The day basketball was born: la prima partita della NBA (allora BAA)

The day basketball was born: la prima partita della NBA (allora BAA)

70 anni fa esatti, a Toronto, si alzava la prima palla a due del basket pro moderno, tra i Toronto Huskies e i New York Knicks. Iniziava una nuova era. La riviviamo attraverso gli occhi di un ragazzino canadese di allora, che scopre il basket, l’amore, il bene e il male in un solo momento, e cresce in un modo da cui non si torna indietro.

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La sera del primo novembre 1946 Bertrand Vernier, appena uscito dal lavoro in falegnameria, entrò in casa bagnato di pioggia e con un sorriso che faceva presagire solo cose buone.

  • – Joel vestiti che stasera usciamo.
  • – E dove andiamo? – chiese Joel, suo figlio
  • – Al Maple Leaf Garden! – rispose il padre.

Per poco Joel non svenne. Ma i biglietti erano lì nelle mani di suo padre. Due splendidi, luccicanti biglietti per la partita del Maple Leaf Garden di Toronto  di quella sera.

  • – Contro chi giochiamo, i Red Wings, i Canadiens? – chiese Joel
  • – Contro i Knicks! – disse Bertrand, sapendo che gli avrebbe procurato una delusione.
  • – I Knicks? E chi sono? Hanno allargato la lega a un’altra squadra o qualcuno ha cambiato nome?
  • – No, i Knicks di New York
  • – Papà, a New York ci sono i Rangers
  • – Non andiamo a una partita dei Maple Leafs – disse suo padre – ma degli Huskies, la squadra di basket di Toronto.
thebirdfeednyc.com - il poster della prima partita della BAA
thebirdfeednyc.com – il poster della prima partita della BAA

Joel rimase a bocca aperta per un minuto intero. Il basket? Lui aveva sempre giocato a hockey, cos’era questo basket? A Toronto e in Canada si giocava a hockey su ogni stagno ghiacciato dall’atlantico al pacifico, a temperature così basse che congelava il respiro. Il basket proprio non sapeva cosa fosse.

  • – Ma posso tenere la maglia dei Maple Leafs? – chiese Joel, dopo averci pensato su ed essere arrivato alla conclusione che una sera fuori era meglio di niente.

Era una maglia ormai sbrindellata che Joel non toglieva mai fuori da scuola. Quando la indossava sognava di scendere sul pak del Maple Leaf Garden e di sfrecciare tra le difese che cercavano schiacciarlo contro il vetro laterale.

Betrand annuì eJoel salì di corsa in camera a indossare il pesante giaccone invernale.

  • – Non gli hai ancora detto niente? – la voce ostile di sua moglie Marjorie dalla cucina.
  • – No, pensavo di prendere un momento con lui e …
  • – E rovinarglielo! Come fai sempre – rispose Marjorie, la bocca deformata dalla rabbia.

Bertrand si guardò la punta delle scarpe senza sapere cosa dire.

  • – Ora provi a corromperlo portandolo a una insulsa partita, la prima che hai trovato, tanto andava bene una qualsiasi no? – lo attaccò ancora sua moglie
  • – Marge ti prego, non litighiamo adesso – la implorò Bertrand
  • – Non litighiamo adesso non litighiamo. E cosa abbiamo fatto negli ultimi due anni? – poi continuò sottovoce – quando gli dirai che te ne vai? Che ci lasci
  • – Lui può venire con me, anche Armine può
  • – E io con chi rimango? Vuoi tutto, distruggere la casa e tenerti i cocci, non pensare che sia così facile Bertrand.

Joel sentiva l’eco delle discussioni dalla camera al piano superiore. Fu tentato di trovare una scusa, fingere di vomitare, per non andare più con suo padre. Anche se i suoi genitori non lo pensavano, Joel sapeva tutto. Non chiaramente, non con le parole giuste, con quella sensazione interiore che prende quando tutto sta per crollare, senza capirlo, ma con tutta intera la consapevolezza di quello che accade.

Joel si fece forza. Scese  di corsa le scale, interrompendo la discussione sul nascere. Corse ad abbracciare sua madre forte, sentì il suo profumo, la consistenza dei suoi vestiti e chiuse gli occhi un attimo, le diede un bacio poi si voltò, andò fuori velocemente, che non vedessero una lacrima che stava scendendo sulla guancia destra  e aspettò di fianco alla vecchia Chevrolet 3800, il pickup della famiglia.

