NBA Recap Inside: Gli Spurs mettono la quarta, Golden State ingrana tardi ma la spunta

NBA Recap Inside: Gli Spurs mettono la quarta, Golden State ingrana tardi ma la spunta

Successi al fotofinish per Houston e Memphis, tripla-doppia per Westbrook e altro ancora nella notte NBA.

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Partite clou

San Antonio Spurs @ Miami Heat 106-99 (24-19; 52-44; 77-72)

Le franchigie sono le stesse, ma poco resta delle Finals 2013 e 2014 che le vide protagoniste con una vittoria a testa, principalmente a Miami. Gli Heat stanno vivendo il cosiddetto anno di transizione che, con ogni probabilità, si concluderà prima della postseason, eppure hanno messo alla frusta i poco concentrati Spurs (al loro primo back to back) che hanno sofferto soprattutto l’atletismo di Whiteside e la sapiente regia di Dragic. Per lunghi tratti del match, con Aldridge a riposo, si è visto il miglior Gasol della stagione e, sostanzialmente, il peggior Leonard, almeno fino alla seconda metà del quarto decisivo, quando ha siglato 14 dei suoi 27 punti finali per agguantare la vittoria, ennesima dimostrazione che la sfida della leadership è stata ampiamente accettata, e con ottime possibilità di essere vinta. I texani si portano sul 4-0 e sembrano avere ancora inserite le marce basse; Miami si tiene la bella prestazione ma devono accusare la seconda sconfitta interna in due uscite all’American Airlines Arena.

Spurs (4-0): Gasol 20 (11 rimbalzi), Lee 8 (11 rimbalzi), Leonard 27, Parker 3, Anderson 5, Simmons 6, Bertans 6, Dedmon 9, Laprovittola, Mills 18, Ginobili 4.
Heat (1-2): Babbitt 6, Winslow 18, Whiteside 27 (15 rimbalzi), Dragic 25, Waiters 9, Reed 2, Ja. Johnson, McGruder, T. Johnson 12.

MVP: Ci sono state due partite, una di 36 minuti e una di 6: nella prima a brillato Gasol, ma la seconda ha determinato il risultato, e a deciderla è stato l’inarrestabile Kawhi Leonard.

fansided.com

Dallas Mavericks @ Houston Rockets 92-93 (25-34; 53-63; 70-80)

Il derby texano non delude mai le attese, anche se la tensione ha un po’ bloccato due sistemi offensivi proverbialmente parecchio produttivi. La spunta Houston grazie alla sontuosa prova del suo uomo-franchigia James Harden, autore di una regia molto frammentaria, ma capace di fare la scelta giusta quando contava, come quando, sul 92 pari, ha attaccato in penetrazione le maglie larghe della difesa di Dallas procurandosi il viaggio in lunetta dopo un fallo di Matthews con solo un decimo sul cronometro. Con grande spirito teatrale, Harden ha sbagliato il primo per poi avere successo col secondo e regalare la vittoria ai suoi. Dallas, dal canto suo, non muove la casella delle W dallo 0 e, dopo aver inseguito per tutto l’incontro, ha messo paura ai Rockets grazie al solo Wesley Matthews che, in contumacia Nowitzki, è stata l’unica arma offensiva funzionante in questa partita per Carlisle, che però non è stata sufficiente ai fini del risultato.

Mavericks (0-3): Barnes 10, Bogut 6 (14 rimbalzi), Williams 12, Matthews 25, Curry, Powell 7, Mejri 6, Barea 18, J. Anderson 8.
Rockets (2-1): R. Anderson 14 (12 rimbalzi), Ariza 6, Capela 4 (10 rimbalzi), Gordon 14, Harden 28, Dekker 9, Brewer 3, Nene 11, Ennis 2, McDaniels 2.

MVP: Si perda o si vinca, i Rockets li conduce lui: James Harden, un uomo solo al comando.

sfgate.com

Golden State Warriors @ Phoenix Suns 106-100 (22-30; 55-57; 81-78) 

I Warriors, in questa circostanza, hanno tenuto fede al loro nome, assicurandosi un successo dal grande valore perché arrivato dopo una battaglia in cui gli avversari si sono dimostrati molto più coriacei del previsto. A dire il vero, i vice-campioni NBA non hanno offerto una prestazione esaltante, con la bontà delle loro scelte offensive come sempre molto legata all’esito, ma che molte volte risulta scellerata. I Suns a metà secondo quarto avevano raggiunto la doppia cifra di vantaggio, ma qualche minuti di ”Death Lineup” ordinato da coach Kerr e il punteggio si era rimesso in equilibrio. Ci si aspettava un secondo tempo a senso unico, e invece Warren e Bledsoe rispondevano colpo su colpo alle sferzate di Curry e Durant. Fino al finale punto a punto dove Golden State, nonostante una poco brillante gestione degli ultimi possessi, la blindava grazie alla freddezza ai liberi delle sue stelle.

