Texan’s Loyalty: Dirk Nowitzki e coach Pop

Texan’s Loyalty: Dirk Nowitzki e coach Pop

E se Dirk chiedesse il buyout per il bene dei “suoi” Mavs? E se Popovich si candidasse alle presidenziali del 2020? Le analisi post derby…

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Il derby texano della notte tra Spurs e Mavericks ci dà un saggio di quella che è la mentalità degli stati del Sud degli USA, in cui sono le persone a fare la differenza, ancor prima che quello che esse possono offrire. San Antonio e Dallas sono la concezione opposta di come il “petrolio” texano possa essere investito. I neroargento offrono un sistema di gioco in cui ognuno deve portare il suo contributo, dove senza eccessi si mantiene un livello stabile, mentre la Dallas cara all’owner Mark Cuban sono una squadra che vive di cicli, che rifonda spesso e che sarebbe disposta anche a spendere per tornare grande: del resto siamo in uno stato dove la caccia dovrebbe essere sport olimpico.

Quando nella notte la partita ha preso la piega della truppa di LaMarcus Aldridge e compagni, l’attenzione si è soffermata altrove, alla ricerca di quella salsa barbecue che rendesse la carne del derby dello stato con la stella più succulento. I rumors hanno fatto il proprio corso, hanno preso l’interstatale e hanno scelto il rispetto punto di arrivo, e la definizione di “dentro e fuori dall’Alamo” calza a pennello.

Guardando i nuovi Dallas Mavericks che sono in un rebuilding massiccio, si ha la sensazione che prima o poi possano tornare ad essere la squadra da oltre cinquanta vittorie ad annata, ma al tempo stesso si intende tale dato solo in futuro abbastanza prossimo, visto che la squadra dovrà essere rinnovata, come gli innesti di Seth Curry, Yogi Ferrel, Harrison Barnes e del rookie Dennis “chiacchierato” Smith jr vanno a dimostrare. Si guardino però le statistiche, specie dello starting five ed emerge che proprio colui che potrebbe assurgere a simbolo della franchigia, è divenuto al momento un oggetto misterioso.

Se si dovesse chiedere a un americano di apprezzare le doti tedesche, macchine a parte, si farebbe fatica a far accettare un concetto, se però limitassimo a Dallas la nostra indagine, allora Dirk Nowitzki sarebbe al centro delle preferenze. Sono 20 le sue stagione, tutte passate a sanguinare in bianco e blu con la stella, a trainare da solo una squadra fino al titolo – in pochi possono dire – ma che ora viaggia col 41% dal campo (seconda percentuale più bassa in carriera) con 10 punti, 5 rimbalzi e meno di 9 tiri di media presi per allacciata di scarpe. È la fine di un ciclo, sicuramente, ma cosa fare con chi ti ha messo sulla mappa?

Dallas non potrà più contare sull’apporto del lungo tedesco, ma al tempo stesso non può certo tagliare dall’oggi al domani il giocatore, anche perché una carriera spesa tra tanti sacrifici, quando nel 98 la squadra non era neanche granchè, un minimo di gratitudine va riconosciuta. E se, invece, fosse la lungimiranza di Dirk ad avere la meglio, con la scelta di chiedere un buyout – che le tasche profonde di Cuban potrebbero coprire – e lasciare alla squadra il compito di trovare nuovi equilibri? La stampa texana ha lanciato questo spiffero che in uno Stato dove la neve si vede raramente è davvero di portata ustionante, eppure l’idea non è campata in aria, perché la lealtà, in fondo, viene prima di tutto e a ben vedere “si farà come vorrà Dirk” non perché è una prima donna, ma per la riconoscenza che gli si deve.

Se ci spostiamo di qualche miglia ed entriamo dentro l’Alamo, da cui le notizie come sempre arrivano fugaci, stavolta otteniamo una tregua e di indiscrezioni ne abbiamo parecchie. Che poi la “fonte” sia Gregg Popovich questa può essere una novità, anche se tutto va preso con le pinze. I filoni sono tre, le conseguenze infinite ed impronosticabili.

Leonard non rientrerà a breve, continueremo così, perché stiamo facendo bene”. La squadra non deve stare a pensare a chi è in campo, ma, ancora una volta, come nella storia neroargento, bisognerà trovare nuovi realizzatori, nuovi sistemi per vincere gare, per mantenere alto il livello. Non che ve ne fosse bisogno con urgenza, perché comunque gli Spurs sono nella parte alta della classifica della conference est, ma queste parole vogliono essere una presa di responsabilità per tutta la squadra. Aldridge è letteralmente rigenerato da quelle parole a inizio stagione che gli sono state dette al training camp. Da “giocatore per lo scambio” è ora divenuto un faro del gioco di San Antonio, non una “tower” come Duncan o Robinson, ma qualcosa che, per spirito e dedizione, vuole rassomigliarvisi. E dire che di Tony Parker nessuno ha mai ancora parlato, anche perché Mills, Murray e Forbs, per non dire Ginobili, stanno dannandosi l’anima e non poco. Se questa squadra arriva ai playoffs come sembra, guai a chi li becca al completo.

Il secondo filone è quello che conduce a Rudy Gay, che sembra rinato cestisticamente parlando in quel dell’Alamo, ma che – per stessa ammissione di coach Pop – “potrebbe essere panchinato a breve per una schiena dolorante“ e che fa le bizze. San Antonio ha spesso rigenerato campioni a fine carriera e l’ex Grizzlies sembra essere un giocatore davvero ben oliato nel “system” ma se i problemi fisici dovessero far capolino neanche i miracoli sarebbero possibili.

Chiusa la porta con le parole del coach che rappresenta il carisma fatto a persona, la voce si rincorre, un po’ scherzosa e goliardica, un po’ con un fondamento. E se Gregg Popovich si candidasse alle prossime elezioni del 2020? Ora che ci sia questo interesse dubitiamo che l’istrionico mentore degli Spurs potrebbe mai confermare o smentire, sta di fatto che una persona con polso di ferro e regole di vita intransigenti o quasi, che in una settimana (quando ancora era solo il GM) ha prima confermato il suo coach per poi licenziarlo – dopo una vittoria – per prendere lui il suo posto, di certo potrebbe avere aspirazioni in tal senso. Quello che sorprende è il plebiscito di voci che dall’etere mediatico sono uscite in favore di questa voce, tanti giocatori tra cui anche Kobe, hanno ammesso che sarebbero disposti a sposare il carisma di coach Pop: nuovi orizzonti? Forse no, ma la lealtà e l’onesta la fanno ancora da padrone negli Usa, e in Texas se ne intendono.

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