Bertrand salutò Marjorie imbarazzato. Uscì, richiudendosi la porta dietro le spalle e aprì la macchina, entrò e si allungò a alzare il tasto della chiusura della porta del passeggero.  Joel si sedette, chiuso nella giacca e col il berretto calato sulle orecchie. Il freddo all’inizio di novembre entrava nell’abitacolo. Il motore si accese con un ringhio pesante. Il caldo ci avrebbe messo qualche minuto a uscire dai bocchettoni e occorreva scaldarsi chiudendosi bene nei vestiti.

Nell’abitacolo della macchina aleggiava un odore di cuoio e legno.  Joel, schiacciato sul sedile duro, pensava a cosa fosse questo “basket” di cui non aveva molto sentito parlare. Avrebbe preferito una partita dei Maple Leafs, ma tutto andava bene per stare un po’ con suo padre. Lo guardò mentre guidava. Ultimamente era un po’ invecchiato. Da quando zio Cristophe non era tornato dalla guerra, macinato in qualche campo delle Ardenne, gli si erano scavate  due rughe sulle guance, profonde come tagli.

Lui e la mamma litigavano da tanto, oramai. Joel aveva sentito anche un nome di donna, durante quelle discussioni, una donna che aveva  a che fare con suo padre. Lui non capiva perché, i grandi e le cose dell’amore non erano facili come controllare il disco e tirare. Erano più come essere schiacciati da una carica di Maurice Rickard dei Canadiens e restare privo di sensi per terra.

Arrivarono alla biglietteria, dove suo padre consegnò i biglietti a un inserviente che fumava dietro un’apertura nel muro. Un cartello diceva a grandi lettere che chi era più alto del più alto degli Huskies sarebbe entrato gratuitamente. Il cartello aveva scritto in grande “6-8”, due metri e cinque, un’altezza che sembrava sproporzionata. Joel si chiese che razza di uomini fossero.

nbahoopsonline.com - il manifesto con Geore Nostrand
nbahoopsonline.com – il manifesto con George Nostrand

Suo padre era alto, ma arrivava a malapena a 6 piedi. Sei piedi e otto era un’altezza paurosa, quasi una montagna, nella sua testa. Entrarono nell’arena e invece della pista da hockey, Joel vide posato un parquet di legno chiaro e sopra alcuni energumeni che giocavano a  tirare in un anello di metallo con appesa una rete. Le luci erano tutte accese. I posti erano ancora in massima parte liberi.

Joel prese un foglio con la presentazione della serata da un tavolino appena dopo l’entrata. In copertina, la foto di un giocatore impegnato in un gancio. Il nome, lesse, era Ed Sadowski. Cercò  in campo una sagoma simile al giocatore raffigurato, ma nessuno era così smilzo e agile. Vide un tipo molto grosso con la canotta degli Huskies, che provava a tirare alzando il braccio destro e usando una mano. Sembrava lui. Sul foglio era scritto che Ed era sia un giocatore che l’allenatore della squadra.

  • – Ed! – gridò Joel. Suo padre si volse verso di lui. Nessuno rispose.

Nell’altra metà campo i Knicks si stavano scaldando. Diversamente dagli Huskies, i Knicks avevano un vero allenatore. Sul foglio di presentazione della serata Joel lesse il nome: “Neil Colahan”. Guardò in campo e vide un signore ben vestito che gridava ai suoi giocatori e pensò che, probabilmente quello era l’allenatore.

I giocatori tiravano per riscaldarsi nel freddo del palazzetto. Sotto il parquet il ghiaccio continuava  a spargere freddo  e questo provocava chiazze di umido che facevano scivolare. Joel cercò di capire cosa si facesse in una partita di basket. I giocatori prendevano la palla, la portavano al petto e tiravano con due mani verso il canestro.

La palla era un oggetto sferico, scuro, con una cucitura all’esterno che sembrava rendere difficile il palleggio. Joel aveva sentito parlare vagamente del basket. Era una cosa delle grandi città americane, uno sport che facevano i negri e i gli ebrei e pensava che non fosse molto adatto ai canadesi, qualunque cosa fossero i canadesi. Lui era di Toronto, e già Montreal o Ottawa, per non parlare di Vancouver, erano posti molto lontani.

Suo padre aveva preso dei popcorn e glie li passò. Joel non si aspettava quel gesto, suo madre era sempre molto attenta ai soldi che si spendevano e gli aveva dato dei panini apposta per non dover comprare nulla.

