Tim Duncan e la semplicità, un’unione indissolubile

E’ riuscito ad essere lui stesso anche nell’annuncio del suo ritiro. Per sempre, Tim Duncan.

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“Mio padre mi dice sempre ‘Dai il meglio di te’ in qualunque cosa faccia”

(Tim Duncan)

Il leggendario Tim, quello che ha cambiato il gioco nel modo meno spettacolare e più antiquato possibile, ha deciso di appendere le scarpe al chiodo.

Quello che tutti si aspettavano era quell’annuncio arrivato ieri. Certo, speravamo che questo sogno durato 19 anni potesse protrarsi per un’altra stagione. Tuttavia lo sapevano tutti, o almeno quelli già “svegli”, che il suo capolinea fosse arrivato già in gara-6 a Oklahoma City.

Non era più determinante, anzi era quasi dannoso per la sua squadra. Ecco il motivo principale: non riusciva più ad aiutare la sua squadra a vincere. Uno che in carriera ha vinto 5 titoli sa quando è ora di dire basta e lui ha colto perfettamente l’occasione.

Sicuramente la dirigenza ha provato a convincerlo a rimanere in campo almeno un altro anno, ma lui sapeva già tutto. La dirigenza pure. Ha aspettato ad annunciarlo perché voleva solo essere sicuro che Pau Gasol approdasse a San Antonio, per coprire il suo vuoto. Chissà, se lo spagnolo non fosse sbarcato in Texas forse Timmy non si sarebbe ritirato. Ma per fortuna è arrivato.

Sì, per fortuna, perché non ce l’avremmo fatta a vedere di nuovo in campo lo zombie del giocatore che fino a 2-3 stagioni fa era ancora più che decisivo.

 

Duncan durante la celeberrima vittoria azzurra a Colonia nel 2004
Duncan durante la celeberrima vittoria azzurra a Colonia nel 2004

“Ogni volta che sono a casa, dico a mia moglie di ringraziare Tim Duncan. Prima di appludire e ringraziare altri, ricordati che tutto è partito e tutto è passato tramite Timmy. Quando si ritirerà, io starò 10 passi indietro. Perché non sono stupido”

(Gregg Popovich)

Se tutti lo adoriamo è perché Tim Duncan è il simbolo del dominio silenzioso, di quello che ti fa vedere che ti sta massacrando senza fartelo pesare. Quasi non te ne accorgi, salvo poi vedere a fine gara quello che ha fatto. Ti ha stracciato. E quello che ti fa più arrabbiare, quasi innervosire, è che non lo mette mai in mostra.

Non ti schiaccia in testa urlandoti in faccia come uno Shawn Kemp qualunque: piuttosto appoggia a tabella e torna subito in difesa o, se malauguratamente hai provato a stopparlo, sarà già concentrato ad infilare il libero supplementare. Non ci stai, vuoi fargli vedere chi comanda e allora vai di là e cerchi di distrarlo con delle finte: lui non ti perde d’occhio e ti stoppa senza quasi saltare, recuperando anche il pallone, quando possibile. The Big Fundamental è il soprannome perfetto per lui: fa le cose basilari, ma ti domina la partita. E il campionato. L’ha fatto per 5 volte, senza contare il canestro di Fisher nel 2004 e quello di Ray Allen nove anni dopo…

Non vogliamo snocciolare i suoi record, ma uno salta all’occhio: in 19 stagioni, Duncan ha sempre fatto i Playoffs. Non è solo merito suo, sia chiaro, ma è sintomo di una competitività ai massimi livelli, che pochissimi altri hanno potuto condividere o replicare.

Non riusciva più a dare il meglio di sé, come suo padre lo spronava a fare. Ed è arrivato il momento per Pop di fare dieci passi indietro.

Non esisterà mai più un altro Tim Duncan.

Grazie, Timmy.

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