Santoro: “Io, Ginobili e i suoi primi passi tra i professionisti”

Santoro: “Io, Ginobili e i suoi primi passi tra i professionisti”

Il GM della Germani Brescia ricorda gli anni di Reggio Calabria. Lui capitano, Ginobili ragazzo esordiente. Tra le pagine più gloriose della società calabrese.

di Fabio Rusconi

Dalle parti di Brescia c’è un signore che conosce bene Manu Ginobili: Sandro Santoro. L’attuale direttore generale del Basket Brescia Leonessa ha condiviso lo spogliatoio con l’argentino per due stagioni, quando entrambi vestivano la maglia della Viola Reggio Calabria. Anni magici per la compagine calabrese, che aveva in Santoro e Ginobili un backcourt di assoluto livello. Ginobili, al suo arrivo in A2, centrò subito la promozione in A1 e poi, nonostante fosse stato scelto dagli Spurs a fine stagione, rimase un’altra stagione a Reggio Calabria, chiudendo il massimo campionato in settima posizione, prima di accasarsi alla Virtus Bologna. Primi passi di una carriera leggendaria, che Santoro ha visto da vicino.

Santoro, non un compagno di squadra comune…

“Lo capii dalle prime volte che lo vidi che aveva qualcosa di speciale, non solo dal punto di vista tecnico e fisico, ma umano. Senza questo aspetto fondamentale non arrivi dove è arrivato lui”.

Che ricordi ha di Ginobili?

“Lo ricordo come un ragazzo determinato ma umile. Era consapevole dei suoi limiti e durante la sua carriera ha avuto diversi momenti in cui è stato messo a terra, basti pensare ad esempio al suo impatto non facile in NBA. Ma anche quando avrebbe potuto mollare la sua forza di volontà lo ha fatto rialzare e proseguire nel suo cammino. E’ una spugna, uno che assorbe ogni dettaglio di ogni situazione che vive e lo usa per superarsi. Questo glielo riconoscono tutti, e vederlo così rispettato anche oltreoceano credo sia il giusto riconoscimento a una carriera straordinaria”.

Che rapporto avete oggi voi due?

“Un rapporto di profondo rispetto. L’ho sentito con uno scambio di mail poco dopo Ferragosto: gli ho scritto per fargli i complimenti per i figli visto che ne ha tre e con la moglie formano una bella famiglia. Con poche parole mi ha ringraziato e ha ricambiato la gentilezza. Non abbiamo bisogno di dirci troppe cose, ci rispettiamo troppo. Del resto, rimango pur sempre il suo primo capitano”.

Si aspettava che avrebbe smesso?

“Premesso che non gliel’ho chiesto, ho comunque intuito che ci stesse pensando seriamente. Lui è un perfezionista in tutto ciò che fa, e anche in questa situazione avrà valutato attentamente ciò che avrebbe potuto al basket da giocatore e ciò che potrà dare fuori dal campo, che è di altrettanta primaria importanza”.

E’ stata una decisione sofferta?

“Sicuramente, perché lui vive per la pallacanestro. Però l’ho anche trovato molto sereno e in pace. Credo che alla fine la sua scelta sia stata accettata e ben metabolizzata dalla sua testa”.

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