Basket evoluzionistico: il #1 – la libera circolazione delle idee cestistiche

Basket evoluzionistico: il #1 – la libera circolazione delle idee cestistiche

Commenta per primo!

sportige.com
Abbiamo già visto come il basket liquido abbia cambiato radicalmente il ruolo di ala forte, restringendo quello del centro a un semicerchio disegnato idealmente sotto il canestro. Il tiro da tre ha aperto l’area circoscritta nella sua linea, desertificando aree una volta intasate da big men che non avevano bisogno di uscire dai suoi limiti per avere effetto. I tre secondi difensivi, regola spesso vista come un congegno difficile da esercitare in partita, hanno costretto il difensore al suo attaccante esaltando il tiro e la penetrazione a seconda dell’opzione lasciata dalla difesa, rendendo quelli che una volta erano raddoppi difficili da superare delle trappole in campo aperto con linee di passaggio pericolose per il tiratore libero. È una rivoluzione profonda. Il basket del ‘900, intimamente taylorista, fordista, abituato a una ripartizione precisa dei ruoli, una codifica che affonda le sue radici nel basket degli anni ’30 – ’40 – ’50, fatica ad adeguarsi. Emergono giocatori che rompono le tradizionali ripartizioni dei ruoli, che si appropriano di spazi prima inesistenti. Il duo Stockton – Malone è il primo a rivoluzionare l’approccio spaziale in modo estremo. Kevin Johnson approfitta degli spazi che si aprono sotto canestro, per imporre un basket di penetrazioni che costringe i piccoli ad avere gambe al fulmicotone per fermarlo, mentre l’area dei Suns viene liberata con i compagni posizionati sulla linea del tiro pesante.
nba.com
I Bulls usano una tattica diversa, dovuta a Michael Jordan, simile a quella dei Lakers più tardi. Michael si assume il compito di guidare l’attacco, si prende il maggior numero di tentativi, anche qui approfittando degli spazi lasciati sotto canestro che isolano il difensore contro di lui. Questo fa pensare a quanto Doctor J, che pure giocò nella ABA che usò per prima il tiro da tre, avrebbe beneficiato di questo approccio, potendo sfruttare fino in fondo il suo 1vs1. Accanto a Jordan, John Paxson prima e BJ Armstrong poi, due solidi tiratori, si posizionano dove Micheal lascia libero lo spazio. E il concetto di spaziatura diventa fondamentale. A riguardare le immagini degli anni ’70, fa’ specie vedere quanto il gioco si sviluppasse negli immediati dintorni dell’area dei tre secondi. Il fondo del campo quasi non è utilizzato, mentre le penetrazioni vanno sempre a cozzare contro due strati di difensori, che aspettano un giocatore che non ha interesse a provare un tiro con meno percentuale di riuscita. Facciamo fast forward e arriviamo ai primi anni ’90. Kevin Johnson penetra a ripetizione in aree in cui i lunghi devono correre per andare a raddoppiare. Ormai il centro non può più accomodarsi a fondo campo contro il suo avversario e aspettare. Se Johnson riesce a passare il suo avversario diretto, cosa più che fattibile, si trova solo un lungo, più veloce che nel passato ma comunque meno rapido di lui, che può battere in 1vs1 o con un tiro in sospensione.
nba.com
Questo cambia la morfologia del play e altera il modo in cui i ruoli sono ripartiti. Il play non è solo quello che porta avanti la palla e ogni tanto segna. Oddio, ce ne sono stati di play con punti nelle mani, in sé il ruolo di point guard “chiama” il fatto di avere tecnica. Oscar Robertson, Nate Archibald, Gus Williams, Magic, sono giocatori che, dal ruolo di organizzatori, hanno sempre segnato e sono sempre stati il primo pericolo per la loro squadra. Ma ora ci si focalizza sul tiro da fuori e il compito del play non è solo di far arrivare la palla a un lungo per un tiro facile, per così dire, bensì di far “uscire” la palla, una cosa quasi contronatura per il vecchio play, che aveva il compito di avvicinare la palla al canestro invece di allontanarla. Per questo il play deve essere un pericolo in sé. Se staziona sulla linea del tiro da tre, il suo difensore deve avere l’esigenza di stargli vicino e di rendergli difficile il tiro. Se penetra, deve reggere la penetrazione perché non ci sono più schiere di lunghi dietro a coprire l’area. In Europa, Mike D’Antoni vede questi spazi allargati come la possibilità di andare fin sotto canestro e di portarsi dietro la difesa. La Virtus di Bucci nell’84 vince un titolo usando per la prima volta in modo estensivo gli angoli bassi per battere la 1-3-1 di Peterson. Ma è il basket dell’est a battere per primo la nuova strada e a imporre una rivoluzione che si abbatterà sull’Europa come un ciclone, sconvolgendo un tran tran che sembrava ormai stabilito.
olympic.org
