Tim Duncan e la Pietra Filosofale

Tim Duncan e la Pietra Filosofale

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Anno 2013, Timothy Theodore Duncan ha 37 anni. Chiunque sia, anche se poco, interessato alla pallacanestro americana saprà sicuramente dove stiamo andando a parare: in una NBA sempre più atletica, veloce, intensa, un caraibico 37enne continua a far parlare di sé ed a spostare gli equilibri, tanto in Regular Season quanto nei Playoffs.
Tim è ai San Antonio Spurs da 15 stagioni, e, con Tony Parker, Manu Ginobili e Coach Gregg Popovich, ha formato dal 2002 la storica “dinastia” della franchigia Texana, portandola alla conquista di ben 4 titoli NBA, tutti da protagonista.
Le stagioni degli Spurs sono sempre positive, ma, almeno fino a quest’anno, la loro corsa si arresta sempre in Postseason contro squadre giovani e atletiche. Tutto sembra condurre alla fine dell’era di questi Spurs con l’evoluzione della pallacanestro NBA.
Fino a quest’anno. I texani terminano la Regular Season con 58 vinte e 24 perse, secondo miglior record della Western Conference, sweepano 4-0 i Lakers nel primo round dei Playoffs e regolano i dilaganti Warriors, autentica mina vagante di questa Postseason, raggiungendo con grande merito le Conference Finals con quei Grizzlies che li avevano eliminati al primo turno due stagioni fa.

bleacherreport.comI San Antonio Spurs sono avanti 3-0 in questa serie e hanno un piede nelle NBA Finals (mai riacciuffate dal 2007, anno dell’ultimo titolo); il Sig. Timothy Duncan sta dominando il reparto lunghi (ritenuto uno dei migliori della lega) dei Memphis Grizzlies con 15.6 punti, 9.6 rimbalzi e 2.6 stoppate di media a partita, oltre a molte piccole, importantissime cose tanto in attacco quanto in difesa che non appaiono in tabellino.
“The Big Fundamental” cerca questa stagione quello che probabilmente sarebbe il suo ultimo titolo in NBA, e lo cerca da protagonista.
A questo punto la domanda sorge spontanea:  com’è possibile tutto questo?

Com’è possibile che un “vecchietto” di 37 anni sposti così tanto in una lega di atleti spaventosi? La questione è lecita, ed è stata posta anche allo stesso giocatore il quale ha risposto: “Sono molte cose diverse, ma onestamente mi sento solamente in forma adesso. […]Mi sento come se avessi le mie gambe sotto di me per la prima volta da un po’. Il mio dolore al ginocchio è diminuito e mi sento bene in campo adesso.
Ovviamente la buona tenuta fisica è un fattore molto importante, ma probabilmente dietro c’è molto altro. Duncan rappresenta una superstar unica nel suo genere in NBA (anche se gli altri due “Spurs” si avvicinano): ha lasciato che fossero solo le prestazioni sul campo a parlare per lui.

A 19 e 20 anni ha rifiutato le chiamate dall’NBA dei Warriors perché voleva migliorare tecnicamente a Wake Forest e laurearsi (promessa fatta alla madre, deceduta quando era giovane), laurea poi conseguita a 22 anni, età in cui è stato scelto dagli Spurs. Insomma, un’umiltà d’altri tempi, a cui ormai non siamo più abituati.
Avete mai sentito parlare di Tim Duncan se non da un punto di vista “cestistico”? Molto raramente, credo. Questo ha fatto di lui uno dei giocatori probabilmente più sottovalutati di sempre. Non scrive sui social network, non mette una parola fuori posto, non è una “Celebrità mediatica” come molti al suo posto sono/potrebbero essere. Ultimamente è uscita una storia riguardante il suo divorzio dalla moglie conosciuta ai tempi di Wake Forest; una voce uscita senza scalpore, in sordina, con dignità, in netto contrasto per esempio con quello di Kobe. Ah, Tim ha dichiarato di essere “troppo occupato al momento” per divorziare. Concentrato sul titolo? Chi può aver immesso in lui una tale mentalità e “ossessione” per vincere e per non essere fuori dagli schemi?
pictures.zimbio.com

Gregg Popovich
Come non menzionare lo storico mentore di Tim? Duncan ha avuto la fortuna (a posteriori si può dire, dai) di iniziare, sviluppare e, quasi sicuramente, terminare la propria carriera sotto quello che senza dubbio è uno degli allenatori più grandi di sempre e, in particolare, molto adatto a lui.
Perfezionista se ce n’è uno, Pop è uno ex studente della U. S. Air Force Academy che ha considerato una carriera nella CIA prima di scegliere il basket, e l’impronta si vede: disciplina, discrezione, programmazione, emotività ai minimi termini; in campo gli Spurs sanno cosa devono fare, dove devono stare e quando. L’efficienza è massimizzata, da ogni giocatore ottiene il meglio, e anche se dai tempi di Duncan non ha a disposizione una scelta alla lottery, ha un record in carriera del 68.1% di vittorie, draftando alla 28esima Tony Parker e a 7 scelte dall’essere non draftato Manu Ginobili. Con un coach così, tutto è possibile.

Le speranze di un quinto titolo per “The Big Fundamental” sono quindi state date da una gestione ai limiti della perfezione della sua condizione fisica (ma anche di quella della squadra in generale) da parte di un allenatore. L’organizzazione, la pianificazione, hanno reso possibile la durata di una “Dinastia” che è sembrata immortale, la quale si trova ancora oggi (a 6 anni dall’ultimo campionato vinto) con buone possibilità di vincere il titolo, probabilmente l’ultimo di “questi” Spurs, anche non partendo da favoriti (la squadra da battere è ovviamente Miami).
Già, perché, per quanto vincente e bello, questo nucleo è destinato, non troppo tardi, a scioglersi: Duncan probabilmente si ritirerà tra non molto, e verrà seguito da Gregg Popovich: questo, quindi, come se ce ne fosse bisogno, è un incentivo in più per la franchigia texana a cercare con tutto lo sforzo possibile quello che sarebbe sicuramente un titolo storico per Duncan ma per gli Spurs in generale.

Un titolo non facile, ma tutt’altro che da escludere: gli Spurs possono contare sulla “Pietra filosofale” per Tim Duncan (e Manu Ginobili) e la “bacchetta magica” (si fa per dire, Pop è un grandissimo stratega)di Gregg Popovich per questa corsa al titolo; le avversarie sono avvertite.

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