The amazing adventures of the Golden State Warriors

The amazing adventures of the Golden State Warriors

Commenta per primo!

Una squadra vincente è vincente sempre per le stesse ragioni, ma ognuna vince a modo suo, per parafrasare Tolstoj, che forse già tifava CSKA. Vince chi passa di più, chi prende più rimbalzi, chi tira meglio, chi difende, ma il modo in cui lo fa cambia di squadra in squadra e di anno in anno. Questa stagione, i Golden State Warriors sono emersi nella durissima Western Conference e hanno preso la guida della lega, stracciando nel frattempo diverse pagine dal libro dei record. I Warriors hanno una storia intrigante e le loro vittorie sono giunte in momenti particolari, emergendo come numeri primi irripetibili e indivisibili nel fluire degli anni. Esaminando le similitudini e le differenze tra le squadre campioni dei Warriors del passato con quella di oggi, possiamo fare un excursus nella storia della lega sportiva che ci sta più a cuore, attraverso una delle sue squadre più antiche, anche se non più fortunate.

Paul Arizin 1956
  Philadelphia, San Francisco, Golden State I Golden State Warriors appartengono al gruppo originario che nel 1946 diede origine alla lega. Sono anche i primi vincitori del titolo del 1947 con Joe Fulks in campo e Eddie Gottlieb in panchina, anche se la lega di allora era la BAA (Basketball Association of America) e non sempre questo titolo viene assegnato alla storia NBA. L’anno successivo, fondendosi con la NBL (National Basketball League), nacque quella che oggi chiamiamo NBA. Gottlieb era l’anima della squadra e fu una figura chiave nella sopravvivenza della NBA. Un promotore instancabile di sport, proprietario e/o allenatore di squadre di basket e di baseball, tra cui una squadra della Negro League di baseball, Gottlieb, un ebreo ucraino nato a Kiev nel 1898 e la cui famiglia emigrò quasi subito negli Stati Uniti per sfuggire ai pogrom, allenava, promuoveva, vendeva biglietti, faceva scouting e trovava posti in cui giocare, oltre a sovrintendere al calendario NBA fino al 1979, anno della sua morte. I Warriors vinsero il secondo titolo nel 1956, in una squadra che allineava la stella Paul Arizin in ala piccola, Neil Johnston in centro, Tom Gola in ala grande e Jack George in play. Fu una vittoria che non ebbe seguito perché Tom Gola venne chiamato al servizio militare l’anno successivo ma soprattutto perché i Boston Celtics di Auerbach in panchina (altro ebreo originario della bielorussia), e Bill Russell in campo, iniziarono una dominazione destinata a cambiare profondamente la storia dell’NBA e a segnare un’egemonia che forse non ha pari negli sport professionistici.
La squadra campione 1956
  Gottlieb vendette la franchigia a un gruppo d’affari nel 1960, con lo scopo di portarla a ovest e aiutare in questo modo l’espansione della lega. Ne ricavò 600.000 dollari, una cifrona per l’epoca, abbastanza da rendere fruttuoso un investimento che, in origine, era stato di circa 6.000 dollari. A ovest, prima sotto il nome di San Francisco, poi di Golden State, i Warriors vivacchiarono raggiungendo una finale nel ’67 e vincendo il titolo nel 1975. La squadra del ’75 vinse il titolo in un periodo strano dell’NBA, un decennio particolare che, in campo, rifletteva un grande tumulto culturale e politico fuori dal campo. La caduta degli dei, la fine del decennio felice degli anni ’60, la musica rock, gli hippy, Berkeley, tra l’altro molto vicina a Oakland nel frattempo divenuta la sede della squadra. In questi anni vincono i Bucks di Robertson e Alcinidor, i Knicks di Reed, Frazier e di un tale Phil Jackson, che, se non fosse per appena 11 titoli da allenatore, oggi sarebbe una nota a piè di pagina nella storia di questo sport, due titoli per dei Celtics duri e puri e una serie di squadre, come i Bullets, che emersero nella storia della lega in questi anni tumultuosi, o i Sonics, del martello Jack Sikma. È anche il decennio della ABA, la lega avversaria della NBA, che recluta alcuni dei migliori talenti di quegli anni, come Doctor J, George Gervin, e, tra gli altri, uno dei giocatori più forti di quei Warriors del ’75: Rick Barry, l’uomo con la miglior percentuale ai liberi nella storia che tirava… i liberi dal basso a due mani.
