Stoudemire: una carriera senza lieto fine

Stoudemire: una carriera senza lieto fine

La storia di un giocatore impressionante che ha appena smesso ufficialmente di giocare nella NBA. Un’infanzia travagliata, prima di arrivare al successo e poi la brusca e repentina discesa nell’oblio.

Genitori divorziati, cresciuto in condizioni di estrema povertà, perlopiù in qualche ghetto o zona malfamata, il basket visto come via di fuga e tentativo di emergere scappando da un destino crudele, il successo effimero o duraturo e il ritiro dopo aver raggiunto una svolta positiva nella gerarchia sociale.
Una sceneggiatura come questa è stata, è e sarà comune a moltissimi atleti passati nella NBA. Quante storie di questo tipo abbiamo ascoltato nel corso degli anni? Allen Iverson, LeBron James, Ron Artest, Rasheed Wallace, Latrell Sprewell sono solo alcuni nomi che corrispondono all’identikit tracciato poco più in su.  Un altro giocatore con una storia complessa alle spalle si è da poco ritirato, salvo poi smentirsi il giorno dopo andando a giocare Oltreoceano.
È il 16 novembre 1982. La NBA è appena ricominciata dopo il secondo titolo (entrambi ai danni dei Philadelphia 76ers) in 3 anni dei Lakers di un giovane Magic Johnson e nessuno potrà immaginare che al termine di quell’anno si consumerà la vendetta dei Sixers che, grazie ad un Moses Malone stellare, porteranno il titolo in Pennsylvania. Quel 16 novembre, a Lake Wales, piccolo centro cittadino ai margini di Orlando (Florida) i coniugi Stoudemire accolgono nella loro famiglia il piccolo Amare. L’idillio a casa Stoudemire dura ben poco, Hazell e Carrie divorziano e quest’ultima intraprende una vita sregolata entrando e uscendo di prigione a giorni alterni per piccoli furti e reati di lieve entità.
Il giovane Amare vive così un’infanzia travagliata, dovendosi spostare su e giù per la East Coast in quanto la madre, nei giorni in cui non è dietro le sbarro, svolge lavori stagionali come raccogliere le arance nella calda Florida o mele nell’Upstate New York. Amare cresce e si appassiona al football americano, come quasi ogni bambino negli Stati Uniti, sogna di emulare il suo idolo: quel Dan Marino che sta muovendo i suoi primi passi nella NFL. A 12 anni ecco un’altra batosta: muore per un arresto cardiaco il padre Hazell. Prima dei 14 anni, Amare Stoudemire non ha mai preso in mano un pallone che non sia di forma ovale. Non ne ha mai avuto il tempo visto che cambia 5 licei in 6 anni a causa dei problemi legali e logistici dei suoi genitori, più specificatamente della madre. Per fortuna, all’età di 14 anni inizia a giochicchiare con una palla a spicchi, grazie anche ad un omone grande e grosso che vede spesso in TV e che veste la maglia n°32 degli Orlando Magic, la squadra NBA che gioca a pochi kilometri da casa sua. Quell’omone lo conoscerà bene qualche anno più tardi. Inizia a piacergli questo gioco e, con i principi di football americano che ha assimilato durante gli anni impara (pur essendo un neofita) ad assorbire i contatti e ad essere determinante grazie alla sua fisicità spaventosa. Riesce finalmente a stabilirsi definitivamente alla  Cypress Creek High School di Orlando dove, pur giocando solamente 2 anni a pallacanestro, vince due titolo di MVP della Nike Summer League e diventa un All-American.

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Nel suo anno da senior totalizza 29.1 punti, 15 rimbalzi, 6.1 stoppate e 2.1 recuperi a partita. Avendo urgenza di racimolare qualche soldo ed essendo stanco di doversi arrangiare per dormire da qualche parte, decide di dichiararsi eleggibile al Draft 2002, nonostante le università di tutt’America facevano la fila per poter mettere le mani su quel diamante da sgrezzare.
Questa non è una storia a lieto fine e quindi Amare non viene scelto con la prima scelta assoluta, quella va all’ultimo baluardo della dinastia Ming, Yao Ming. A Stoudemire spetta la nona scelta assoluta e ad aspettarlo a braccia aperte sono quei Phoenix Suns che hanno bisogno di un lungo mobile e versatile. La franchigia dell’Arizona è in pieno rebuilding e, dopo la promozione di Mike Dantoni da assistente a head coach nel 2003, inizia uno degli esperimenti cestistici più affascinanti del decennio. Infatti, con l’arrivo di Steve Nash e con l’esplosione di Shawn Marion, i Suns di Dantoni divengono una squadra come non si era mai vista prima. Tuttavia, siccome questa non è una storia a lieto fine, la squadra non raccoglie i frutti che avrebbe meritato, ma lascia cadere dei semi che verranno raccolti da quasi tutte le squadre della NBA odierna. Intanto, sul versante personale, Stoudemire vince il Rookie of the Year Award sbaragliando la concorrenza e divenendo il primo giocatore proveniente direttamente dall’high school a raggiungere questo traguardo (bissato da Lebron James).

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Resta a Phonix fino al 2010, ma già nel 2005 le sue ginocchia iniziano a scricchiolare e si sottopone a diversi interventi che gli precludono un ritorno in grande stile. Nelle stagioni successive soffre ulteriori problemi alle ginocchia e agli occhi (sia all’iride che alla retina), motivo per cui inizia ad indossare degli occhiali protettivi. Intanto, le voci su un possibile scambio che coinvolga Stoudemire iniziano a farsi sentire e causano una rottura prolungata tra lui, la dirigenza dei Suns e la città di Phoenix.
Così, diventato free-agent nell’estate del 2010, decide di accasarsi ai New York Knicks di Mike Dantoni per un totale di 99.7 milioni di dollari in 5 anni. Nella Grande Mela riesce ad imporsi per mezza stagione soltanto. Infatti, quando la dirigenza blu-arancio decide di smantellare la squadra di Dantoni per arrivare a Carmelo Anthony, il rendimento di Stoudemire cala vistosamente e non solo in termini statistici, quasi 3 punti, una stoppata e 3 rimbalzi di media in meno a partita. Il giochino si inceppa, se prima della trade di Melo, Stoudemire aveva viaggiato a medie da MVP: 27 punti e 9 rimbalzi a partita, e la squadra girava discretamente (anche grazie ad un ragazzo italiano con l’8 sulle spalle), dopo l’arrivo di Anthony lo spazio a disposizione del lungo della Florida è andato scemando sempre più, relegandolo a riserva di lusso nelle ultime stagione.

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Sì perché negli ultimi anni non è rimasto nulla del vecchio Stoudemire, gli infortuni a ginocchia e schiena ne hanno limitato l’esplosività e la rapidità e la morte del fratello unita alla scarsa fiducia nei propri mezzi hanno minato il suo morale detronizzandolo da Re di New York a vero e proprio peso.
Ora, a 34 anni, dopo innumerevoli problemi fisici e altrettanti bagni nel vino rosso per recuperare (secondo lui funziona), Amar’e Stoudemire (ha cambiato nome nel 2008 inserendo un apostrofo nel suo nome) ha appeso le scarpe al chiodo dichiarando il suo ritiro. Ha firmato un contratto di un giorno con i Knicks per volersi ritatirare da Knickerbocker. L’avrebbe voluto fare da Sun, ma non gli è stato permesso perché Phoenix ha 15 giocatori in rosa, il massimo. Ha deciso di dire basta e si è ritirato senza aver mai vinto un titolo e senza aver mai giocato una finale NBA. Non importa se ora scenderà in campo (giocherà è una parola grossa) nell’Hapoel Tel Aviv, il vero Stoudemire è quello che ha polverizzato i canestri di ogni palazzetto d’America con la maglia numero 32 dei Phoenix Suns. Il resto non conto.

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