The Lakers Horror Story, Stagione III – C’è fine al peggio?

The Lakers Horror Story, Stagione III – C’è fine al peggio?

Un’altra stagione di sofferenza per i tifosi Lakers: dall’addio di Kobe, alla speranza di Russell, passando per acquisti sbagliati e una dirigenza che non sembra attrarre free agent di alto livello: la spirale Lakers sembra non avere una via d’uscita.

 

“Se qualcosa può andare male, lo farà”

 

La legge di Murphy è impietosa, ma riassume perfettamente l’andamento delle ultime tre stagioni dei purplegold di Los Angeles. Una spirale negativa che la dirigenza sperava essere passeggera, ma che va peggiorando di stagione in stagione, trascinando con sé tutti i protagonisti di questa triste storia.

E proprio dei protagonisti degli ultimi tre anni vi vogliamo parlare, con le loro colpe, le loro giustificazioni, i loro perché: il -48 con cui sono appena usciti da Salt Lake City non è che la “ciliegina sulla torta” del capolavoro losangelino.

 

Gli scrittori – Mitch Kupchak & Buss Family

Come fino agli anni 2000 Jerry Buss ha saputo mantenere il prestigio di una franchigia storica come i Lakers e saputo aggiungere addirittura 10 titoli alla bacheca gialloviola, così la figlia Jeanie è riuscita a vedersi sfuggire di mano lo stesso impero. Come non dimenticare Kupchak, poi: una doppia mossa devastante (Nash + Howard), che ha di fatto fatto saltare qualsiasi equilibrio a lungo termine della franchigia, per poter puntare ad un titolo immediato, di fatto nemmeno mai veramente accarezzato. “Ostaggio” di Kobe, ha poi ceduto durante le trattative nel 2014 e gli ha concesso un dolce biennale di uscita da 48 milioni di dollari, senza potergli costruire attorno una squadra con comprimari all’altezza.

 

Il narratore – Byron Scott

Le parole di Byron Scott, in questi due anni di panchina Lakers, sembrano provenire da un lontano passato “Non credo che le triple possano farti vincere i titoli; al massimo riescono a portarti ai Playoffs”, “Non partiremo mai sconfitti contro nessuno” o “Un sacco di free agent vogliono giocare per noi” sono solamente alcune delle frasi che ha realmente detto Scott, che non ha aggiunto nulla in questi due anni di head coaching. Nessuna idea di gioco, una difesa ai limiti dell’orrido, uno sviluppo dei giovani lento e gestito sempre tendendo allo scontro verbale: la cosa più triste, è che pare che possa rimanere un altro anno al suo posto, protetto dall’ala amica di Magic Johnson.

 

Gli eroi buoni – Julius Randle, Jordan Clarkson e D’Angelo Russell

“I giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere”: evidentemente coach Scott non ha mai sentito la massima di Plutarco, ma si è limitato a gestire le tre promesse Lakers come dei semplici veterani al decimo anno nella Lega. Randle, dopo aver perso un anno a causa di uno sfortunatissimo incidente alla prima partita di regular season, non ha fatto strabuzzare gli occhi come qualcuno si aspettava, ma si è limitato a svolgere ogni sera il compitino, senza mai emergere veramente nella mediocrità generale. Jordan Clarkson ha invece stupito tutti al primo anno: lasciato libero di creare e di sfogare il suo istinto, è riuscito da underdog a ritagliarsi un posto tra i 5 migliori rookie della classe 2014. Chiamato al definitivo step, non ha saputo alzare con costanza il livello delle sue prestazioni in questa annata, condita da parecchi eroismi non necessari e una difesa ancora lontana dal livello NBA. D’Angelo Russell, partito con i fari di tutta Hollywood addosso, ha faticato più del previsto nella prima parte di stagione, a causa dello scarso minutaggio concessogli dal coach, ma tolte le briglie ha saputo far vedere sprazzi di classe già ampiamente visti a Ohio State. Il futuro sembra nelle sue mani, ma deve riuscire a mettere il freno alla lingua (e allo smartphone, viste le ultime vicende con Young…), riversando l’energia sul parquet.

 

Gli antagonisti  – Nick Young, Louis Williams e  Metta World Peace

Nick Young è sembrato un acquisto sbagliato all’inizio, per poi rivelarsi qualcosa di ancora più disastroso nel corso della sua (purtroppo lunga) esperienza a L.A.: il fatto di aver fatto il suo primo assist a Kobe a fine gennaio 2016, dopo tre anni di convivenza, la dice lunga sul suo ruolo. Mal digerito dai compagni, più presente sulle copertine dei magazine che sui tabellini, non ha inciso nemmeno nel cuore dei tifosi: un fallimento su tutto il fronte. Parlando di delusioni, non può che essere etichettato così Lou Williams, arrivato con i galloni di miglior sesto uomo della Lega e rivelatosi assolutamente inadatto in un contesto caotico come quello dei Lakers attuali: semplicemente il giocatore giusto nel posto sbagliato. Per finire Metta World Peace: l’eroe del titolo 2010 è il cugino Ron Artest, questo è solo la caricatura goffa e pasciuta del guerriero di cui la NBA monitorava ogni mossa, non può essere altrimenti. Nessuno ci ha davvero creduto alla firma nell’estate 2015, la minestra riscaldata non piace quasi mai del resto.

SB Nation

 

Il vecchio saggio – Kobe Bryant

L’anziano del villaggio, quello che tutti venerano incondizionatamente per la sua saggezza, il suo saper dare il consiglio più adatto, quello che non perde mai la pazienza ed è l’esempio per tutti i giovani. Beh, non è esattamente il ritratto più fedele di Kobe Bryant. I suoi 48 milioni spalmati su due anni di contratto, con un tendine d’Achille appena ricostruito e una carriera al tramonto, sono stati la zavorra decisiva sul presente purplegold, pesando tanto sulla free agency a livello monetario, quanto sulle prestazioni dei compagni sul rettangolo di gioco, limitando tutte le componenti coinvolte. Un tributo alla carriera e alla fedeltà ai colori losangelini che Kobe non ha potuto ripagare come avrebbe voluto, limitato da un fisico logorato da anni di partite giocate su infortuni più o meno gravi: da aprile in poi si potrà veramente parlare di rifondazione, aprendo un nuovo capitolo della storia Lakers.

 

SB NAtion

I lettori – I tifosi Lakers

Chi rimarrà invece saranno i tifosi Lakers, quelli veri. Non tanto quelli che affollano la prima fila per finire in primetime, pagando il posto migliaia di dollari (no Jack, non sto parlando di te ovviamente…), ma quelli che dopo anni di partite in tv, riescono di tanto in tanto a concedersi un ingresso in piccionaia allo Staples Center. Loro sono quelli che non hanno abbandonato la nave, che dopo il prevedibile pianto dopo l’addio del Black Mamba, torneranno a chiedere alla dirigenza un futuro all’altezza della gloriosa storia della franchigia. Non sono tanti, ma c’erano quando Shaq e Kobe dominavano i Playoffs, come quando Radmanovic guidava l’attacco, fino allo sventolare di asciugamani di Robert Sacre: non si meritano questi Lakers.

 

Il riassunto perfetto della stagione Lakers.

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