Pietà per chi difende: in difesa di Wesley Johnson

Pietà per chi difende: in difesa di Wesley Johnson

La caduta di Wesley Johnson contro Harden ha fatto ridere molti, ma non dovremmo: alla fin fine lui è molto più simile a noi, che alle finte del destino abbocchiamo regolarmente.

di Massimo Tosatto

“Tim Collins: – Pietà. –
Luther Whitney: – Ho finito la scorta. -”

Dal film “Potere assoluto”

James Harden palleggia in attacco a un paio di metri dal tiro da tre. Wesley Johnson lo guarda preoccupato, non esattamente nella posizione migliore per difendere. Ha le gambe dritte, in apparenza vuole far andare Harden a sinistra, come tutto il mondo. Harden finge un’entrata in palleggio, Johnson abbocca, inciampa nei suoi stessi piedi e cade.

Mentre il barba insacca, il mondo ride e chiede le dimissioni di Johnson come se fosse solo un ministro di un governo balneare. (governo balneare: espressione utilizzata in Italia negli anni ’70 quando si trattava di mettere insieme un esecutivo che passasse l’estate e permettesse la chiusura di Montecitorio. Durava un nulla, si sapeva già che a settembre si sarebbero scannati, ma almeno si poteva andare al mare).

Tuttavia il povero Wesley ha bisogno di una difesa. Non è altro che l’ennesima vittima dello strumento più mortifero del gioco, sia del basket, che del calcio: la finta.

Che a ben vedere quella di Harden è una finta fino a un certo punto. Mentre Wesley arretra, Harden gli rifila una spallata e il povero difensore va giù come un sacco di patate. Ma in sé rientra nel catalogo delle finte, che da sempre fanno ammattire i difensori.

Un tempo si parlava della finta di sopracciglio di Jordan. Bastava che alzasse un sopracciglio e subito la squadra avversaria cambiava posizione, lasciandogli di solito strada libera. Perché la finta a questo serve: farti fare un movimento che ti sbilanci per poter passare di fianco e fregarti.

L’ingrediente più importante della finta è chi la fa. Non esiste una finta senza una seria minaccia. Più forte è il giocatore che la esegue, più alta è la probabilità che abbia successo. Una finta è, infatti, un gioco di probabilità. Se consideriamo un giocatore come un insieme di probabilità che faccia qualcosa, maggiore è  il numero di azioni che questo può compiere, maggiore sarà l’attenzione in partenza che il difensore porrà ai suoi movimenti.

Spesso succede che un giocatore alla prima partita faccia un’ottima impressione, segni molto e dia l’illusione che sarà un grande, spesso non confermata alla seconda. La ragione principale risiede nel fatto che quel giocatore è sostanzialmente uno sconosciuto e il difensore, non conoscendo i suoi punti di forza, cercherà di studiarlo, lasciandogli un po’ più di spazio o, semplicemente, marcandolo nel modo sbagliato.

Ma se l’attaccante sarà in grado di ripetersi, per i difensori sarà sempre più difficile interpretare cosa quel giocatore farà.

Garrincha, la leggendaria ala destra del Brasile del ’58 e del ’62, oltre che del Botafogo, eseguiva una finta con la gamba sinistra, leggermente più corta dell’altra, si diceva, per una malattia infantile. Aspettava di vedere dove si muoveva il difensore e poi scattava dal lato opposto.

A rivederla oggi nelle immagini sgranate, fa specie di come quella finta potesse avere successo. Tutti noi pensiamo che avremmo preso quella palla tra i suoi piedi, lo avremmo anticipato. Tutti lo pensavano, tutti ci provavano, ma lui arrivava sempre prima.

Dejan Bodiroga ha costruito la carriera, oltre che su una conoscenza metodica del gioco e una classe immensa, con un palleggio in cui mostrava al difensore il pallone, questi credeva che l’avrebbe preso sicuramente, ma, quando allungava il braccio, veloce come una mangusta Dejan l’aveva già preso alla giugulare e si involava verso il canestro.