Rick Barry con il suo stile di tiro libero
  Dal ’75 a oggi la storia dei Warriors è fatta di personaggi alternativi, grandi scorer e squadre meravigliose che durano lo spazio di un mattino. Purvis Short, Joe Barry Carroll, MItch Richmond e Chris Mullin insieme con Hardaway e Marciuilonis, esaltano il carattere di una squadra che allinea, nei suoi momenti migliori, il meglio dell’alternativo, mai la powerhouse modello Lakers o Celtics, o Bulls anni ’90. Una serie di scelte sbagliate li spingono per molti anni al fondo della Pacific division, fino a riemergere grazie a un’ottima dirigenza e una serie forse senza precedenti di scelte azzeccate e mix di veterani di grande spessore. I Warriors di oggi sono una squadra completa come forse non lo sono mai stati, nemmeno nelle annate vincenti. Almeno 9 giocatori possono stare in campo e la possibilità di allineare quintetti bassi o alti e alternare soluzioni interne e esterne sono uniche o quasi tra le squadre arrivate ai playoff. Ancora più interessante il fatto che l’NBA di oggi somigli, sotto certi aspetti, all’NBA in cui di solito i Warriors vinsero i loro titoli: un campionato senza dominatori, in cui di anno in anno cambiano le gerarchie e squadre vincenti un anno diventano perdenti l’anno dopo. The next big thing È anche un periodo di “attesa” della next big thing. Quando i Warriors vinsero nel ’56, fu l’ultimo anno di una squadra tutta bianca, inconsciamente, il tramonto di un’epoca contrassegnato da giocatori bianchi in cui i neri erano poco presenti nei roster. L’anno dopo Russell ribalterà le gerarchie e solo gli Hawks del ’58 in qualche modo riporteranno una squadra vecchio stile a vincere il titolo, ma per l’ultima volta. Quando vinsero nel ’75 si era come in attesa di una svolta. L’NBA vivacchiava, Gottlieb sovrintendeva ancora ai calendari e i campioni migliori andavano in ABA. Il ritorno di Barry fu forse uno dei punti di svolta che dimostrava come la vecchia lega poteva ancora attirare giocatori. Fu solo negli anni ’80, con la rivalità di Magic e Bird che la NBA fece un turnaround completo e poté diventare quella che conosciamo oggi. Oggi, con le grandi star riconosciute in un momento difficile (Kobe, Carmelo, Dwyane), forse il solo Lebron James alla guida di una squadra che può legittimamente candidarsi al titolo, e le squadre storiche contemporaneamente nella parte bassa della classifica, i Warriors riemergono come forza trainante della lega, proponendo una formula che promette di tenerli a galla per i prossimi anni, se sapranno trattenere quei giocatori il cui valore aumenterà proporzionalmente alla loro forza. Il confronto Ma confrontando le squadre vincenti dei Warriors, come sono cambiate nel tempo e in che modo questa del 2015 riflette le dinamiche di lungo periodo, le tradizioni di gioco dei Warriors? La prima cosa da notare è il paradosso che i due più forti giocatori nel ruolo di centro della storia dei Warriors non compaiono in nessuna di queste squadre. Infatti, Wilt Chamberlain, scelto nel 1959, l’uomo che segnò 100 punti proprio in maglia Warriors, non vinse mai il titolo con loro, giocando la finale persa con i Celtics nel ’64 e tornando poi a Phila nei sixers, in cui vinse il suo primo titolo nel 1967, paradosso per paradosso in finale con i Warriors. Nate Thurmond, il primo giocatore a registrare una quadrupla doppia, venne scambiato nel ’74, prima della stagione della vittoria. Allineiamo i quintetti sulla base dei ruoli (in grassetto ho evidenziato quelli che potrebbero essere gli all star presi dalle singole squadre, Chamberlain non ha mai vinto un titolo ai Warriors, ma sarebbe sicuramente il titolare da centro):

Ruolo 1946-47 1955-56 1974-75 2014-15?
play George Senesky Jack George Butch Carter Steph Curry
guardia Angelo Musi George Dempsey Charles Johnson Klay Thompson
ala piccola Joe Fulks Paul Arizin Jamaal Wilkes Harrison Barnes
ala forte Matt Guokas Sr Joe Grabowsky Rick Barry Draymond Greene
centro Art Hillhouse Neil Johnston Clifford Ray Andrew Bogut
Sesto uomo Tom Gola Andre Iguodala
Allenatore Eddie Gottlieb George Senesky Al Attles Steve Kerr

La squadra del ’46 si basava principalmente sulle doti realizzatrici di Joe Fulks e su una difesa arcigna. Il centro Art Hillhouse ha la distinzione di essere l’unico giocatore nella storia uscito per falli in ogni partita di una serie finale. Avere Fulks quel primo anno fu un vantaggio notevole per i Warriors, vantaggio che si esaurì già nell’anno seguente contro i Bullets. L’NBA cresceva velocemente, ogni anno entravano giocatori nuovi e il gioco cambiava. La squadra del ’56 era più completa. Tom Gola, Johnston e Arizin erano un trio molto forte sotto canestro. Gola era il sesto uomo della squadra e Grabowsky era il titolare, ma il supporto di Tom Gola fu fondamentale. La squadra era allenata dal play della vittoria del 1947, Senesky, e aveva in Paul Arizin il giocatore di punta. Inventore del tiro in sospensione, come tutte le cose del basket un figlio reclamato da molti padri, Arizin era un leader silenzioso che ben si amalgamava in una squadra di gente di Phila o comunque del nord-est. Fisicamente straripante in confronto alla media dei giocatori del tempo, Arizin, come altri, si trovò però spiazzato di fronte all’incredibile fisicità che una nuova generazione di giocatori neri importò nella lega. Robertson, Russell, Chamberlain, Baylor, cambiarono i parametri del gioco, rendendolo più verticale e fisico senza dimenticare la tecnica. Il 1975 vide il trionfo di un underdog come non se erano mai visti. Passati per tre serie di playoff in modo inatteso, i Warriors sbarcarono in finale, dove asfaltarono i Bullets per 4-0. Il coach era, anche in questo caso, un ex giocatore: Al Attles, arrivato nei Warriors con Chamberlain nel ‘59. Una squadra prettamente difensiva costruita intorno al talento di Rick Barry e alla grinta di Butch Beard in play e Clifford Ray in centro, con Jamaal Wilkes in ala piccola a trainare il contropiede della squadra. Ancora una trazione anteriore, il baricentro della squadra posto sotto canestro. L’attesa per questa vittoria era minima, tanto che la serie finale si dovette giocare, per le partite in casa di Golden State, a Daly, un sobborgo di San Francisco, in quanto il palazzetto principale era impegnato per altri eventi. Messa in linea con le altre squadre vincitrici, questa del 2015 appare la più completa sulla carta, confrontabile con quella del ’56, anche se mostra, in controluce, quell’evoluzione del gioco che ha cambiato il basket negli ultimi trent’anni. I Warriors di oggi sono una squadra che estremizza il concetto di gioco “esterno”, sempre in velocità, e sfrutta fino in fondo la precisione al tiro da tre punti. A questa sua forza carica di leggerezza, aggiunge una salda retroguardia molto fisica in cui Bogut, Lee, Green fanno la loro parte a difesa del canestro, ma che spesso non deve nemmeno essere usata in quanto la migliore difesa di questa squadra risiede nella sua capacità di far ripartire il gioco il più velocemente possibile, ponendo alla squadra avversaria una serie di quesiti in termini di missmatch che sono il vero tarlo delle difese avversarie. Iguodala dalla panchina, come Tom Gola a suo tempo, aggiunge una capacità unica di essere un fattore dove serve, difesa o attacco che sia. La formula di questo gioco, messa insieme da un ex-giocatore di livello come Kerr, si è dimostrata più forte di quanto ci si attendeva. Rimane l’incognita dei playoff, la necessità di lottare in partite che diventano vieppiù importanti. La solidità mentale, oltre che fisica, gioca un ruolo basilare