Te li dò io i Warriors – il basket in evoluzione travolge i luoghi comuni

Te li dò io i Warriors – il basket in evoluzione travolge i luoghi comuni

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“25 anni fa i Warriors sarebbero stati malmenati” Charles Barkley “i record sono fatti per essere battuti, ma quei bulls erano costruiti sulla difesa ed erano una squadra migliore. Punto” Ron Harper, play dei Bulls che fecero il record di 72-10 nel 1996. Anno 2015: Steph Curry palleggia, supera la metà campo e arriva in attacco senza che ci siano tutti i suoi compagni. Il difensore lo guarda e commette l’errore peggiore, resta un passo indietro in attesa: Steph, a 8 metri dal canestro, ha via libera, non ci pensa due volte, tira e, naturalmente, segnando. I Warriors tornano in difesa e iniziano a pressare. Accettano i cambi e i lunghi si accoppiano a piccoli che non dovrebbero riuscire a tenere. Anno 1993: John Paxon riceve la palla e palleggia con calma appena oltre la metà campo. I Bulls sistemano il loro triangolo e iniziano un set di movimenti che conoscono a memoria. La palla finisce a Micheal, che finta, poi entra in un’area densa di giocatori che lo aspettano cercando invano di fermarlo. Si ritorna in difesa preparandosi a 24 secondi bassi sulle ginocchia, in atteggiamento da fortino assediato e Jordan famelicamente proteso a lottare col miglior attaccante avversario. Anno 1985: Magic prende il rimbalzo e comincia un coast to coast viaggiando più veloce degli avversari. Arriva al pitturato e lascia partire un pallone fotonico dietro la spalla destra verso un puntino luminoso, James Worthy, in arrivo da una galassia distante 28 metri. Worthy segna con il suo modo, dritto come un fuso con la mano protesa in alto. Si ritorna in difesa con Kareem posizionato già sul post basso. Anno 1976: Dave Cowens prende il rimbalzo in difesa, passa a JoJo White (parliamo dei Celtics), con Havlicek che corre sul lato opposto. L’attacco prende posizione intorno all’area da tre secondi e si gioca per un tiro rapido di Hondo. Le diverse età del basket sono marchiate da stili di gioco differenti. La percezione degli ultimi anni è che la NBA stia accelerando notevolmente il suo ritmo, cercando un tiro rapido in ogni azione. Vige l’idea che la lega non sia mai stata così dinamica e, confrontata con i Bulls degli anni ’90, c’è un fondo di verità. Tuttavia la storia del gioco, in prospettiva evoluzionistica, rivela dei dati sorprendenti. Il confronto temporale tra le medie del passo di gioco mostra un andamento ondeggiante, in cui quello del 2015 non è nemmeno lontanamente il più veloce.   Il passo di gioco raggiunge il suo punto più alto a 107 nel 1978-79. Le squadre segnano intorno ai 110 punti a partita e ci sono grandi prestazioni e grandi attaccanti. George Gervin e David Thompson si giocano il titolo di scorer all’ultima partita del 1978, con Thompson che ne segna 73 e Gervin che risponde con 63. Si difende poco, quello che rimane in mente sono i grandi cannonieri del tempo, gente che sviluppa un modo molto personale di attaccare e che non si possono necessariamente definire come “difensori” nel modo degli anni ’10 del XXI secolo. Alex English, Kiki Vandewege, George Gervin, Adrian Dantley, Bernard King, in un’nba senza tiro da tre, sviluppano un’arte del tiro da vicino contro avversari più alti di loro, che li rende immarcabili. I Lakers d’inizio anni ’80 mettono un punto a questa epoca. Dopo un periodo di sostanziale disordine quasi medievale, i Lakers di Magic Johnson, Kareem, con Nixon e Wilkes fino all’83, poi Scott Worthy e Green fino all’89, impongono il loro gioco dando una scossa salutare a tutto il movimento. Da quando Magic entra nella lega nel 1979, a quando se ne va’, gioca nove finali su 13 stagioni, ne