Scompare a 62 anni Abdul Jeelani: idolo dei tifosi livornesi anni’80, segnò i primi punti nella storia dei Mavs

Dopo una lunga malattia e un ricovero senza troppe speranze al Franciscan-All Saints Hospital di Racine (Wisconsin), scompare a soli 62 anni Abdul Jeelani.

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Dopo una lunga malattia e un ricovero senza troppe speranze al Franciscan-All Saints Hospital di Racine (Wisconsin), scompare a soli 62 anni Abdul Jeelani. Nato il 10 febbraio del 1954 a Bels, periferia di Milwaukee, con il nome di Gary Cole, e uscito dall’Università del Wisconsin-Parkside (di cui è stato top scorer e miglior rimbalzista), la carriera pro di Jeelani nasce e cresce nel segno dell’Italia a spicchi.

Scelto al terzo giro da Clelveland nell’NBA draft del ’76 ma poi tagliato, pochi mesi dopo gli tocca la stessa sorte a Detroit. Così la sua carriera pro inizia quindi nel nostro Paese con la maglia della Eldorado Lazio Basket: 62 partite dal ’77 al ’79, il talento c’è, ecco il giusto trampolino di lancio per varcare l’oceano e restarci, prima con i Portland Trail Blazers poi con i Dallas Mavericks, di cui segnerà i primi punti nella storia della franchigia. Era l’11 ottobre ’80, e si giocava alla Reunion Arena contro i San Antonio Spurs, battuti per 103-92. Dopo quella stagione, chiusa con 15 vittorie e 67 sconfitte, che permise però a Dallas di avere la prima scelta al draft del 1981, Jeelani si ritrovava con un contratto non garantito da 100mila dollari. Sbuca così l’Ing. Boris, che a nome della Libertas Livorno mette sul piatto un faraonico quadriennale da 750mila: così Jeelani decide di tornare nella terra che per prima ha creduto in lui, diventando presto l’idolo del PalaMacchia. “La scelta più difficile della mia vita”, dirà in una delle sue ultime interviste, “ma sembrava che stesse iniziando qualcosa di speciale”. E così sarà dall’ 81 all’85, scrivendo pagine importanti per la storia del basket labronico: in coppia con il mitico Rudy Hackett conquista al primo tentativo la promozione in serie A1, poi tre stagioni da ottovolante, con un quarto di finale playoff, un posto tra le prime otto in coppa Korac, infine la retrocessione. 2994 punti, tanto spettacolo, forse uno dei più forti giocatori stranieri mai approdati nel campionato italiano: un centro di grande potenza, ma dotato anche di un’eleganza e una grazia rare per un giocatore che supera i 2 metri di altezza.

Un profilo che fa gola anche negli ultimi anni di carriera, è la Spagna il teatro del suo “canto del cigno”, prima con il San Sebastian in Serie B, quindi due campionati con il Tau Vitoria (1985-86 e 1986-87) che precedono il ritiro. Tornato però negli Stati Uniti, una serie di disavventure legate all’alcool, alla droga e a ben due divorzi lo mettono in seria difficoltà. Nel 2009 Jeelani perde anche il lavoro di supervisore alla produzione della Johnson Wax, azienda di prodotti per pavimenti, nel frattempo si opera per tre volte per un tumore alla prostata, accumula un debito di 3.700 dollari per una vicenda di alimenti non pagati e la mamma malata di diabete muore nel 2004. Per due anni l’uscita dal tunnel non si vede: vive nel centro per senza tetto di Racine, ma un giorno, mentre sta pranzando alla mensa, entra un gruppo di dirigenti della Johnson Wax che presta un giorno di servizio di volontariato. Uno di loro è un italiano, cresciuto a Livorno, e Abdul non si lascia scappare l’occasione: chiede di lanciare un messaggio di aiuto in suo nome attraverso la pagina Facebook dei suoi fan. E la sua Livorno risponde: i vecchi tifosi Libertas si mobilitano raccogliendo i soldi necessari a saldare il debito. Nel frattempo Simone Santi, il presidente della Lazio Basket, pensa di coinvolgere Jeelani in un progetto per ragazzi extra-comunitari della periferia della Capitale. Così nel gennaio 2011, dopo un primo ritorno in Italia con il figlio Azim, si gettano le basi per la collaborazione: viene accolto dall’ex rivale e amico Dino Meneghin, accetta con entusiasmo, poi però la malattia peggiora, e nel 2013 è costretto a tornare e restare negli Stati Uniti. Ma non prima tornare nella sua Livorno: è il febbraio 2012, e resta per un mese, per riabbracciare i suoi ex compagni di squadra, per rivedere il PalaMacchia, teatro di mille imprese. Con l’occasione viene organizzato un derby amarcord dal titolo “Un canestro contro l’indifferenza”, dove si affrontano le vecchie glorie della Libertas Livorno e quelle della Pallacanestro Livorno insieme alla nazionale italiana di pallacanestro degli artisti.

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