Tra schiacciate e rime. La storia d’amore tra l’NBA e la musica Rap

Tra schiacciate e rime. La storia d’amore tra l’NBA e la musica Rap

Il mondo della pallacanestro americana è legato indissolubilmente a quello dell’Hip Hop. Un rapporto di grande passione che nel tempo ha però attraversato diversi alti e bassi.

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La gomma delle Jordan che striscia sull’asfalto, il “bump” della palla a spicchi che rimbalza, lo swish della retina, il trash talking in rima. Da Los Angeles a New York, il flow di una partita di basket suona nelle orecchie come un beat di Dr Dre o Dj Premier. È per questo che l’NBA è legata alla cultura Hip Hop indissolubilmente.

Marco Belinelli nel 2015 ha espresso perfettamente il concetto: “ Rap e basket non si possono dividere. Che tu sia sul parquet, nello spogliatoio o in viaggio con la squadra, qui c’è sempre una rima nelle tue orecchie”.

Un legame, quello tra Hip Hop e NBA, che si è evoluto nel tempo. Oggi Drake è l’ambasciatore dei Toronto Raptors nel mondo con il compito di aumentare l’appeal della franchigia canadese allo scopo di attrarre i grandi giocatori. Jay Z è stato decisivo nel trasferimento dei Nets a Brooklyn ed ora è l’agente di Kevin Durant. Infine c’è Damian Lillard che la scorsa estate ha pubblicato sul suo profilo Sound Cloud due pezzi davvero niente male.

Il rapporto tra Rap e basket americano non è stato però sempre idilliaco. L’alchimia tra i due mondi nasce negli anni ’80 tra i playground delle grandi metropoli americane e si cementa negli anni ’90 nelle arene NBA con la parallela ascesa dei giocatori afro-americani nella Lega e della musica rap tra le principali etichette discografiche.

I rapper vedono negli atleti i fratelli che sono usciti dal ghetto e che si sono affermati tra i bianchi, mentre i cestisti riconoscono nel rap il legame con le loro radici e la strada. E così MJ schiaccia tra le rime di Notorious B.I.G, mentre Shaq rimbalza tra il campo, i video di Puff Daddy e lo studio di registrazione.

Col microfono ci prova anche il compagno di squadra di O’Neal ai Lakers, Kobe Bryant, ma con esiti diversi rispetto a quelli ottenuti sul parquet. Il Black Mamba collabora con Nas, Ice Cube e le Destiny Childs, ma l’immagine di bravo ragazzo cresciuto lontano dalla “giungla d’asfalto” non convince la critica che lo stronca.

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La relazione tra NBA e Hip Hop si incrina agli inizi degli anni 2000. L’allora Commissioner David Stern critica pubblicamente il disco “40 bars” di Allen Iverson per via del linguaggio gangsta, omofobo e politicamente scorretto, convincendo di fatto il numero 3 dei Philadelphia 76ers a mollare.

Nel 2004, in seguito alla famigerata rissa del Palace of Auburn Hills di Detroit tra Ron Artest e un tifoso dei Pistons, Stern introduce il cosiddetto “Dress code NBA”. Si tratta di un codice di comportamento che impone ai giocatori di vestirsi in modo “classico” o comunque abbastanza formale prima e dopo le partite, durante le conferenze stampa e in qualsiasi altro evento pubblico legato alla Lega.

Niente più magliette da gioco, via i cappellini, le catene d’oro, i medaglioni al collo, i pantaloni larghi e pure le Timberland. Il regolamento viene accolto malissimo da molti giocatori che definiscono il provvedimento “razzista” perché rivolto sostanzialmente ad un unico gruppo: maschi neri legati alla cultura dell’Hip Hop.

Il più critico di tutti, manco a dirlo, Allen Iverson che però a differenza dei suoi predecessori è l’unico MC uscito indenne dalla “critica da strada”.

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