  • – Sarà il nostro piccolo segreto eh, ragazzo? – disse Bertrand
  • – Certo papà – rispose Joel

A un certo punto nel palazzetto risuonò una sirena e un gruppo di persone si diresse verso il centro del campo. Joel distinse dei signori vestiti in modo elegante, uno  tarchiato e grasso, un altro alto e sottile, con un paio di giocatori.

Il signore tarchiato prese il microfono e si presentò. Il suo nome era Maurice Podoloff e, a quanto pareva, era il capo di quella combriccola che si era riunita a giocare. Joel masticò il suo popcorn e bevve la coca-cola che suo padre gli passò, mentre cercava di capire cosa dicessero.

Il signor Podoloff diede il benvenuto agli spettatori, che nel frattempo avevano quasi riempito il Maple Leaf Garden, e passò il microfono al signore vicino. Joel non capì il nome, ma quel signore cominciò a parlare del basket e di come si giocasse. Le regole consistevano in un incomprensibile manuale di ginnastica, per Joel, da fare con la palla. Non riuscì a capire perché a ogni canestro si segnassero due punti e non uno. Ma poi il signore disse che con un fallo si tirava un tiro libero e quello si tirava dal basso.

Un giocatore degli Huskies e uno dei Knicks dimostrarono come si andava a canestro, come si palleggiava e come si passava la palla. Spiegarono velocemente i ruoli e la durata del gioco. Il pubblico cominciò a rumoreggiare. Un signore dietro Joel disse: “va bene abbiamo visto adesso giocate”.

Gli arbitri si posizionarono a metà campo, dove george Nostrand, il giocatore più alto della squadra, saltò contro uno dei Knicks, Joel non  sapeva chi. La palla si alzò verso l’alto fino a diventare quasi invisibile, disegnò un arco che ricadde esattamente verso il centro tra i due giocatori. George la toccò e la palla finì agli Huskies con un mormorio soddisfatto della folla. I giocatori cominciarono a muoversi in campo. Si muovevano velocemente, passandosi la palla a due mani dal petto o prendendola dalle mani del compagno. Un balletto che subito piacque agli spettatori, ricordava il modo in cui il disco dell’hockey passa da un giocatore all’altro, con una certa eleganza. Ma gli Huskies sbagliarono quel primo tiro e i Knicks presero il rimbalzo andando velocemente dall’altra parte del campo.

Le squadre sbagliarono i primi tiri, poi un piccoletto dei Knicks, ebbe un’intuizione. Passò la palla a un giocatore in basso, verso la fine del campo e scattò lasciando il suo difensore sul posto. Il ricevitore passò la palla indietro al piccoletto e questi fece due passi velocissimi, saltò e gettò la palla nel canestro.

È strano descrivere la sensazione che provò la gente a quel primo canestro. Joel vide la retina muoversi senza rumore, anche se immaginò un fruscio, simile a quello che fanno le calze di certe donne quando le gambe strisciano tra di loro. La rete si mosse per un attimo ma Joel immaginò che durasse tantissimo. La gente non sapeva bene se gioire o no, poi decise di dispiacersi e un vigoroso “nooo” passò nel pubblico come un respiro.

First basket
Ossie Schechtman, l’autore del primo canestro nella storia della BAA da blogspot.com

I Knicks tornarono in difesa contenti del canestro. La folla attese l’azione successiva. Nessuno pensava che quello fosse il primo canestro della NBA e che quel primo, prodigioso per certi versi canestro, sarebbe rimasto vivo solo nelle retine dei loro occhi.

Pochi sapevano che il piccolo che aveva segnato si chiamava Ossie Schechtman. Pochi sapevano che Ralph Kaplowitz, in campo con New York, poco più di un anno prima era un pilota dell’esercito che scortava l’Enola Gay verso la prima esplosione atomica. Pochi sapevano che Ed Sadowski aveva giocato in sette campionati della NBL e, nonostante il caratteraccio, avrebbe avuto una carriera importante e sarebbe finito nella Hall of Fame.

Pochi sapevano qualcosa di quel gioco, ma, per uno strano scherzo del destino, erano stati scelti per vedere la prima partita di quella che sarebbe stata un giorno la NBA. Joel, in quella folla, non capiva del gioco più di quello che ne capivano altri, cioè niente.