L’Italia ha appena vinto l’Europeo dell’83, nelle olimpiadi fa un quinto posto decente poi arrivano gli europei dell’85 e la semifinale con l’URSS. Una buonissima Italia al termine del primo tempo è sotto… 70-33! Questo è il risultato che una generazione incredula vede, quando termina finalmente un documentario sui canguri in Australia che occupa il primo tempo (giuro, è tutto vero…. NdR). In realtà, nell’ultimo minuto l’Italia si riporta sotto a ben… 40 punti, e il finale è un più onorevole 112-96. Ma la realtà non cambia. I sovietici hanno portato il nuovo basket all’europeo. Un pivot dominante e dalle mani straordinarie, Sabonis, innesca una batteria di tiratori spaventosa: Chomicius, Kurtinaitis, Jovaisha. Con lui Sasha Volkov come ala forse piccola, forse grande, chi lo sa, Valters a menare le danze e le squadre europee che non sanno bene cosa fare. Solo la Spagna li batte, ma è un fuoco fatuo, un’illusione. In realtà quell’URSS è imbattibile ad alti livelli, una squadra che poteva fare tranquillamente l’NBA in piena salute e che provocherà il più grande shock culturale cestistico dal 1972, (quando gli americani parlarono giustamente di arbitri ma non dei 25 di Belov) nel 1988, battendo un’ottima squadra universitaria americana dietro al 3/3 di Marciulionis e al 4/6 di Kurtinaitis da tre punti. La vera rivoluzione non è il Dream Team, come tutti pensano, bensì mettere gli americani di fronte al fatto che per una volta, sull’aspetto tecnico, non sono davvero avanti. I russi fanno uno strabiliante 42% in finale in quell’Olimpiade (da solo il brasiliano Oscar in tutto il torneo ne tira 63 e ne segna 35, per uno strabiliante 55%) e mettono tutti davanti al fatto compiuto che il tiro da tre sta rivoluzionando il gioco. Isolato in post basso, Sabonis ha servito i tiratori o abusato di David Robinson a seconda dei casi. La nazionale americana ne è risultata schiacciata e con lei il resto delle nazionali, tra cui quella jugoslava che allinea Drazen Petrovic, Kukoc, Divac e Radja, troppo giovani, però, per riuscire a opporsi ai sovietici.
xtratime.org
Gli jugoslavi saranno però la nuova sensazione del basket mondiale, mettendo in piedi una squadra che a breve, ai 4 citati, allinea Djordjevic, Danilovic, Paspalj e un insieme che sarebbe stato imbattibile, se la Jugo fosse rimasta integra. E Drazen, tra questi, è il giocatore che di questa novità nel gioco, di questa circolazione di palla, di questa libertà intuitiva fa il suo marchio di fabbrica. Non lo capiranno, in NBA, perché Drazen non è paragonabile a un travet, a un impiegato che dalla posizione di guardia fa’ quello che tutti si aspettano. Drazen, negli Stati Uniti, arriva come un alieno da un basket più avanti, un laboratorio che crea giocatori usando i loro talenti per quello che sono, senza forzare su di loro concetti vecchi e sorpassati. Il basket NBA allora è ancora un basket taylorista, un basket fatto di certi ruoli con certe caratteristiche e Drazen per loro cade tra un play e una guardia. I compagni lo sentono egoista, gli allenatori temono che sia uno che spreca palloni, non capiscono la sua unicità e solo quando gli affiancheranno un play, nuovo anche lui, Kenny Anderson a New Jersey, potranno vedere e capire la sua straordinaria abilità cestistica.
mojapovijest.com
Drazen non è egoista, Drazen è tutto il basket che potete desiderare. Difficile immaginare cosa avrebbe fatto con un D’Antoni ad allenarlo. Forse lo avremmo avuto un nuovo concetto di play prima di Steve Nash, prima di Steph Curry o della breve, effimera stagione di Jeremy Lin. Ma il basket americano incasella, è difficile convincere gli addetti ai lavori a forzare i confini dei loro ruoli. Ama avere grandi star su cui costruire le squadre e questo difficilmente si concilia con l’idea di gruppo, di libertà, che non facilmente si mette sui poster. Solo Popovich a San Antonio e Kerr a Golden State riescono, in ambienti ben precisi, ad affermare un’idea di questo tipo. Popovich inizia la carriera di allenatore con due lunghi tradizionali sotto canestro, Duncan e Robinson, poi si inventa Parker e Ginobili a completare i Big Three locali e a mettere insieme un gioco gestito come un metronomo dagli istinti di Tony Parker. Kerr invece crea a Golden State un’utopia D’Antoniana sostenibile, in cui gli istinti offensivi vengono rafforzati da robusti innesti difensivi, e Curry, come la mano invisibile del suo allenatore, trasforma in pepite cestistiche le intuizioni che arrivano a lui da molto lontano.
insidebasket.com
Non è un caso, forse, se Popovich ha un padre serbo e una madre croata e se Steve Kerr, figlio di un diplomatico, arriva dal medio oriente, è un uomo cresciuto in un ambiente internazionale pronto ad assorbire le intuizioni provenienti dall’esterno. Ma è la forza della NBA, quella di non essere una lega strettamente “nazionale”, ma un costante esperimento in cui conta essere avanti rispetto agli altri, seminare per il domani e cercare sempre il miglior talento disponibile. È la libera circolazione delle idee cestistiche a superare le scuole locali, creare il nuovo gioco mescolando elementi eterodossi e a inventarsi talenti che una volta non avremmo considerato di quel livello, perché il gioco non lo permetteva. Ma oggi, in un basket dalle regole riscritte, gli Steve Nash, gli Steph Curry, gli Stockton, possono avere un ruolo ancora più importante di quello che sicuramente avrebbero avuto. Ma possono farlo solo se diventano più protagonisti, se sono pericolosi davvero e non si limitano al ruolo di costruttori. Il basket moderno sugli esterni non può avere elementi privi di una qualche pericolosità: si libera un difensore che può raddoppiare senza temere il tiro del suo avversario. È la maledizione di Ricky Rubio, tanto delizioso quanto impalpabile, giocatore di un’altra epoca sceso nella nostra, un anacronismo di cui non smetteremo mai di apprezzare la finezza, e di rimpiangerne l’inefficacia.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy