Yao Ming è davvero un Hall Of Famer?

A detta di molti, il lungo cinese non meritava questo riconoscimento.

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Cosa hanno in comune Shaquille O’Neal, Allen Iverson e Yao Ming?

Prima del 04-04-2016, i più esperti avrebbero risposto con: “Sono stati tutti e tre prime scelte”, ma oltre ad aver avuto questo privilegio di guardare tutti i rookie dall’alto verso il basso al loro sbarco in NBA, da qualche mese i tre giocatori condividono un’altra peculiarità: tutti e tre sono Hall Of Famer.

Shaquille O’Neal ha rivoluzionato il ruolo del centro “elegante”, mescolando qualità tecniche e un’immensa forza fisica, ottenendo come risultato un carro armato capace di dominare in lungo e in largo contro tutto e tutti. Neanche i canestri erano al sicuro quando passava Shaq, e il suo palmares recita: 4 anelli NBA e una quantità industriale di premi e riconoscimenti personali. Insomma, uno con la carriera di Shaq non passa tutti gli anni, quindi il suo inserimento nella Hall Of Fame era pressoché scontato.

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Allen Iverson, anche se non è mai riuscito a vincere un titolo NBA, è ricordato da tutti come il giocatore che più ha inciso e influenzato la cultura popolare nell’era post Jordan. La scritta sul braccio “Only the strong survive” è l’emblema della sua vita, poiché per la sua stazza (183cm) era pressoché impossibile resistere nella lega dei giganti. Iverson non solo è riuscito a sopravvivere, ma ha trascinato da vero leader la squadra che ha sempre amato, i Philadelphia 76ers, ad una finale NBA poi persa contro i Los Angeles Lakers dello stesso Shaq e Kobe. Oltre ai vari premi individuali, l’ex numero 3 dei Sixers ha lasciato una delle più grande eredità al gioco del basket: il killer crossover, dal fascino brutale ma che ha incantato per anni ed anni non solo i tifosi di Phila, ma il mondo intero.

Gli dei del basket avevano spalancato le porte a Shaq e Iverson fin da quando i due hanno attaccato le scarpe al chiodo, mentre Yao Ming è stato un arrivo inatteso.

In molti sul web si sono scatenati circa l’entrata nella HOF di Yao Ming, tra i commenti più cinici troviamo:

-Why is Yao Ming a hall of famer what has he done in his nba career to deserve this honor?

-Why is Yao Ming in the hof? Based on what???

-Yao Ming was in the NBA for 18 minutes and he spent 10 of those minutes injured. Why is he going to the hall of fame?

La domanda che quindi in molti si sono posti è: Yao meritava di essere inserito nella Hall Of Fame?

La NBA deve molto a Yao, ma al contrario di Shaq e AI glielo deve per motivi esterni al gioco della pallacanestro. Nonostante ciò, anche Yao era un buon giocatore che col tempo si è saputo far rispettare dai centri dell’epoca non solo per le sue doti difensive, ma anche per la sua versatilità in attacco, infatti alternava splendidi movimenti in post a tiri entro i 5 metri, e col tempo iniziò vari allenamenti per il tiro da tre punti ed affinò anche il suo fadeaway che data la stazza era complicatissimo da contrastare. Anche se poteva vantare questo arsenale offensivo, talvolta veniva preso di mira e criticato per essere un giocatore un po’ troppo “soft” sia in attacco che in difesa, infatti la gente pretendeva che il gigante cinese schiacciasse in faccia ad ogni avversario, che stoppasse qualsiasi cosa che passasse nel pitturato e più di 13 rimbalzi a partita. Per grinta e voglia Yao non era paragonabile ai centri dominanti dell’epoca, ma col tempo quella faccia un po’ svogliata da scolaretto al primo giorno di scuola iniziò a trasformarsi; infatti tappò la bocca a tutti quanti mettendo su cifre da capogiro che andarono a migliorare anno dopo anno fino ad arrivare ad un culmine di 25 punti a partita conditi da 9.4 rimbalzi.