  • – Joel – disse suo padre, mentre il ragazzo guardava la partita sempre più attento – noi dobbiamo parlare
  • – Dimmi – disse Joel, che per un attimo si sentì grande, vicino a quel padre sempre sfuggente.
  • – Lo sai che con la mamma non va bene vero? Insomma, litighiamo e …
  • – E non andate d’accordo. – finì Joel. Mentre suo padre parlava, Joel guardava la partita. Gli Huskies stavano affondando: 6-0 sembrava un’enormità, un abisso.
  • – Sì, l’hai capito e … insomma, noi
  • – Voi? Vi state lasciando? – disse Joel, con una voluta nettezza, guardando suo padre in faccia per non lasciargli la possibilità di fuggire da quel che doveva dire.

In quel momento gli Huskies segnarono e la folla gridò, concedendo a Bertrand un momento in più per fronteggiare quello sguardo. Gli Huskies risalirono a 12-6 e finirono il primo quarto sotto di 4, 16-12. Joel si immerse nella partita e non ascoltò più suo padre fino al fischio finale.

Sadowski era insopportabile in campo. Correva poco, non difendeva e voleva sempre la palla. Joel si accorse che la palla, quando entrava nel canestro ci metteva del tempo a uscire dalla retina, e che quando arrivava sull’anello quasi non rimbalzava. Da una fila davanti sentì un uomo dire che Big Ed aveva richiesto che le reti fossero ristrette in basso per far uscire la palla più lentamente e permettergli di tornare in difesa, e che le viti che tenevano il canestro non erano avvitate fino in fondo per far cadere la palla dentro se rimbalzava sull’anello.

La partita divenne più tesa nel terzo e quarto quarto. Ed Sadowski dimostrò perché era considerato tanto forte, mettendo alcuni dei ganci che lo avevano reso famoso, e gridando ai suoi compagni di difendere quando rientrava in ritardo. Dall’altra parte, i Knicks non sembravano ascoltare molto il loro allenatore, come se sapessero benissimo cosa fare conoscendosi già da tempo.

Gli arbitri erano due figurine perse nell’immensità del campo. Avevano facce da pokeristi e fischiavano in modo teatrale. Uno dei due quando fischiava un fallo su un tiro si dava una vigorosa pacca con la mano destra sull’avambraccio mentre l’altro aveva uno strano movimento per indicare quasi tutti i falli, mettendo le mani ai fianchi e muovendo il corpo come una ballerina.

Verso la fine, un coro si alzò dalla folla: “Bia-sa-tti Bia-sa-tti”. Hank Biasatti era l’unico di Toronto in squadra e la gente lo voleva in campo. Hank non fece molto, nella confusione degli ultimi minuti Toronto sbagliò alcuni tentativi e alla fine i Knicks vinsero 68 -66. Joel tirò nell’aria un pugno rabbioso. Suo padre lo guardò sorridendo e disse: “andiamo”.

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Si alzarono. In campo, i Knicks stavano ancora festeggiando mentre Toronto salutava il pubblico mestamente. Si accodarono agli altri in un uscita. Le luci si spegnevano sul campo. Joel non era particolarmente impressionato. Si volse una volta per vedere la sagoma del piccolo Ossie Schechtman uscire dal campo con una camminata nervosa.

Quel primo canestro gli era rimasto negli occhi. Il movimento in velocità, la finta e l’entrata. Tutto lì. Come il movimento del bastone di Ted Kennedy, il centro dei Maple Leafs.

  • – Ti è piaciuto? – gli chiese suo padre
  • – Sì, abbastanza – disse Joel – papà senti
  • – Dimmi – disse Bertrand
  • – Allora, con la mamma?

I due camminavano nella folla. I portoni aperti lasciavano sciamare all’esterno un pubblico in parte entusiasta in parte perplesso, che non aveva capito fino in fondo quel che aveva visto. Bertrand non guardò Joel mentre parlava, gli prese la mano e lo guidò alla macchina.

  • – Devi essere forte Joel. Il male non viene sempre a sproposito. E non dipende da noi, da quello che siamo. Le cose succedono e non sappiamo perché. Io e la mamma ci lasceremo, io andrò a vivere in un’altra casa e tua madre resterà lì, dove siamo ora. Andrà tutto bene, anzi andrà meglio.

Suo padre aveva parlato tutto d’un fiato e Joel aveva ascoltato, ma non gli importava molto. Per non sentire dolore si era fasciato il cuore con il grido di Hank Biasatti e il canestro di Ossie Schechtman. Decise che avrebbe odiato Ed Sadowski per tutta la vita e che, se avesse trovato un canestro, avrebbe provato a segnare con qualsiasi cosa gli capitasse in mano: una lattina, un pallone di stracci, una scarpa vecchia. Non disse nulla, non pianse, non gridò, si tenne tutto dentro perché i ragazzi non piangono, mai.