vince 5 e gioca 51 partite di serie finali, peraltro con un record perdente: 24-27, frutto in particolare di due sconfitte per 4-0: Sixers ’83 e Bulls ’91. Con lui, Larry gioca le restanti , tanto che dalla finale dell’80 a quella dell’89 almeno i Celtics o i Lakers ci sono sempre stati. Gli scontri diretti sono tre, con due vittorie Lakers e un bilancio, in 19 partite, di 11-8 per i Lakers. LA è una squadra votata al contropiede e al gioco veloce, talentuosa, con uno dei più grandi pivot di sempre, Kareem, e un’intelaiatura completa e forte. Ma il passo  negli anni’80 inizia a scendere. Il 1989,  con ancora dei simbolici Lakers in finale, è l’ultimo anno con una media sopra i 100 possessi a partita. Durante gli anni ’80 sono sorte squadre che hanno ribaltato il concetto di gioco, concentrandosi sulla difesa e sul gioco di squadra. Alla tesi Lakers, l’antitesi hegeliana dei Pistons ha imposto a poco a poco la sua narrativa e un basket più duro, spigoloso e difensivo si diffonde nella lega. La vittoria di Detroit nell’89 rappresenta un punto di svolta molto più importante di quanto pensiamo. In NBA le squadre vittoriose sono sempre state un modello per tutte le altre, il meccanismo imitativo porta a ripetere quel modello. È anche un modo per rendere più “utilizzabile” il talento a disposizione, usandolo nel modo più razionale, per come è stato cresciuto dall’ambiente cestistico. I Pistons che vincono due volte il titolo non sono una squadra bella a vedersi. Talenti sugli esterni e lunghi in campo per lottare in difesa, impongono un ritmo che comincia a scendere vertiginosamente stringendo le squadre avversarie in una morsa difensiva in cui il talento offensivo perde importanza. I Bulls di Jordan e Jackson non sono da meno. Costruiti sull’attacco a triangolo sviluppato da un famoso coach di college, Tex Winter, e con la mentalità durissima di Jordan, Pippen, Grant, nella prima tornata, con Kukoc nella seconda, e Rodman a dominare a rimbalzo, i Bulls vincono 6 titoli, eclissandosi solo nei due anni in cui Jordan cerca, senza successo, di giocare a baseball. I Bulls giocano a un ritmo lento, con una difesa arcigna e un complicato set di movimenti in attacco, con lo scopo  di giocare quasi senza play. Alla fine degli anni ’90 il passo scende fino a 88 possessi per partita, la media punti a 91, 8. È il momento più basso per gli attacchi nella storia della lega. Jordan domina incontrastato, quasi da dittatore. La sua squadra, fatta di uno che è il più grande, MJ, due hall of famers, Pippen e Kukoc, più Harper play, porta nel 1996 al record pazzesco di 72-10. Un record conquistato ammazzando il ritmo della lega e tenendo con la morsa di una difesa ferrea qualsiasi tentativo di ribellione. Persino i Rockets, che approfittano dei due anni di assenza di MJ, non riescono a invertire la rotta. Ma i Bulls sono anche una squadra che, al di là dei primi tre-quattro giocatori, sono desolatamente privi di talento. Nel secondo triennio di vittorie, allineano sotto canestro Luc Longley, Bill Wennington, e Judd Buechler, giocatori che avrebbero faticato a giocare in Europa. L’enfasi sulla difesa porta nei quintetti vincenti giocatori tecnicamente scarsi in attacco, che, nelle parole di Charles Oakley sulla convocazione di Rodman all’All Stars Game “faticherebbe a segnare dieci canestri in mezz’ora chiuso in una stanza”. I Bulls sono comunque una squadra fortissima, che porta impresso il marchio Jacksoniano della voglia di difendere, di lottare, e di applicare in pieno un attacco a “triagolo”, di cui lui solo è il maestro indiscusso. Sì, perché, qui sta la stranezza, l’attacco dei bulls è, tranne che per i Lakers allenati dallo stesso allenatore, una pianta secca. Non ci sono imitazioni, non ci sono applicazioni simili, tanto