in una conference, quella ovest, in cui le insidie arrivano fino all’ottavo posto e proprio una squadra dei Warriors, quella guidata da Baron Davis, si rese protagonista di uno dei ribaltamenti maggiori nella storia della lega, battendo i numeri uno di Dallas in sei tiratissime partite. In termini di Leader, i capi riconosciuti delle squadre campioni dei Warriors sono sempre stati caratteri particolari. Fulks, Arizin, Barry, e ora Curry, sono personaggi introversi , poco portati a strabordare, come personalità più forti a partire da Chamberlain. Arizin e Curry, in particolare, sono due grandi tiratori in sospensione, ognuno nella sua epoca naturalmente, e sono entrambi riconosciuti per la loro abilità nel palleggio e nel passaggio. Laddove Arizin possedeva una fisicità più prorompente, per l’epoca, Curry presenta invece una leggerezza, un’aleatorietà, che ne fanno un atleta unico e in controtendenza, in un mondo sportivo, non solo cestistico, in cui il giocatore è sempre visto come qualcuno destinato a diventare più alto, più forte e più veloce. Curry dimostra che c’è spazio per il talento puro, quello che fa restare a bocca aperta e non abbisogna di centimetri o di muscoli prorompenti. Come allenatori, i Warriors hanno una tradizione di allenatori ex-giocatori vincenti, Senesky e Attles. Ma ancora di più Kerr somiglia Eddie Gottlieb stesso. Non tanto per la personalità, quella di Gottlieb incline a trabordare, a essere eccessivamente presente, quanto per il modo in cui Steve Kerr ha attraversato diversi ruoli prima di approdare sulla panchina. Certo, “the Mogul”, come era soprannominato Gottlieb, era inimitabile, unico, ma nel suo piccolo l’intelligenza cestistica di Kerr lo rendono un candidato credibile a succedere a personalità di spicco capaci di rimbalzare dalla poltrona alla panchina, gente come Riley, per intenderci, o Phil Jackson. Tutto congiura per rendere i Warriors i perfetti vincitori di questa stagione. Naturalmente, come in tutti questi casi, occorre fare i necessari scongiuri. I Warriors sono una franchigia storica e gloriosa, ma raramente baciati dalla dea della vittoria. Nella loro storia hanno visto nelle loro maglie alcuni dei più grandi interpreti del gioco, ma una specie di maledizione, che si sostanzia in scelte sbagliate, gli ha impedito di restare ad alto livello per molto tempo. Le loro vittorie, quando ci sono state, sono state estemporanee, frutto di un guizzo, di un salto mortale fuori dall’acqua della mediocrità, seguito da un tuffo altrettanto profondo. C’è chi non sarà d’accordo, e ce la metterà tutta a batterli, a partire da New Orleans, il primo agnello sacrificale al momento, che sembra destinato a una sonora sconfitta in quattro partite. Dopo, ogni serie all’ovest minaccia di essere una guerra e di minare la resistenza per la serie successiva. La profondità della squadra potrebbe essere un antidoto all’usura delle partite più tirate e uno sweep al primo turno sarebbe la panacea, per vaccinare contro il rischio dell’eccessivo calo da serie lunga. Tuttavia, una lunga serie di campioni è lì a guardare e, da ovunque si trovi adesso, è probabile che Gottlieb la sua scommessa l’avrà già fatta a ragione veduta e che il fido Zinkoff, la voce dei palazzetti di Philadelphia che lo seguì come un’ombra in tutta la sua vita di allenatore, giocatore, biscazziere, mercante, e forza guida dell’espansione dell’NBA, si stia già accendendo un sigaro godendosi almeno una regular season come non se ne vedevano da cinquant’anni e più, di puro dominio. Che poi tutto questo abbia avuto inizio una sera in un’umida via di Philadelphia, alla vana ricerca di una palestra in cui allenare una decina di ragazzotti alla fine della II guerra mondiale, da parte di un ebreo bielorusso immigrato alla ricerca di un mondo migliore, è una storia più lunga che ci daremo tempo di raccontare, se ne varrà la pena…

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy