Upsets, Where “David vs Goliath” Happens: NBA Playoffs Edition

Upsets, Where “David vs Goliath” Happens: NBA Playoffs Edition

Nello scorso appuntamento con Where “David vs Goliath” Happens abbiamo rivissuto le più grandi sorprese della storia delle regular season, oggi andremo ad approfondire l’argomento in ottica Playoffs, ripercorrendo gli upset più scioccanti ed i cammini più memorabili compiuti dalle “cenerentole” in post-season.

UPSET (noun, /ˈʌp.set/): in ​sports, an unexpected victory of a competitor that was not favored to win.

Nei suoi quasi settant’anni di vita, la NBA ne ha viste tante, tra vittorie scontate, partite al cardiopalma e vere e proprie sorprese. Nello scorso appuntamento con Where “David vs Goliath” Happens abbiamo rivissuto le più grandi sorprese della storia delle regular season, oggi andremo ad approfondire l’argomento in ottica Playoffs, ripercorrendo gli upset più scioccanti ed i cammini più memorabili compiuti dalle “cenerentole” in post-season.

Nota: Gli upset sono raccolti in ordine cronologico.

I Minneapolis Lakers 1958-59, guidati dall’allora rookie Elgin Baylor in maglia #22 (CREDITS: www.latimes.com)

LAKERS 1959, DA 33-39 ALLE FINALS — I Minneapolis Lakers della stagione 1958-59 non erano reduci da momenti brillanti: il leader carismatico George Mikan si ritirò nel 1956, e con lui si interruppe il dominio della franchigia nella neonata NBA. Dopo due stagioni di transizione, i Lakers chiamarono con la prima scelta assoluta l’ala Elgin Baylor da Seattle, destinato a possedere le chiavi della squadra prima da solo e poi insieme ai soci Jerry West e Wilt Chamberlain. Rimaniamo sulla stagione da matricola di Baylor, in cui registrò la bellezza di 24.9 punti e 15 rimbalzi di media, cifre che gli consenteranno di vincere il titolo di Rookie of the Year. Il cammino dei Lakers in regular season non è certamente dei migliori, record di 33 vinte e 39 perse (72 partite, 46%), ma in qualche modo arriva il posto per i Playoffs, complice una Western Division (poi Conference) di basso livello, ad eccezione dei St. Louis Hawks, primi con 49-23. Sarà proprio la franchigia di Bob Pettit ad incontrare i Lakers nelle finali dell’Ovest. Elgin Baylor, con una media di 28.3 punti, trascina Minneapolis verso la vittoria della serie, conclusa in 6 gare. Nelle Finals però non c’è storia: i Lakers vengono spazzati dai Celtics con un 4-0, ma è nata una stella nel Minnesota, e quella stella indossa il #22.

1969, ORGOGLIO CELTICS, ONE MORE TIME — Gli anni ’60 sono stati senza dubbio il decennio dei Boston Celtics, che costruirono una delle più grandi dinastie di sempre. Ma come tutte le dinastie, anche quella di Bill Russell e soci non può durare all’infinito. Il 1969 era sotto gli occhi di tutti l’anno della fine per la dinastia bianco-verde, complici l’età di Sam Jones e dello stesso Russell, oltre al ritiro di coach “Red” Auerbach da allenatore. Inoltre, i Los Angeles Lakers provarono ad approfittarne, piazzando il colpaccio: Wilt Chamberlain, che si unì quindi a Jerry West ed Elgin Baylor per formare una corazzata invincibile. Le Finali sono quindi preannunciate, Lakers–Celtics, nuovo capitolo di una rivalità leggendaria. La serie scorre in perfetta parità fino al 3-3, si va così alla decisiva gara 7 in California. Al Forum, l’allora proprietario dei Lakers Jack Kent Cooke aveva reso noti i programmi in caso di vittoria dei padroni di casa: sul soffitto erano pronte a scendere migliaia di palloncini e la banda di USC avrebbe suonato Happy Days Are Here Again, mentre Chick Hearn avrebbe intervistato Elgin Baylor, Jerry West e Wit Chamberlain. La guardia dei Celtics Sam Jones riferì il tutto a Russell, la cui reazione fu: “Quei f*****i palloncini non scenderanno, li scoppieranno uno per uno”. Uomo di parola: trionfo Celtics, 108-106 il finale. Un po’ di numeri: 9 punti e 21 rimbalzi di media per Bill Russell, 28.3+11 per John Havlicek, 37.9 ppg di Jerry West, 18+10.3 per Elgin Baylor, 11.7 punti e 25 rimbalzi per Wilt Chamberlain.