che alcuni giornalisti si sono spinti a dire che solo Jackson, e forse nemmeno lui, ha capito in pieno lo schema di Winter. Jackson è sicuramente un uomo di basket integrale, dalla testa ai piedi, e se i Knicks quest’anno 2015-16 arriveranno ai play-off, sarà una vittoria forse superiore a quella di un titolo con i Bulls. Ma ciò non toglie che le sue squadre siano state costruite intorno ai caratteri e alle personalità di Jordan e Bryant, due giocatori unici, che non possono non imprimere alla lega il marchio del loro stile. Per il primo decennio degli anni 2000 il gioco continua sostanzialmente su questo passo, intorno ai 90-91 possessi. Ma alcuni allenatori, segnatamente Mike D’Antoni a Phoenix, George Karl a Denver, Don Nelson a Golden State, iniziano a lasciare le briglie libere ai loro giocatori e a imporre un passo di gioco molto più alto con un uso “sconsiderato” del tiro da tre.   E proprio l’assorbimento del tiro da tre e le conseguenti spaziature che l’area produce, sono le novità che finalmente il basket NBA accoglie. Non è un caso se a imporle sono state una ex stella del basket europeo, D’Antoni, uno che in Europa ha allenato e vinto, Karl, e uno che è sempre stato molto attento a quel che succede sulla nostra sponda dell’atlantico, Don Nelson. Le loro squadre accettano in pieno le sfide del gioco rapido, liquido, in cui i ruoli non sono ben definiti e si può stare in campo con pivot sotto i sette piedi ma dinamici, in grado di seguire un gioco come i lunghi classici non riescono a fare. L’NBA arriva molto dopo il basket europeo e slavo in particolare, a questo tipo di approccio. La lega, trent’anni dopo l’introduzione del tiro da tre, capisce finalmente il potenziale che questo possiede e comincia ad accogliere giocatori che sarebbero stati dei disadattati nelle squadre degli anni ’90. Il pendolo ritorna in favore dell’attacco e del talento ma con un fossato se possibile più profondo tra est e ovest. La linea da tre punti in un anno produce circa 55.000 tiri, di cui se ne segnano circa 19.000, per una percentuale di circa il 35%. Per fare gli stessi punti con tiri da due occorrerebbe tirare con il 52% contro il 48% medio del tiro da due attuale. Il tiro da tre punti, con la regola dei tre secondi difensivi, ha dato importanza a un tipo di giocatore che era ai margini, togliendone ai grandi pivottoni lenti che si muovevano come dinosauri. L’altezza media tende ad abbassarsi e i quintetti una volta “atipici”, diventano normali. Ecco, questo gioco ha reso “normale” quel che era “straordinario”, e redistribuito i concetti su cui erano valutati i giocatori. Ma, ancora una volta, il talento dà forma al gioco. Questi anni 2000 ci mettono di fronte giocatori con una rapidità di tiro e di pensiero che non pensavamo esistessero. La rapidità delle mani di Curry, George, Durant, Gordon, Antetokoumpo, sono cose sconosciute fino agli anni ’90. Questo porta il focus di nuovo dalla difesa asfissiante all’attacco e a un’idea di gioco basata sul flusso, sulla velocità, sulla distribuzione di un basket che non ha differenza nel modo in cui viene giocato e premia nuovamente il talento sulla forza bruta, la novità sulle regole fissate e la flessibilità, l’elasticità del gioco sulle strutture prefissate, sui preconcetti e i pregiudizi. Anche nel vedere il basket di oggi occorre liberarsi dalle idee preconcette. Lasciare a casa i vecchi concetti di attacco/difesa e sapere che si vive di un’eterna transizione in cui il pick and roll e la spaziatura costringono a passare dal vecchio 1vs1 con uno o due difensori per squadra, a un’idea in cui il grande si troverà in missmatch col piccolo lontano da canestro e viceversa. Quindi ha ragione Barkley a dire che i Warriors trent’anni fa’ li avrebbero menati. Era il modo