Nel contesto NBA uno come Yao era più che ben accetto, anche se gli è sempre mancata quella “vena” americana che ha sempre contraddistinto i giocatori statunitensi. Non era un tipo che si esaltava dopo un poster (nonostante ne abbia fatti tanti in vita sua), non caricava la folla dopo una stoppata, non rilasciava interviste con parole al veleno, non aveva il carisma per essere l’All-Star della squadra, non piaceva al pubblico americano era tutto il contrario di quello che il pubblico chiedeva; d’altronde i tifosi NBA pagano il biglietto anche per vedere lo spettacolo offerto dai singoli e nonostante Yao avesse le carte in regola per infiammare le folle con schiacciate e stoppate, non si è mai dimostrato il giocatore che tanto desideravano gli americani. “La pallacanestro in America è una cultura. Per uno straniero è come imparare una nuova lingua. Non è semplice imparare una nuova lingua e non sarà semplice per me imparare la vostra pallacanestro.” Queste sue parole riassumono per bene il concetto spiegato in precedenza.

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Dopo tutte queste “delucidazioni” allora la domanda riecheggia ancora più forte: perché Yao Ming è entrato a far parte della Hall of Fame?

La risposta è semplicissima ed è tutta riassumibile in un’unica parola: business.

Quando era possibile, circa 200 MILIONI di cinesi guardavano le partite dei Rockets, poiché c’era la loro star e numeri come questi non sono stati raggiunti neanche dal Super Bowl, che è considerato l’evento sportivo americano più importante dell’anno. In molti pensavano che il successo riscosso dalla NBA in Cina sarebbe calato drasticamente dopo l’addio di Yao alla lega, invece è successo esattamente l’opposto e attualmente il basket è lo sport numero 1 in Cina e milioni e milioni di spettatori hanno iniziato ad appassionarsi al mondo NBA anche senza la presenza di un uomo simbolo (ovviamente cinese). Lo sbarco di Yao in America rappresentò l’inizio del lungo percorso di internazionalizzazione della NBA che anno dopo anno vide accrescere esponenzialmente il suo commercio, e l’ex cestista pur non volendo si ritrovò ad essere l’uomo dei due mondi, un collegamento indiretto tra Cina ed USA. Come ben sappiamo le due potenze mondiali si sono sempre date battaglia in ogni campo, da quello culturale passando per quello economico fino a quello militare, ma nonostante ciò il basket è andato oltre queste faide tra i due paesi e da quando la Nike nel 2004 portò Michael Jordan in Cina, i tour promozionali delle stelle della NBA nel paese più popoloso del mondo di sono moltiplicati; basti pensare all’ultimo tour di Stephen Curry che ha riscosso un successo incredibile e la stessa superstar NBA rimase sconvolta dall’affetto della gente cinese, rilasciando parole al miele: “Questa è roba che si vede nei film” (dopo essere stato sommerso dall’ondata cinese).

Il 35enne Jiang, che fondò la compagnia marketing Double-Edge Sports con la quale aveva collaborato David Stern, ha comprato il 5% dei Minnesota Timberwolves per un cifra che si aggira sui 50 milioni di dollari. Grazie a questo investimento Jiang diventa il primo imprenditore cinese nella NBA, e questo è un punto di partenza: la lega ha aperto una porta anche agli imprenditori di una paese che non siano gli USA.

Va anche ricordato che per festeggiare il capodanno cinese la lega americana pubblicò uno spot dove gli “attori” erano Jeremy Lin, James Harden e Steph Curry. Lo spot TV venne chiamato “Dining Table” e mostrava le stelle condividere un pranzo di Capodanno con una famiglia cinese.

 

 

Alcune franchigie NBA festeggiarono l’evento in maniera “libera”, mentre Houston, Wizards e Golden State indossarono delle divise su cui il nome del team era scritto nella lingua cinese.

 

 

Tutti questi eventi che hanno scaturito il “boom” della NBA in Cina sono partiti da un semplice giocatore, che per quanto sia stato forte non ha mai dimostrato di essere un vero e proprio Hall Of Fame, ma forse questa volta l’NBA ha ragionato utilizzando un altro criterio. L’eredità che ha costruito va oltre il semplice gioco della pallacanestro, oltre i contratti milionari e gli sponsor, la sua integrazione da cinese negli Stati Uniti e l’integrazione con gli americani promossa in patria, hanno fatto sì che il mondo della pallacanestro americana allargasse i suoi orizzonti (e forse anche grazie al gigante cinese la NBA può vantare un fatturato di ben 4.8 miliardi di dollari).

Congratulazioni Yao, ora anche tu sei nell’Olimpo del basket.

 

– di Lorenzo Schettino

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