Summer League NBA: istruzioni per l’uso

Summer League NBA: istruzioni per l’uso

Dopo i brevi tornei di Utah e Sacramento, inizia stanotte la Summer Leage di Las Vegas, il principale torneo estivo della NBA. Cosa dobbiamo aspettarci?

di Raffaele Guerini
Vegas Report
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Nei giorni scorsi, a Utah e Sacramento, abbiamo assistito a un antipasto del torneo che inizia oggi, con protagonisti i rookie, i sophomore e giocatori minori delle squadre della Lega: la Summer League. Finora abbiamo potuto vedere ben poco dei nuovi rookie, sebbene quel poco non sia stato di livello eccellente. Marvin Bagley III, su tre partite, ne ha giocate soltanto 2: una delle due molto buona, la seconda un disastro (in 29 minuti, 1 punto e 3 rimbalzi per lui). Jaren Jackson Jr. ha fatto già meglio: 15.7 punti, 5.0 rimbalzi e 2.5 stoppate in soli 25.7 minuti di media. Trae Young, purtroppo, spaesato: sebbene abbia fatto vedere degli sprazzi di ottime idee offensive, quello che resta impresso è la percentuale al tiro: 23% dal campo. Chi invece ne esce bene è Grayson Allen di Utah: in 22 minuti di media una stat line di tutto rispetto, con 10 punti, 7 rimbalzi, 7.5 assist e 2 palle rubate a partita.

 

La Summer League è un torneo bistrattato, visto in generale come di poco conto o non importante narratore di storie. C’è del vero in tutto questo: le squadre sono composte da giocatori che non per forza giocheranno insieme. Molti dei presenti sono infatti presi dalla G-League o da oltreoceano, e difficilmente calcheranno i campi della NBA nel prossimo futuro. La preparazione di squadra è un ulteriore fattore che conta: i giocatori non si sono mai allenati insieme, non ci sono schemi collaudati e soprattutto lo staff in panchina non è lo stesso che avranno durante la Regular Season, con assistenti potenzialmente raccolti da tutto il mondo (un esempio è il nostro Frank Vitucci, che quest’anno farà parte dello staff dei Los Angeles Clippers). Più in generale, il livello della competizione non è nemmeno paragonabile a quello di un torneo professionistico: la maggior parte dei giocatori pensa a mettersi in luce singolarmente, di conseguenza sono tante le partite dove si assiste a dei veri e propri one-man-show o delle sfide 1 vs 1 tra i giocatori più chiacchierati, per iniziare a dimostrare da subito che c’è un motivo per cui i giocatori si trovano lì.

 

C’è un però: è comunque basket giocato. Naturalmente bisogna andarci cauti con i giudizi a lungo termine: non è scontato che ottime prestazioni/cattive prestazioni a Las Vegas si tramutino in ottime prestazioni/cattive prestazioni a livello NBA; tuttavia, qualcosa da estrapolare c’è sempre e le prime uscite possono aiutarci a capire con che tipo di giocatori abbiamo a che fare. Devin Booker ha mostrato nel 2016 tutti i progressi fatti nel suo anno da rookie: media da 26 punti + 5 rimbalzi + 6.5 assist, aveva già un anno di NBA sulle spalle ma era stato pur sempre una chiamata alla numero 13 (esattamente come Donovan Mitchell, tra l’altro). Similarmente, l’anno scorso Kyle Kuzma aveva iniziato a mostrare grandi cose con 21.9 punti e 6.4 rimbalzi di media a partita.

 

Cosa possiamo capire dalla Summer League? Generalmente, il potenziale di un giocatore. Sarà pur vero che la competizione non è di prima fascia, ma già dominare con giocatori che si trovano quasi tutti al tuo stesso livello non è un indicatore negativo. Secondariamente, l’alchimia con quei compagni che per certo i giocatori troveranno in NBA: l’asse Ball-Kuzma è stato prolifico lo scorso anno alla Summer League, con i due giocatori che sembrano aver stretto un buon legame anche in NBA. In ultima istanza, quale sarà il ruolo ricoperto dai giocatori con più probabilità: i vari head coach hanno la possibilità di variare da uno schema all’altro con grande fluidità nella Summer League, essendo questa un banco di prova. Qualora notassero che un giocatore funziona bene in un certo tipo di assetto offensivo/difensivo, l’eventualità che ricopra quel ruolo a livello superiore diventa più sicura.

 

Con che occhio va guardata la Summer League NBA: con molta attenzione e cautela. È giusto notare i meriti dei giocatori in campo, ma bisogna tenere a mente che ci sono troppi fattori in grado di non favorire buone prestazioni a livello di NBA. La psicologia fa molto: bisogna vedere come il giocatore reagirà in seguito quando si troverà di fronte la concorrenza dei migliori giocatori del mondo, se il ragazzo è responsabile o se finirà con l’essere schiacciato dalla pressione di un “gioco” che può elevarti alla gloria o farti cadere nell’oblio generale. Tuttavia, certi sprazzi di classe che potremo ammirare nei prossimi giorni potrebbero non rivelarsi dei semplici fuochi di paglia: a noi la responsabilità di soffiare sulle braci per far divampare la fiamma, non per spegnerla.

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