All’aperto faceva molto freddo. Joel chiuse bene la giacca e seguì suo padre fino alla Chevrolet. L’abitacolo era praticamente ghiacciato. Bertrand accese il motore e partì. Si immise nel traffico. Le strade erano intasate intorno al palazzetto, ma le auto si dileguarono in fretta lasciando il pick-up di Bertrand solo sulla strada.

  • – Come hai detto che si chiama la lega? – chiese Joel, tirando su col naso
  • – BAA – disse Bertrand – pare ci siano delle belle squadre. Ci mettono un sacco di soldi.
  • – Non credo che avranno successo qui. E non credo avranno successo come sport. – disse Joel
  • – Dici? – disse Bertrand
  • – Forse in America sì, ma da noi, non so, non ci sono tanti alti come servono per il gioco – disse Joel
  • – Non lo so – disse Bertrand
  • – Ah, papà, per quella cosa che vi lasciate – joel ingoiò il magone per non piangere
  • – Sì
  • -Armine cosa farà?
  • – Tua sorella è piccola, vedremo il meglio per lei
  • – Sì, ma voglio che resti con me.
  • – Va bene – disse Bertrand.

Joel si appisolò sul sedile e sognò. Sognò il primo canestro di Ossie. Sognò Ed Sadowski che gridava contro di lui e, non sapeva perché, Ralph Kaplowitz che guidava un aereo. Ma non sapeva chi fosse Ralph Kaplowitz. Sognò anche un paio di canestri da lontano e non capì bene più nulla, fino  a quando la mano di suo padre lo scosse vigorosamente e gli disse che era ora di svegliarsi.

Joel si alzò dal sedile, uscì dal pick up e entrò in casa. Sua madre li aspettava nel salotto a piano terra. Joel entrò in casa facendo uno strano movimento: finse di avere la palla in mano e imitò un goffo tiro come aveva visto a fare a Ossie Schechtman. Marjorie lo guardò stranita e disse:

  • – Cos’è questo?
  • – L’ho visto fare questa sera – rispose Joel
  • – Allora è stato bello – disse Marjorie
  • – Abbastanza, ma domani gioco a hockey
  • – Non è il tuo sport? – chiese Marjorie
  • – No, direi di no- disse Joel
  • – Bene, ora vai a dormire – disse Marjorie con dolcezza, ma con un tono che non ammetteva scuse.

Joel diede un bacio sulla guancia a sua madre e salì le scale di corsa. Salutò suo padre dal piano superiore. Si cambiò e si mise nel letto. Sentì sua madre salire le scale e andare in camera da letto mentre suo padre restava al piano di sotto camminando per un quarto d’ora prima di sdraiarsi nel divano.

Una fitta pioggia scendeva su Toronto. I Knicks infreddoliti stavano per salire su un pullman per l’hotel, prima di andare a Chicago il giorno dopo, dove avrebbero giocato.  Gli Huskies erano tornati nelle loro case, alloggi dove i giocatori, tutti degli Stati Uniti, tranne Hank Biasatti, vivevano per il tempo della stagione BAA per non spendere troppo.

Joel non vide altre partite quell’anno e attese 50 anni prima di poterne vedere altre  a Toronto. Marjorie, Bertrand, ed Sadowski, se n’erano già andati, mentre Ossie Schechtman, che si infortunò alla cinquantaquattresima partita, non fece altre stagioni e visse fino al 2013, guardando lo sport che aveva amato,  diventare qualcosa di diverso, e rimpiangendo di non essere mai riuscito a palleggiare in mezzo alle gambe, per via di quella fastidiosa cucitura sull’esterno.

La maglia dei Maple Leafs rimase sul letto di Joel tutta quella notte, mentre l’hockey riprendeva il suo posto nella mente, e il basket sfumava nel passato, confuso con l’ombra di suo padre, di sua madre, di Zio Christophe e di Ted Kennedy, il centro dei Maple Leafs, che per quell’anno e molti dopo, avrebbe riempito i sogni sportivi dei ragazzini di Toronto.

Poco prima di Vince Carter volasse sui grattacieli e schiantasse i canestri, come nel 1946 nessuno avrebbe mai immaginato.

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