Warriors (2-1): Green 5 (13 rimbalzi), Durant 37, Curry 28, Pachulia 5 (10 rimbalzi), Thompson 14, West 4, Looney 2, Iguodala 4, Livingston 4, Clark 3.
Suns (0-3): Dudley 9, Warren 26, Chandler 8 (18 rimbalzi), Bledsoe 21, Booker 7, Chriss 7, Bender, Tucker, Len 6, Ulis, Barbosa 7, Knight 9.

MVP: Lunga ancora la strada per la perfetta alchimia con gli splash brothers, ma quando c’è da mettere punti a referto Kevin Durant risponde sempre presente: 37 con soli 16 tiri e 16 viaggi in lunetta con 15 trasformazioni.

nba.com

Washington Wizards @ Memphis Grizzlies 103-112 OT (22-27; 54-58; 77-78; 100-100)

Unico overtime della notte in Tennessee, dove i Memphis Grizzlies hanno la meglio sugli indomiti Wizards, ancora a secco di vittorie in queste prime apparizioni stagionali. Memphis deve il successo al consacrarsi della dimensione perimetrale di Marc Gasol, autore di tre triple decisive a cavallo tra la fine dei regolamentari e l’inizio del supplementare dove, sul pick&pop con Conley, Washington ha optato per lasciare il tiro al catalano che ha sentenziato primo col canestro valevole il 100-100 al 48′, poi con le due bombe che hanno rotto la parità dalle quali i Grizzlies non si sono più voltati. La squadra ospite può recriminare sulla gestione non all’altezza degli ultimi possessi e sul complessivo 20% coi piedi dietro l’arco (5/25) che, equiparato al 15/31 degli avversari, rappresenta la chiave di lettura dell’incontro.

Wizards (0-2): Morris 11, Porter Jr. 13, Gortat 14 (12 rimbalzi), Wall 22 (13 assist), Beal 14, Smith 2, Nicholson 8, Oubre Jr. 5, Thornton 11, Satoransky, McClellan, Burke 3.
Grizzlies (2-1): Green 7, Martin 4, Ennis 8 (12 rimbalzi), Gasol 20 (1o rimbalzi), Conley 24 (11 assist), Davis, Randolph 22, Williams, Harrison 9, Baldwin IV, Carter 18.

MVP: Il minore dei Gasol palesa miglioramenti che alla sua età e con una serie di infortuni importanti alle spalle dovrebbero essere preclusi. Ferma e dolce la mano con cui stende Washington in una grande prova balistica.

ooyuz.com

Utah Jazz @ Los Angeles Clippers 75-88 (22-19; 35-42; 56-69)

Dopo aver superato non senza fatica i Lakers, Utah approda in terra californiana per affrontare i cugini storicamente subordinati dei giallo-viola ma ad oggi molto più attrezzati: i Los Angeles Clippers, reduci dal brillante esordio stagionale sul campo di Portland. I Jazz, ancora privi di Hayward e condizionati dal part-time forzato dagli acciacchi di Favors, subiscono i problemi di falli di Gobert nelle fasi iniziali, ma quella dei mormoni si conferma tra le difese meglio preparate della lega portando la sfida su binari a loro più congeniali, quelli del basso punteggio. I padroni di casa producono a duetti: Paul-Griffin tra i titolari, Crawford-Rivers tra i subentranti, sono le premiate ditte che tracciano la mini-fuga di fine primo tempo.  Grazie al controllo dei tabelloni, con DeAndre Jordan a fare la voce grossa, e l’ottima vena offensiva di Griffin e Redick, i Clippers scavano il solco fino al +15 di metà terzo periodo. Ci pensa George Hill con una prova solida a tener su la baracca di coach Snyder, ma il gap non vuole saperne di scendere sotto la doppia cifra, complici le evidenti difficoltà a trovare buone soluzioni in attacco di Utah. I tentativi poco convinti degli ospiti si fermano dinanzi alla maggiore energia e profondità degli antagonisti: il finale è puro garbage time domenicale, con i Clippers che procedono a gonfie vele verso una convincente vittoria.

Jazz (1-2): Joe Johnson 7, Diaw, Gobert 8, Hill 18, Hood 5, Lyles 7, Bolomboy 3, Favors 5 (11 rimbalzi), Ingles 8, Exum 10, Neto, Mack 4.
Clippers (2-0): Mbah a Moute 3, Griffin 18 (10 rimbalzi), Jordan 7 (16 rimbalzi), Paul 9, Redick 9, Bass, W. Johnson 3, Stone, Speights 4, Rivers 19, Felton 4, Crawford 12.

MVP: Inizio molto promettente di stagione per Blake Griffin che, dopo la eccelsa prova di Portland, si ripete facendo registrare una doppia-doppia senza spremersi più di tanto, dimostrando di essere l’unico a trovare con facilità il canestro anche nel primo tempo, frangente in cui Utah ha difeso alla grande.

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