti ha detto “Sono Mia.” Come l’hai vissuto?

Risposta: “Non fu così difficile perché è come se fossimo tornati all’infanzia. Io e lui eravamo i primi due bambini. Così l’ho sempre saputo, perché riguardava me e lui: ma solo allora avevo iniziato a vedere il cambiamento. Inoltre non fu così difficile perché, come ho detto, lui ha vissuto così com’era. Mi ha insegnato ad essere me stesso, a prendermi cura della famiglia, ad essere solamente me stesso. Era felice quando poteva essere quello che era. Non era preoccupato di come le altre persone avrebbero vissuto tutto ciò. E per me una persona che riesce ad isolare il mondo intero e fregarsene di quello che le altre persone pensano, è una persona forte. Penso che questo fu una delle cose più importanti che ho imparato da lui”.

D: Gli spogliatoi in generale, specialmente quelli maschili, non sono i posti più progrediti [del mondo]. Ci sono tante parole che probabilmente in una cultura più gentile non sarebbero usate, ma probabilmente sono usate lì. A causa di chi tuo fratello, e quindi sorella, era, lo spogliatoio ti ha aiutato a crescere e a parlarne? Non so come tu fossi prima, ma ti sei sentito più progredito e più aperto mentalmente nell’accettare le persone?

R: Si, sicuramente. Tanta gente scherza riguardo quelle persone, ma quello a me tocca [nell’animo]. Perché io avevo un fratello, avevo una persona molto vicina che era una di quelle persone. Non posso ridere né posso farci nulla su queste cose con gente che ha vissuto la vita in modi molto diversi dal mio. Lui fu tanto forte. Questa cosa è ciò che ho preso da lui. Mi ha lasciato con questa cosa e così la porterò lungo tutta la mia vita.

D: Questa sarà l’ultima cosa che ti chiedo su quest’argomento. Come sei stato informato dell’omicidio? E come l’hai vissuto? Secondo te, fu uccisa a causa della situazione che stava vivendo?

R: Ero con uno dei miei migliori amici e lì fui informato dell’assassinio. Stavo uscendo dallo spogliatoio dei Clippers, insieme ad uno dei miei migliori amici e ho ricevuto molte chiamate dalla mia sorella più giovane ed un messaggio dalla polizia scientifica di Baltimora, la quale mi diceva di richiamare quel numero il prima possibile perché aveva alcune informazioni da darmi. Così ho chiamato mia sorella e mi ha riferito che Mia fu uccisa. Mia fu uccisa. Così ho preso e chiamato la polizia scientifica e mi ha confermato. Trasferire il corpo da Baltimora, Maryland, fino al North Carolina (dove i Bullock vivono, nda) fu la cosa più difficile da fare, per me. E poi, quando mi hanno riferito che non potevano identificarlo con una persona, non potevano identificare mio fratello con una persona, non sapevo che la sua famiglia fosse a Baltimora.

D: [Non si poteva identificare] perché era stato colpito tanto forte?

R: Si, esattamente.

D: Oh Gesù. Hanno catturato l’assassino?

R: Si, c’erano tracce di DNA sotto le unghie delle mani.

D: In quel momento, hai voluto ritrovare te stesso?

R: In quel momento si. In quel momento lo feci, onestamente.

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