Tim Duncan – l’inarrestabile forza della semplicità

Tim Duncan ha dominato l’NBA con una calma ieratica, che nascondeva una ferma determinazione a vincere. Le mille sfumature di un uomo tranquillo.

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“One’s not half two, it’s two are halves of one”

E.E. Cummings

La grandezza di Tim Duncan e il posto assolutamente unico che occupa nella storia del basket NBA, dipendono dalla sua attitudine al gioco fuori e dentro il campo.

Calato nella realtà perfetta per lui, San Antonio, una società seria, ben costruita, con una logica cestistica stringente, Tim ha creato con Manu Ginobili e Tony Parker, ma prima di loro con David Robinson, un sistema cestistico perfetto, prevedibile come la posizione di una costellazione tra un anno, ma al tempo stesso impossibile da fermare.

Difficile dire cosa sarebbe stato in un altro ambiente. A New York, dove non lo avrebbero di sicuro scelto, troppo poco glamour per loro, sarebbe stato schiacciato in una di quelle squadre senza senso che ogni anno i Knicks propinano. A Toronto, ai Clippers, in diversi altri posti, non sarebbe sbocciato come agli Spurs.

Perché, bisogna dirlo con chiarezza: quello che un giocatore diventa, è il prodotto ANCHE dell’ambiente in cui gioca. Le squadre vincenti come San Antonio al modo bulldozer, vale a dire imponendo ogni anno il loro gioco con una logica granitica, fanno qualcosa che al mondo dorato della NBA non piace: programmare, ragionare cestisticamente, costruire un modello e riempirlo di tessere che non per forza devono subito combaciare.

Se Duncan àncora la squadra in campo, Popovich fa lo stesso in panchina, e nessuno, nemmeno il destino o il gioco d’azzardo, poteva affiancare due persone tanto complementari, uomini silenziosi che non amano la ribalta, musoni, un po’ Buster Keaton, un po’ oblomoviani in panchina, con quello sguardo piatto, rivolto all’esterno, che nasconde, nutre, alleva, una voglia di vincere che in diciannove anni non è mai scemata.

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Forse solo Jabbar ha avuto un fare più ieratico in campo, specie verso la fine della carriera. Uno sguardo che non esprimeva ma un corpo che esplodeva, braccia che si allungavano a stoppare, gambe che mulinavano in contropiede. La cosa più bella di Duncan e del gioco Spurs è l’assenza di forzature. Quelle di Ginobili non lo sono, sono solo il suo modo di giocare. La palla gira fino a trovare uno libero e scoccare un tiro ad alta percentuale.

Tecnicamente, Duncan non è stato un 4 moderno. Un 4 tecnico e che capiva di basket, questo sì, ma non un 4 moderno, uno stretch four per intenderci. Si è sempre posizionato intorno all’area, ha sviluppato un suo tiro molto tradizionale, con quella tabellata sull’angolo, da anni ’70, ma ha saputo sviluppare una visione di gioco straordinaria, geometrica, su cui gli schemi degli Spurs hanno basato buona parte della loro imprevedibilità.

Insomma, Duncan non tirava da tre, non faceva lo stretch four, non immetteva nel gioco le straordinarie variazioni degli ultimi anni eppure dominava in campo, con la sua calma, costruendo anno dopo anno una reputazione sempre più solida.

Quello che impressiona di Duncan è la facilità. Se pensiamo a quanti report difensivi si sono nutriti di possibili alternative, di modi di fermarlo, e quanto, con infinite piccole variazioni, sia riuscito ogni volta a rendere queste contromisure inutili, allora abbiamo davvero un’idea della sua grandezza tecnica. Uno studente del gioco, come tutti i grandi, passava le sue estati ad allenarsi, nella solitaria convinzione che il suo lavoro fosse il basket.

Il talento non basta, mai. Ci vuole la grinta, la voglia, la rabbia agonistica, la volontà di migliorare. Se guardiamo ai suoi movimenti in campo, non possiamo non essere stupiti dalla sua eleganza e, al tempo stesso, dalla mancanza assoluta di autocompiacimento. Giocatore zen per eccellenza, Tim Duncan non concede nulla allo spettacolo, ma ha un rispetto totale per la forma, da cui la sua eleganza cignesca, il suo movimento musicale e i passi da ballerino esperto.

Quando sua madre morì Tim aveva 14 anni. Lei fece promettere ai suoi figli di finire il college e Tim obbedì anche se la sua generazione passò in massa in NBA in anticipo. Questa casualità lo fece incontrare con gli Spurs, provenienti da una delle loro rare stagioni perdenti, e un Gregg Popovich che aveva sostituito Bob Hill sulla panchina (quello stesso Bob Hill che fu allenatore prima di Messina a Bologna).

Popovich non era saldissimo sulla panchina all’inizio della stagione ’98 – ’99. Doc Rivers si affacciava al mestiere di allenatore come uno dei favoriti dalla critica. Ma a quanto pare lo spogliatoio, Robinson, Avery Johnson e Duncan, erano saldamente a favore di Pop e giocarono per lui nella decisiva trasferta di Houston che iniziò un record di 32-5 per chiudere la stagione accorciata dal lockout.

Quella stagione gli Spurs vinsero il titolo e fu il primo di altri quattro nella storia di Duncan e Popovich. Raramente si sono visti altri binomi simili. Alex Ferguson – Ryan Giggs. Bill Belichick – Tom Brady. Auerbach – Russell. Allenatori e giocatori che raggiungono un grado di Intesa a cui non si deve più parlare e il giocatore in campo diventa un’ideale appendice del coach.

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Per questo, al ritiro di Duncan, il pensiero corre a Pop. Duncan e Pop sono stati un unico binomio, una coppia perfetta come Stanlio e Ollio o, per gli italiani, Beghetto e Bianchetto, i mitici campioni del tandem alle olimpiadi di Roma 60. Senza Duncan, Pop è meno Pop. Pensare di rispiegare tutto a qualcuno, come se si potesse rispiegare tutto a qualcuno, anche quel pensiero che non si dice ma che  l’altro capisce senza che venga gridato o sussurrato.

LMA non sembra quel tipo di giocatore, e Gasol, dall’alto del suo atteggiamento hidalghesco, è sprovvisto di quella carica di semplice calore umano che i time-out tra Pop e Duncan sapevano esprimere, quasi senza parole. Certe cose non si possono riproporre. Popovich lasciato solo in panchina avrà ora a che fare con la sua sfida più grande, che consiste nel cercare la normalità nella vita senza Duncan.

È come se Tim avesse retto fin che poteva e ora dovesse, per ragioni fisiche, lasciare Pop andare da solo sul suo sentiero cestistico. Ribaltando il rapporto di comando, che in loro non aveva molto senso, dato che nessuno dei due realmente comandava, Pop guarda Duncan uscire di scena fingendo di non provare commozione, ma in sé è cosciente che qualcosa cambia, e che l’ombra che gli camminava vicino, a cui tante volte inconsciamente ha affidato la sua carriera, è andata via, e ora gli tocca fare da solo.

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