in cui ragionava quel basket e che dà ancora un po’ di valore alla forza bruta di Bogut oggi. E ha ragione Harper a dire che i Bulls erano più squadra, non avevano abbastanza individualità che potessero cavarsela da soli sul campo. Ma questi Warriors sono soltanto un altro stadio evolutivo del basket, qualcosa che prende le idee di gioco di questi grandi vecchi e le mette da parte. Non esiste più quella difesa e non esiste più quell’attacco. I giocatori sono cambiati radicalmente e i risultati dei Warriors in questo inizio campionato lo dimostrano. È che c’è voluto molto tempo per assorbire la rivoluzione del tiro da tre. La NBA si è portata dietro il modo di giocare delle vecchie generazioni come se fosse un mantra impossibile da modificare. Dopo la fine delle squadre universitarie dominanti, ha perso anche un’olimpiade con i professionisti, nel ’04,e ha capito di dover cambiare approccio. La storia della lega vista con la lente d’ingrandimento del “passo” di gioco e del tiro da tre, fa pulizia di molti pregiudizi e racconta come il basket che vediamo oggi sia un unicum, un capitolo radicalmente nuovo nella storia del gioco. Un capitolo che proprio i grandi interpreti del passato faticano a capire. Gli Hornets di Jordan, come presidente, sono una squadra ancorata a concetti antichi, costruita intorno a un pivot classico come Jefferson e senza tiratori da tre dominanti. Anche qui, è la storia del gioco. Il grande giocatore fatica ad allenare bene, i grandi allenatori e manager sono il più delle volte gregari da giocatori. Ryley, Jackson, Steve Kerr oggi, sono giocatori di ruolo che hanno sviluppato un’intelligenza di gioco finissima. Dei grandi, solo Jerry West è stato un grande, grandissimo, manager, gli altri hanno faticato a calarsi nell’idea che in campo vadano anche giocatori limitati, senza la loro capacità, senza carisma. Lamenteranno sempre che il tale non ha visto una linea di passaggio ovvia, per loro, o che ha sbagliato un tiro facile, per loro sempre. Il basket è un linguaggio che deve essere capito da tutti i suoi componenti, quindi deve essere “tradotto” in concetti che riflettano le idee del tempo, che si adattino al pensiero, al modo di vivere. Il basket degli anni ’90 è stato un rigurgito tayloristico, una catena di montaggio sviluppata da giocatori con la mentalità della grande fabbrica. Il gioco di oggi è il gioco di internet, della società dei servizi, flessibile, senza ruoli, un magma senziente in cui l’individuo è legato a un altro individuo tramite legami molto sottili, fragili, una rete per cui passano migliaia di informazioni al secondo a una velocita un tempo inimmaginabile. E non conta che il passo di gioco sia ancora molto più basso che negli anni ’70. La differenza non è la difesa che oggi esiste, ma esisteva anche allora, la differenza è il tiro da tre. Arrivare a fare cento possessi oggi con giocatori che arrivano al fondo del campo e tornano a tirare da tre, significa fare molti più metri in una partita. Negli anni ’70 si arrivava al canestro e ci si fermava, oggi si arriva sotto canestro e si torna indietro, si viaggia per l’area dentrol’arco e con il giocatore viaggia il pallone. Tutto questo crea un sistema complesso che, tracciato sul campo, produce un disegno affascinante, largo, arioso, in cui linee taglienti e verticali sono il modo di approfittare dei vuoti che, forzatamente, l’inseguimento dei giocatori fuori dall’arco produce. E mi spiace per Barkley o Harper, questo è un qualcosa che le loro squadre non hanno mai fatto, e che non avrebbero potuto nemmeno provare, con il personale a disposizione. Che questo sia duro da accettare, come il passaggio del tempo, è certo, ma che questo succeda, è altrettanto certo…

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