1975, DA DUBNATION A SWEEPNATION — Quando nel 1975 i Golden State Warriors dovettero affrontare i Washington Bullets, nessuno tra gli addetti ai lavori avrebbe scommesso un centesimo sulla loro vittoria. I Bullets, trascinati da Wes Unseld ed Elvin Hayes, avevano chiuso la regular season con 60 vittorie ed eliminato i Boston Celtics campioni in carica nelle Finali di Conference, mentre gli Warriors non erano andati oltre le 48 vittorie in stagione regolare. E invece accadde l’improbabile: gli Warriors strapazzano Washington in 4 partite e vincono il loro primo anello NBA, guidati da un Rick Barry da 29.5 punti di media tirando con il 44% dal campo. Non sono bastati ai Bullets i 20.8 punti e 10.8 rimbalzi di Elvin Hayes ed i 12.3 ppg e 16.8 rimbalzi di Wes Unseld.

1977, BLAZER-MANIA NELLA RIP CITY — La stagione 1976-77 ha segnato una mini-rivoluzione nella storia della NBA, che introdusse quattro nuove franchigie in seguito all’unione con la ABA, e con loro anche stelle del calibro di George “Ice Man” Gervin, Artis Gilmore, Moses Malone, David Thompson e Julius Erving. Proprio “Dr. J” guiderà alle Finals i suoi Philadelphia 76ers, che affronteranno i Portland Trail Blazers testa di serie #3 ad Ovest. Ai giovani Blazers di Bill Walton serviva un’impresa per battere i favoriti Sixers, ed infatti l’impresa arrivò puntuale: clamoroso 4-2 ai danni di un Julius Erving da 30.3 punti e 6.8 rimbalzi di media e dei 76ers. MVP delle Finali è Bill Walton, che chiuse la serie con una media di 18.5 punti e 19 rimbalzi a gara.

ROCKETS 1981, AD UN PASSO DALL’IMPOSSIBILE — Tutto il cammino degli Houston Rockets ai Playoffs 1981 sono stati un upset. Qualificati come #6 nella Western Conference con un record negativo (40-42), al primo turno gli uomini di coach Del Harris scioccarono i Lakers campioni in carica, per poi servire un upset ai San Antonio Spurs nelle semifinali di Conference, chiudendo la serie in 7 gare. Dopodiché sono i Kansas City Kings le vittime di Moses Malone e soci. Il viaggio dei Rockets però non si chiude con il lieto fine: nelle Finals i Celtics di Larry Bird non inciampano e svegliano Houston dal sogno. Protagonisti dei Rockets 1980-81 sono Moses Malone, 26.8 ppg e 14.5 rpg, e Calvin Murphy, 18.1 ppg e 3 apg.

1986, HOUSTON SERVE IL “BIS” Ancora gli Houston Rockets protagonisti, questa volta nel 1986. Dopo aver eliminato Sacramento e Denver, di fronte ai texani ci sono ancora i Los Angeles Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar. Gli inventori dello Showtime si aggiudicano gara 1 in casa, ma subito dopo si accende la stella del giovane Hakeem Olajuwon, il quale guida i suoi ad una clamorosa rimonta che mette i Lakers con le spalle al muro. 3-1 Houston, gara 5 può essere decisiva: 114-114 ad un secondo dalla fine, sulla rimessa viene servito Ralph Sampson, il quale riesce a segnare il canestro della vittoria senza neanche guardare. Una sola parola: capolavoro.

1994, I NUGGETS SCIOCCANO SEATTLE — Nella stagione 1993-94, i Seattle SuperSonics avevano tutte le carte in regola per conquistare l’anello, potendo vantare una delle coppie più talentuose di sempre: Shawn Kemp e Gary Payton. La truppa di George Karl dominò la regular season vincendo 63 partite e nel primo turno dei Playoffs incontrarono i Denver Nuggets testa di serie #8, qualificata con un record di 42-40. Per gli addetti ai lavori una cosa è certa: i Nuggets non hanno speranze contro questi Sonics. Le prime due partite, in quel di Seattle, procedettero secondo i pronostici della vigilia: i Sonics si portano sul 2-0. Atterrando nel Colorado, i favoriti erano pronti per servire il cappotto, ma i Nuggets avevano altre idee per la testa e pareggiarono la serie sul 2-2. Si torna così al Seattle Center Coliseum, per la decisiva gara 5. Guidati dai leader Dikembe Mutombo e Robert Pack, i Nuggets riescono nel miracolo e servono uno dei più grandi upset di sempre.

HOUSTON 1995, HEART OF A CHAMPION — Dopo aver vinto il titolo nel 1994, gli Houston Rockets dovettero affrontare una stagione molto difficile per riconfermarsi, nonostante la presenza nel roster di stelle come Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler. Testa di serie #6 ad Ovest, i Rockets cambiarono finalmente volto nella post-season, eliminando i temibilissimi Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton nel primo turno. Poi fu il turno dei Phoenix Suns e dei San Antonio Spurs, così Houston tornò alle Finals, dove ad attenderli ci furono gli Orlando Magic del duo formato da Shaquille O’Neal e Penny Hardaway. I Rockets non solo vinceranno il titolo, ma chiuderanno la serie in sole 4 gare, lasciando in silenzio tutti coloro che non credevano nella franchigia. Coach Rudy Tomjanovich, durante la premiazione, dichiara: “Mai sottovalutare il cuore di un campione”. Sante parole.

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KNICKS 1999, UNA #8 ALLE FINALS — La controversa e corta stagione NBA 1998-99, cominciata a febbraio a causa del lockout, è la prima dell’era post-Michael Jordan, ritirato circa un mese prima dell’opening night. Ad est si assiste ad una stagione dei New York Knicks a dir poco memorabile: qualificati per i Playoffs con un record di 27-23, dopo una stagione altalenante che ha visto traballare anche la panchina di Jeff Van Gundy, i Knickerbockers raggiungono un traguardo mai tagliato da nessuno, ossia arrivare alle NBA Finals come testa di serie #8. Battono al primo turno i Miami Heat di Tim Hardaway ed Alonzo Mourning grazie al game-winner di Allan Houston nella decisiva gara 5. Seguirono poi un sorprendente 4-0 sugli Atlanta Hawks ed il 4-2 sugli Indiana Pacers. In finale, Latrell Sprewell e compagni cedettero di fronte ai San Antonio Spurs di Tim Duncan e David Robinson. Comunque, giù il cappello davanti ai Knickerbockers.

KOBE-SHAQ, IT’S OVER: ANELLO AI PISTONS — Stagione 2003-2004. Alle Finals si scontrano i Los Angeles Lakers, vincitori di tre titoli consecutivi fra il 2000 e il 2002, e i Detroit Pistons, testa di serie #3 ad Est. I Lakers sono i favoriti assoluti per la vittoria finale, vantando un roster che comprendeva non solo la coppia formata da Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, ma anche i super-veterani – e leggende NBA – Gary Payton e Karl Malone. Nonostante ciò, gli uomini di Phil Jackson faticano moltissimo di fronte alla difesa asfissiante dei Pistons: in gara 1, i Lakers vedono sfuggire dalle loro mani il fattore campo, perdendo 87-75. La serie torna in equilibrio dopo gara 2, 33 punti di Kobe Bryant ed i Lakers tornano sull’1-1. Ma ad Auburn Hills i Pistons scatenano l’inferno: in gara 3 i Lakers non riescono ad andare oltre i 68 punti segnati e gli uomini di coach Larry Brown infliggono loro i colpi del K.O. nelle partite seguenti. 4-1, Pistons campioni NBA 2003-04.

WARRIORS 2007, L’UPSET PER ECCELLENZA — Nella stagione 2006-07, i Dallas Mavericks avevano dominato in regular season, guadagnandosi il primo posto nella Western Conference con un record di 67-15. In questo modo, Dirk Nowitzki ed i Mavs erano i principali candidati alla vittoria del titolo NBA. Nel primo turno, gli avversari dei texani furono i Golden State Warriors reduci da una stagione da 42 vittorie e 40 sconfitte, qualificati per i Playoffs solo dopo l’ultima partita di regular season. Solo un elemento poteva incutere timore ai Mavs, ossia il fatto di non avere mai vinto gli scontri diretti con Golden State nella stagione regolare, ma secondo gli addetti ai lavori questo è solo una normale curiosità: i Mavs non dovrebbero avere problemi a passare il primo turno. Ebbene, nella Baia, gli Warriors avevano altre idee in mente. Baron Davis piazza una performance da 33+14+8 e Golden State si aggiudica gara 1 nella American Airlines Center, ma i Mavs rispondono subito ed in gara 2 pareggiano i conti. Nell’Oracle Arena è dominio di Golden State, gli Warriors si portano sul 3-1 nella serie davanti ad una DubNation in delirio. Si torna in Texas ed i Mavericks non si arrendono, accorciando sul 3-2 grazie ai 30 punti di Dirk Nowitzki, ma in gara 6 non c’è storia: gli Warriors fanno la partita perfetta, servendo ai Mavs un upset memorabile ed umiliante, con 25 punti di scarto. Protagonista assoluto di gara 6 è Stephen Jackson, autore di 33 punti e di un ottimo 7/8 dall’arco.

ORLANDO È “MAGIC”, LeBRON RIMANDATO — La stagione 2008-09 sembra avere il destino preannunciato, i Cleveland Cavaliers sono inarrestabili e per LeBron James sembra essere finalmente arrivata l’ora dell’incoronamento. Le prime due serie di Playoffs sono una passeggiata per i Cavs, che servono due sweep prima ai Detroit Pistons e poi agli Atlanta Hawks. Ma le Finali di Conference non avranno lo stesso coefficiente di difficoltà, parola di Dwight Howard e degli Orlando Magic, reduci da una serie sorprendente che ha portato all’eliminazione dei Boston Celtics campioni in carica. Gara 1 viene vinta dai Magic grazie alla tripla decisiva di Rashard Lewis a 14.7 secondi dal termine. Gara 2 sembra andare per gli stessi binari del match precedente, con il canestro di Hedo Turkoglu ad 1” dalla fine, ma LeBron non ci sta ed infila il canestro della vittoria sulla sirena. Ad Orlando, i Magic vincono entrambe le partite seguenti nonostante i numeri impressionanti del “Prescelto” (44 pts in gara 3, 41 in gara 4). In gara 5 LeBron è semplicemente monumentale, con una tripla doppia da 37+14+12, ma il matchpoint è solo rinviato, poiché gara 6 è dei Magic, che grazie ad un Dwight Howard in versione “Superman” vincono la Eastern Conference ed approdano alle NBA Finals, dove però cederanno di fronte ai Lakers di Kobe Bryant e Pau Gasol.

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2011, TRIONFO MEMPHIS, SPURS A CASA — Fino al 2011, i Memphis Grizzlies non avevano mai vinto una singola partita dei Playoffs. Quando la franchigia del Tennessee dovette affrontare gli Spurs testa di serie #1, le speranze che gli addetti ai lavori riposero a Zach Randolph e soci erano pari a zero. Nessun problema, Memphis si aggiudica gara 1 all’AT&T Center di San Antonio. Gli Spurs reagiscono e pareggiano la serie sull’1-1, ma capiscono di avere un problema chiamato “Z-Bo”. Si va a Memphis ed i Grizzlies si portano clamorosamente sul 3-1, ma in Texas Manu Ginobili dice 33 e San Antonio accorcia le distanze. In gara 6 prevale il dominio di Randolph, che con una doppia doppia da 31 punti e 11 rimbalzi permette ai suoi di vincere la prima serie di Playoffs nella storia della franchigia.

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