Una vita da Caboclo

Una vita da Caboclo

La bizzarra parabola di un giocatore che ancora non conosciamo

di Fabrizio Martini

Bruno

newssport.com

L’NBA è un campionato strano, unico per certi versi ed addirittura spietato per altri; è un attimo passare dalle stelle alle stalle, avere un contratto multimilionario e pluriennale un giorno e passare ad elemosinare un contratto da 10 con speranza di conferma un altro (Lance Stephenson per dirne uno), passare dall’essere un All Star al taglio in pochissimo tempo (un esempio lampante è stato Danny Granger), passare dall’essere un All Star ai campionati più stravaganti (Josh Smith, Stephon Marbury…)

Ci sono squadre che programmano di più, squadre che programmano meno, squadre che non programmano proprio; squadre che valorizzano, squadre che non sanno valorizzare, squadre all’eterna ricerca di una dimensione.

I Toronto Raptors, unica squadra “non USA” della Lega, sono da un paio di anni sulla cresta dell’onda NBA, dopo anni passati a leccarsi le ferite prima e dopo “l’era Carter” e “l’era Bosh”. La risalita dei canadesi verso le vette della Eastern Conference è dovuta soprattutto alla lungimiranza del loro General Manager, Masai Ujiri, arrivato nell’estate del 2013, che già aveva fatto benissimo a Denver e famoso per la sua capacità di stravolgere l’idea iniziale della squadra: se per esempio aveva ceduto Nenè fresco di rinnovo contrattuale a Washington per JaVale McGee, rendendo flessibile il salario della franchigia del Colorado senza intaccarne i risultati sportivi, a Toronto ha trasformato la squadra con due colpi di mano a sorpresa, cedendo Andrea Bargnani e Rudy Gay, considerati le punte di diamante del roster; se il primo è stato ceduto per praticamente nulla ma liberando spazio salariale, il secondo venne scambiato per quattro giocatori minori (di cui attualmente solo Patrick Patterson è sotto contratto) che paradossalmente hanno propiziato prima la post season e poi i primi posti della Conference.

Il GM nigeriano tuttavia, ha stupito tutti ancora una volta (e continua a stupirci) al Draft del 2014: la sua prima pick al timone dei canadesi (al draft del 2013 Toronto era rimasta senza scelte) è stato un giocatore brasiliano semisconosciuto, Bruno Caboclo; il paradosso è che, a tre anni di distanza, ancora non si sia praticamente visto in campo ma sia saldamente incluso nel roster.

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