Clippers, le due sponde del Rivers

Clippers, le due sponde del Rivers

I Los Angeles Clippers si preparano alla post season con più dubbi che certezze. Basterà il solito Paul, la solidità di Redick ed il miglioramento di Jordan a far passare in secondo piano il caso-Griffin? E poi ci sarebbe quel duplice ruolo di Rivers…

Tic toc, tic toc. Il tempo scorre, le lancette dell’orologio continuano a muoversi, inesorabili. Non attendono nessuno, viaggiano imperterrite, senza una meta ben definita. Fattore misterioso il tempo, a tratti amico, a tratti nemico. A tratti affidabile alleato, a tratti velenoso e subdolo avversario.

La regular season NBA in corso è ormai giunta alle sue ultime battute, poco da delineare, poco da decidere, solo qualcosa da dirimere e poi partirà la stagione vera, quella che mette i brividi, quella che può trasformare dolori in gioie. Semplicemente, arrivano i playoff. Squadre con diritto di sognare, di credere di poter gioire quando l’estate si farà torrida ce ne sono, ed anche parecchie. Squadre da battere, che infrangono record su record; squadre che viaggiano a luci spente, in attesa di divenire protagoniste. Il menù è ricco, tanto di cui abbuffarsi, un vero e proprio parterre de rois.

Potremmo star qui a parlare degli Warriors, di quanto vicino sia il record dei Bulls; potremmo star qui a disquisire su quanto sia efficace, anno dopo anno, il “sistema Spurs” e di quanto Leonard e Aldridge siano pronti ad agganciare il testimone dalle mani, salde, di Duncan, Ginobili e Parker. Potremmo star qui ad esaminare la grandezza sconfinata di LeBron James e ad interrogarci sulla “schizofrenia” dei suoi Cavs. Potremmo fare questo e molto altro, ma oggi si va a Los Angeles, non nella sponda che si prepara a dare l’addio a Kobe, ma nell’altra, in quella più talentuosa (al momento storico attuale) ma inseguita costantemente dai propri demoni.

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C’è scritto Clippers”, diceva un celeberrimo giornalista/avvocato che ogni amante della pallacanestro, e non solo, conosce. Già, perché anche quest’anno, dopo una stagione regolare che conta, allo stato attuale, 49 vittorie ed un roster dal talento spropositato, la LA di Steve Ballmer si affaccia alla post-season con più dubbi che altro. Un’annata partita un po’ così, lentamente migliorata, che ha dovuto affrontare il ciclone di nome Blake Griffin e con un paradosso strutturale che ne impedisce il salto di qualità definitivo. Un controsenso che non può riguardare un maestoso giocatore come Chris Paul, non può toccare un DeAndre Jordan molto migliorato (liberi a parte) o un J.J. Redick ottimale. Un paradosso che ha come assoluto protagonista quello che, il giorno del suo arrivo, sarebbe dovuto essere il condottiero, il valore aggiunto della squadra. Si parla di Doc Rivers, allenatore dall’efficienza e dalla bravura spasmodica, attorniato, però, da dubbi ingenti.

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Perplessità che non hanno a che fare con la già citata sopraffina mentalità da coach, ma con la capacità di abbinare al suo mestiere, che tante gioie gli ha portato, un compito che, ad oggi, lo ha trovato impreparato. Il doppio ruolo assunto da Rivers di head-coach e di GM trova dei limiti e dei buchi neri interni ad un sistema non ancora pronto, evidentemente, ad ergersi come definitivo e vincente. Perché un conto è dare un gioco e trovare equilibri ad una squadra che basa tutto sul playmaking del suo numero 3 e sull’atletismo ed i continui miglioramenti Jordan (su Griffin è necessario un discorso a parte), un conto è trovare la quadratura del cerchio in termini di costruzione della squadra e formazione di un supporting cast all’altezza. Sul secondo punto Rivers si è dimostrato insufficiente. Le scelte estive di puntare su Josh Smith e Lance Stephenson si sono dimostrati due enormi buchi nell’acqua, per utilizzare un eufemismo. I due non hanno reso, hanno mostrato insofferenza per il loro ruolo da “quarti/quinti/sesti violini” e, risultato scontato, sono stati scambiati in tempi brevissimi.

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L’incapacità dell’ex coach dei Celtics di portare ad LA un playmaker di livello che possa dare fiato a Paul è, probabilmente, il fattore preponderante che fa pendere l’ago della bilancia verso la parte negativa. Per carità, ben venga la crescita di Austin Rivers, ma si tratta di un giocatore fatto più di decisioni estemporanee che di una testa pensante pallacanestro per 48 minuti; Prigioni, per quanta intensità possa dare dalla panchina, è ormai ampiamente in là con l’età, diventa, quindi, poco produttivo affidargli le chiavi di un secondo quintetto.

Ci sarebbe poi da aprire il capitolo Pierce: The Truth è pur sempre The Truth, specie nei playoff, ma la sensazione è che i bei tempi siano ormai andati. Perché allora non affidarsi ad un giocatore più continuo ed affidabile, magari ancora da formare completamente, rispetto ad uno dall’indubbia esperienza, nonché fraterno braccio armato del coach, ma ormai poco propenso a prestazione decisive in maniera continuativa?

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Infine, si arriva al tasto dolente per eccellenza: Blake Griffin. Giocatore clamoroso, per cui l’epiteto di semplice dunker va ormai tranquillamente a farsi benedire. Miglioramenti costanti, in ogni ambito. Testa, e conseguente mentalità, tutta da formare. L’episodio della scazzottata da cui è derivato l’infortunio alla mano che ne ha allungato ancor di più la lungodegenza, dopo il problema al quadricipite, è la cartina di tornasole del momento attuale di questo atleta: ogni anno un passo avanti sul campo, ma un passo indietro sul piano della gestione di se stesso. La squadra, inoltre, senza di lui ha tenuto un rendimento di gran lunga positivo, il quesito è come Rivers possa reinserire l’ex Oklahoma in un sistema che una sorta di quadratura sembrava essere sulla buona strada per trovarla.

Insomma, tanto caos in una squadra che, senza l’orizzonte caotico intorno, sarebbe potuta essere ancora più su. I punti positivi ci sono e li abbiamo già elencati ma le ombre sono tante e di difficile risoluzione. Il duplice ruolo di Rivers non ha dato i frutti sperati, forse solo per causalità ed errori banali facilmente risolvibili, forse per capacità intrinseche del coach di fare solamente, appunto, il coach.

I playoff arrivano, lo abbiamo già detto, i Clippers sono pronti? Al primo turno, in questo momento, si troverebbero di fronte i Grizzlies che, però, potrebbero essere superati a breve dai Trail Blazers. E occhio, perché Portland potrebbe rivelarsi un osso più duro di quanto ci si aspetti. Forse, però, finché ci sarà Paul (un Jordan così migliorato ed un Redick così decisivo) ci sarà speranza. Quanta, però?

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