Se si guardano le immagini della partita dei 70 punti di Drazen Dalipagic contro la Virtus all’Arsenale il 25 gennaio dell’87, si noterà come, nel secondo tempo, quando Praja riceve il pallone l’intera difesa diventa isterica. Non sanno letteralmente cosa fare, e parliamo di gente come Villalta e Brunamonti, mica bruscolini. Basta una finta di palleggio perché tre difensori vadano in periferia e la palla vada a uno libero.

La forza della finta, infatti, risiede nell’adattamento che la difesa deve eseguire. A modo suo è la stessa cosa del pick and roll: blocchi, poi ti giri e, avendo creato una frazione di secondo in cui non sai cosa fare, la palla va al lungo rimasto libero, o rimane al piccolo che si mangia il lungo che ha cambiato su di lui.

Le finte di Jordan erano solo la frustrazione di una squadra che non sapeva più cosa fare. Per questo, quando alzava un sopracciglio, tutti si chiedevano cosa volesse fare, perché le possibilità erano immense. Lo marcavi sul tiro e lui penetrava. Sulla penetrazione e lui tirava. Lo triplicavi e lui passava.

da SI.com
da SI.com

Dalla prospettiva dei grandi, il basket è un gioco semplice. Nelle loro teste hanno cose che noi non capiamo. Per questo faticano a essere dei grandi allenatori, perché non possono pretendere che altri vedano quello che vedono loro. Ed è la fatica dei difensori, che devono pensare alla quantità di basket che i grandi giocatori tengono dentro, e prevedere cosa faranno, a farli cadere nel tranello.

Larry Bird, un giocatore che saltava relativamente poco, era però un vero enigma per i suoi difensori. Le mani e il pensiero più veloci della lega gli permettevano di recuperare ampiamente il gap in termini di velocità e atleticità. Fintava il tiro, sul salto del difensore penetrava e sull’aiuto passava.

Ma dal punto di vista delle finte, pochi possono essere alla pari dei vecchi numeri tre e dei loro movimenti in post basso. Adrian Dantley, Bernard King, Mark Aguirre e, in Italia, Darren Daye, riuscivano misteriosamente a incunearsi sotto canestro e a segnare facendo saltare giocatori molto più alti di loro e evitando la stoppata.

Televisivamente, si vedeva solo un pallone uscire da una foresta di braccia alzate, battere sul tabellone e entrare nella disperazione dei lunghi che non capivano il tempo del tiro.

Nikos Galis, il dio del basket greco, ad appena 1,85, dovette mettere insieme un intero repertorio di finte e tiri in controtempo, per cavarsela in un basket in cui tutti, praticamente, lo sovrastavano fisicamente. Di suo, lui ci mise una coordinazione e una conoscenza del gioco straordinaria, oltre a un fisico compatto che praticamente non si infortunò mai.

Gallinari padre, infine, è ricordato per aver promesso che si sarebbe preso cura lui di Drazen Petrovic, il quale, quella sera, ne stampò 45. Ma la ragione è quella dell’inizio: Drazen cambiò il gioco, tirava, palleggiava e passava in modi che non si erano ancora visti. Vittorio non aveva ancora marcato uno come lui, che avesse un tiro affidabile da 7 metri e giocasse guardia. E nel caso di Drazen, anche MJ fu in difficoltà, perché Drazen non lo sfidava sul suo campo della fisicità sotto canestro, bensì in quello più sfumato di un basket già moderno, aperto, antesignano di quello di oggi di Harden e Curry.

La faccia imbarazzata e gocciolante di Michael, portato a spasso da un Drazen che giocava traiettorie completamente diverse, è la vendetta di tutti coloro che le finte di Michael le subivano, e che un po’ godettero a vederlo sudare e patire quel che di solito infliggeva agli altri.

Perciò, pietà per il povero difensore Wesley Johnson. Guardatelo con comprensione perché, anche se voi ammirate Harden, è il povero Johnson che siete nella maggior parte della vita, ad abboccare agli ami del destino: amori illusori, leader politici, amici che vi usano. E come Wesley vi alzerete ogni volta sentendo la gente ridere e chiedendo le vostre dimissioni.

Ma come Wesley, vi metterete ancora i pantaloncini, per fare il vostro sporco lavoro, sapendo che non è abboccare alle finte, il peggio, ma smettere di crederci.

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